Compagno di studio

 
Emilio Filippini, Paesaggio oltre la ferrovia

 

 

In soffitta (60 - 90)

Beh, trenta in analisi uno è una bella soddisfazione. Piero è proprio contento. Anche a Getullio è andata bene.

"Un gelato al cioccolato", "Per me al pistacchio" aggiunge l'amico.
E' una bellissima giornata di inizio estate, i due compagni di studio sono seduti ad un tavolo all'aperto di un bar del centro.
"Non capisco come fai a dire che il requiem di Verdi sia superiore a quello di Mozart. E' una bestemmia"
"Non so cosa dirti" risponde Piero "Verdi mi dà un'emozione che Mozart non sa darmi".

Piero è l'unico tra i compagni d'università a sostenere che il requiem di Verdi è più bello.
Capisce perfettamente che la tessitura, la complessità, la ricchezza di variazioni, l'uso degli strumenti e molte altre cose inducono a considerare il Requiem di Mozart come superiore (forse il termine superiore non è il più adatto, sarebbe meglio dire: universalmente riconosciuto come più bello), ciò nonostante ogni volta che ascolta il disco di Verdi qualcosa si scioglie nel suo cuore.
Quelle note scendono dritte nel profondo del suo animo e suscitano emozioni di dolcezza e di piacere. La stessa cosa non accade ascoltando la musica di Mozart: il piacere che prova è più di tipo intellettuale che emotivo.

Eppure Piero si considera capace di distinguere e di saper valutare la buona musica, non per averla studiata, ma perché fin da bambino era stato abituato ad ascoltarla.
Lo zio materno, che era il violoncellista del Quintetto chigiano, quando non era fuori città per concerti, si chiudeva nel suo studio e provava e riprovava delle melodie che Piero ancora ricorda perfettamente.
Non aveva accesso a quella stanza ma, seduto dietro la porta, gli piaceva ascoltare il suono dolce e struggente che veniva da quel grosso strumento.
Non solo, ma sua mamma, fin da quando era piccolo piccolo, nel pomeriggio, si accomodava sulla sua poltrona, estraeva da una scatola blu di Turmac una sigaretta sottile ed ovale, caricava un grammofono a manovella e, muovendo ritmicamente l'anulare della mano destra, seguiva con un'espressione dolce e serena le note che uscivano da quella strana macchina.

Insomma, non è un inesperto di musica e questo rende per lui ancora più misteriosa la preferenza per il Requiem di Verdi.
Il mistero durò per anni.

"Non trovo più la copia dei 'Promessi sposi' di mia mamma. Vorrei farti leggere la dedica che le ha fatto un colonnello inglese al quale la mamma aveva consigliato il libro" dice Piero a Lisa, "E' una bella edizione con la copertina in pelle blu".
"Non sarà stato riposto in soffitta assieme ai libri dell'università?" suggerisce Lisa.

Piero sale all'ultimo piano: la soffitta è un intrico di ragnatele.
"Toh, guarda cosa c'è qui". In una cassa, accuratamente incartati in fogli di giornale, trova i dischi a settantotto giri della mamma. Tra questi scopre due edizioni del Requiem di Verdi, ma non trova nessun Requiem di Mozart.

Il grammofono, la poltrona, la sigaretta e il sorriso dolce della mamma.

Piero capisce il motivo della preferenza. Non solo, ma inizia anche a comprendere la radice del concetto di bellezza: quella musica è bella perché ha visto "il bello" negli occhi della mamma. Gli ricorda momenti di dolcezza e di serenità. Per di più, proprio grazie alla mamma, gli si è aperta la possibilità di apprezzare anche altra musica che, sebbene non colpisse immediatamente i suoi sensi, riconosceva essere bella.

"Perché fai quella faccia?" dice Lisa guardandolo sorpresa.
Nella mente di Piero corrono le note dell'amato requiem.

Ci sono momenti della vita che sembrano condensare in sé un tale insieme di sensazioni da renderne impossibile una descrizione dettagliata e che danno l'emozione di attingere, anche per un solo istante, al senso dell'eternità.

Piero scende senza aver trovato la copia dei "Promessi sposi". Accende lo stereo.
Eccola qui. Ancora oggi, dopo tanti anni, la musica di Verdi suscita nel suo animo quelle emozioni di serenità e di dolcezza provate da bambino, al punto che, ascoltandola, gli sembra ancora di respirare il profumo sottile, appena percettibile, di tabacco macedonia.

Prende la mano di Lisa le sorride, la guarda in volto. La vede un po' offuscata.

 

Malta (41 - 61)

"Ciao Melella"
"Oh, ciao Piero, come mai da queste parti"?
"Passavo di qui, sto andando a casa di Jet, la prossima settimana abbiamo un esame. Ero un po' in anticipo ed ho pensato di darti un saluto".
Ormai per Piero la bugia più frequente per andare a trovare una ragazza che gli piace è questa: "Ciao, passavo da questa parti, mi offri un caffè"?

Il salotto ha le tapparelle parzialmente abbassate, il sole di giugno è così "tenuto a bada". Piero si siede sul divano e Melella si avvia verso la cucina per preparargli il caffè. La casa profuma di mughetto, lo stesso profumo ha stordito Piero quando, giorni prima, aveva sfiorato la mano di Melella.
"Appena arriva con il caffè le prendo la mano e la guardo dritta negli occhi. Capirò subito se ci sta" pensa Piero, ma non ha tanti dubbi: quando l'aveva vista, a casa di Francesco, lei gli si era subito seduta accanto e sembrava che non ascoltasse altri che lui.

Le dita sfiorano il tessuto di velluto del divano. Piero prova un brivido leggero: c'è qualcosa di noto al tatto.
Dalla cucina tic, tic, tic arriva una grossa Bulldog, avanza incerta per qualche passo e poi, con un salto sgraziato, sale sul divano. Piero la accarezza sopra la testa e avvicina il viso al suo muso. Lei lo guarda un attimo e poi slap gli passa la lingua sul naso.

Tre punti neri ed un nome: Malta.
"Cos'è questa dolcissima sensazione"?
"Malta, Malta. Come mai questo nome? Malta e Venezia. Da dove viene questa beatitudine"?
Il ricordo comincia ad affiorare. E' un ricordo di racconti e di odori. I racconti erano della mamma, gli odori sono suoi, impressi nella sua mente.

Per i primi tre anni della sua vita Piero ha abitato a Venezia. La mamma era felice di vivere in quella città. La casa in fondo alla calle, un ultimo piano, aveva le finestre che davano su un rio che ne incrociava un altro, cosicché la visuale era ampia. Poteva spaziare nella direzione sia dell'uno che dell'altro rio.
La sua compagna di giochi, Malta: una Bulldog bianca che, da quando Piero era nato, lo aveva preso sotto la sua protezione. Raccontava la mamma che lui e la cagna amavano stare sul tappeto uno abbracciato all'altra: il tappeto e la stoffa di velluto danno la stessa sensazione al tatto.
Malta non lo lasciava mai solo, lo seguiva sempre. Dormiva nella sua cameretta accanto al lettino e, spesso, sopra al lettino. "Tutte le mattine dovevo lavarti il visetto: Malta teneva il suo muso accanto al tuo viso".
"Pensa che la cameriera non poteva avvicinarsi a te. Solo se ero presente anch'io Malta permetteva che ti toccasse. Quando ti portavo a passeggio stava accanto alla carrozzina e guai a chi si avvicinava".

I tre punti neri: gli occhi ed il naso di Malta sul muso bianco. L'odore della saliva e della pelle del cane. Si era tutto fuso insieme con la felicità della mamma. Con la beatitudine di Piero.

"Piero cosa c'è? Mi sembri stralunato, che faccia hai. Hai visto un angelo"?
L'angelo era lei, era bellissima.
Ma angelico era stato quell'attimo in cui il cane lo aveva leccato: il sole, Venezia, Malta, l'odore della Bulldog e, soprattutto, la felicità della mamma.

"Grazie, basta un cucchiaino di zucchero" prende la tazza con una mano e con l'altra afferra quella di Melella. Il sorriso gli sgorga spontaneo, profondo: è un misto di apprezzamento per la sua bellezza e di beatitudine del ricordo. Lei lo guarda sorpresa, capisce che c'è dell'altro, ma non fa alcuna resistenza. Piero appoggia le sue labbra su quelle di Melella.
Il profumo di mughetto sovrasta tutto. Si mescola con l'odore di Malta, con il sole di Venezia e con il sorriso della mamma.

Una nuova miscela: buonissima.

 

Sere d'estate (62)

La prima volta che l'aveva vista era stato in piazza Insurrezione.
Ha un corto vestito a fiori, la gonna si appoggia delicatamente sul fondoschiena. Camminando le due mezzelune si muovono a destra e a sinistra con un ritmo meraviglioso: tic tac, sembra un pendolo. Piero rimane senza fiato.
Hanno incrociato gli sguardi. Lei ha un modo di guardare strano, imperscrutabile. Ti vede, sembra fissarti e poi invece lo sguardo ti trapassa, come se Piero fosse stato trasparente.

Chi è? Dove posso conoscerla? Seguirla? No, mai. Devo trovare un altro sistema.
Ma, l'altro sistema, l'ha trovato il caso. Una sera a casa di amici la vede seduta sul divano che conversa con il padrone di casa: è sua cugina.

Il gran Caffè chiude a mezzanotte e, nelle sere d'inizio estate, è bello, dopo l'orario di chiusura, sedersi attorno ad un tavolino sotto il grande tendone e parlare con gli amici.
"Oggi ho finalmente conosciuto quella bella ragazza: Francesca"
"Quale, Piero? Quella con le gambe lunghe lunghe ed il vestito azzurro"?
"Sì, sì, proprio lei. Quella con le calze chiare di seta lucida. Ha due gambe che mi fanno impazzire"
"Com'è, com'è, racconta: è proprio così altezzosa come sembra? Mi hanno detto che è figlia di… è quella che abita in quel bellissimo palazzo qui in centro"?
Ma ben presto gli argomenti sulle ragazze e le nuove conquiste perdono di interesse. I discorsi sono sempre gli stessi ed allora si parla di altre cose.

Discutono di politica, di Freud, di stelle, di musica, di atomi di Mao Tse Tung. E poi della corsa allo spazio di Gagarin e della risposta degli americani. Chi arriverà sulla luna? Ci si arriverà mai?
Nuove frontiere aprono nuovi spazi all'immaginazione, alla speranza, al futuro.
Qualcuno ha letto di uno psicanalista francese, Lacan, seguace dello strutturalismo. E allora il discorso si sposta sull'importanza del linguaggio: è il linguaggio che ci determina o siamo noi che determiniamo il linguaggio?
Insomma erano convinti di dire cose intelligenti.
In realtà facevano solo una grande confusione, ma era stimolante.

Piero torna a casa contento: ha mille idee per la testa. E il sonno viene subito, come da bambino quando, andando a letto, intraprendeva viaggi impossibili con l'elicottero appena regalatogli dallo zio.
E' bellissimo avere sempre nuove frontiere.

Domattina aspetta una chiamata di Francesca, sarebbero andati insieme al mare.
Beh, anche quella è una nuova frontiera.

Le dieci, il telefono non squilla. Piero si è gia rasato, vestito, ha preparato la borsa con costume ed asciugamani. Gira nervoso per casa. Solleva la cornetta per sentire se la linea è libera. Accende una sigaretta dimenticando che ce n'è una già accesa sul posacenere.
"Cossa gaeo stamatina paronsin? Xeo nervoso"? dice Bepi cogliendo perfettamente nel segno. Un'altra controllatina alla linea telefonica. Perché non chiama? Beh, mi faccio un altro caffè.
"Cossì el me diventa sempre più nervoso, paronsin" sottolinea con un leggero sarcasmo Bepi.

"Ciao Piero, mi passi a prendere tra mezz'ora? Sono quasi pronta".
Mezz'ora? E come faccio a farla passare: è lunghissima. Piero prende la borsa, saluta Bepi con un sorrisino "Hai visto che ha telefonato! Tiè".

Lei lo guarda, sembra lo faccia intensamente, poi è come se lo sguardo si perdesse. Gli passa attraverso e fissa un punto distante. Sembra uno sguardo nell'infinito.
La strada è orlata di papaveri, come un quadro con una cornice rossa. L'aria è gia calda e le gambe di Francesca sono bellissime. Nessuno, lungo lo stretto argine; il motore fa un rumore meraviglioso, le labbra sono rosse e piene.
Piero le prende la mano e la porta alla bocca. La bacia piano, lei non dice nulla.

"Per favore, mi prendi le sigarette? Sono sul sedile posteriore".
"Dove? Non le vedo. Sono dentro la borsa"?
Il pacchetto rosso è in bella vista al centro del sedile. Francesca è miope, molto miope.

 

La vacanza (62)

Piero è appena tornato da un mese al mare: ad Ischia. E' stata una vacanza all'insegna della pesca subacquea.

L'anno precedente, assieme a quattro amici, aveva ottenuto il brevetto federale di secondo grado. Immersioni con autorespiratore ad ossigeno e ad aria. Permanenza sul fondo con un solo autorespiratore per sei persone. Discesa sul fondo senza attrezzatura, vestizione di maschera, pesi, respiratore. Orientamento con la maschera oscurata.
Insomma Piero un po' si sente un novello James Bond: sono da poco usciti i primi film con Sean Connery.
E non era il solo a fare questa fantasia.
Arnaldo si è fatto confezionare una muta con finiture gialle.
Dan è arrivato con una muta completa da otto millimetri: un'esagerazione per il mare di Ischia d'estate.
Pino si è comperato addirittura un profondimetro, ma loro scendevano solo in apnea.
E Piero ha un fucile che sembra un cannone: nemmeno avesse dovuto cacciare gli squali.

Hanno pescato soprattutto di notte, con le torce subacquee. Un ischitano, proprietario di un Riva, è diventato loro amico e mette loro a disposizione il motoscafo.
Rientravano in porto alle due, tre di notte. Il pesce pescato lo donavano al proprietario di un ristorantino affacciato sul porto che, in cambio, preparava per loro dei buonissimi panini con la parmigiana di melanzane.
La voce di questi quattro strani veneti si era sparsa sull'isola e al loro rientro trovavano spesso un gruppetto di nottambuli che li aspettava. E' bello far due chiacchiere prima d'andare a dormire. E' bello esagerare un po'. "Siamo scesi fino a diciotto metri" e saranno stati al massimo dieci. "Era grosso così e ci è scappato" e il "così" indicava una grandezza doppia del vero.
Ma è bello chiacchierare e sentirsi al centro dell'attenzione.

Quattro settimane passate in un attimo.
"Cosa dici se ci facciamo un po' di montagna prima di riprendere a studiare"? chiede Pino."Beh, devo chiedere al papà. Non so se sgancerà altri soldi" risponde Piero.
Il papà si fa serio: "Sarebbe bene che ti rimettessi a studiare. Ti mancano due esami per finire l'anno". Inutile replicare e inutile passare per la mamma, lei su questi temi è sempre d'accordo con il papà.

Ormai la seconda vacanza sembra sfumata. Invece…
Il guaio nasce quando Piero si accorge di non trovare più il flash della macchina fotografica. "Bepi è capace di tutto, se non sa cosa sia un oggetto puoi star sicuro che va a finire in soffitta" pensa mentre sale l'ultima rampa di scale.
In soffitta il flash non c'è. Ma Piero vede accatastati uno accanto all'altro una quantità di quadri. Ci sono alcuni Tono Zancanaro, un Ciardi, due Boldini ed alcuni macchiaioli.

Sottile e ratto, un pensiero folle. "Chi se ne accorge se ne manca uno"?
Piero rimane sbalordito dalla cifra che il corniciaio, che faceva anche il mercante d'arte, gli offre. Con quella cifra avrebbe potuto comperare un'auto, un'auto usata, ma una bella auto.

"Sono ospite di un amico di Pino, andiamo in montagna solo per una settimana".
"Che sia solo una settimana, dopo riprendi lo studio" risponde la mamma guardandolo con un velo di tristezza.

Le settimane sono state due, ma la vacanza non ha avuto lo stesso sapore di quella precedente. Piero non è riuscito a goderla appieno.

Perché questa differenza? Qualcosa lo disturbava. Il delitto era stato commesso, il muro era stato saltato. Ma in fondo cos'è un quadro? In soffitta ce ne sono tanti.
Perché la coscienza deve mettersi di mezzo? Che differenza c'è tra una vacanza meritata ed una rubata? Sono entrambe vacanze. Si ripete Piero.
Ma una è buona, l'altra non sa di nulla, anzi è un po' amara.

Sarebbe stato sufficiente capire bene la differenza tra il piacere che dà una vacanza meritata e la ricerca di un piacere fine a se stesso. Trarne insegnamento.
Ma non è stato così: altri quadri avrebbero preso la via del mercante d'arte. E il senso di colpa, invece che diluirsi tra le tante vendite, è aumentato sempre di più.

 

Beau geste (65)

Il torneo di bridge era durato più a lungo del solito.
Piero torna a casa, sono già passate le tre di mattina. L'aria si è un po' rinfrescata, forse in montagna c'è stato qualche temporale. Comunque è un luglio molto caldo.

Ripassa mentalmente la seconda smazzata: se avesse intuito che il dieci di picche era in ovest avrebbe fatto una presa in più. Ricorda con precisione la disposizione delle carte di tutte le smazzate. Sono state più di quaranta.
"Che strano non ho mai avuto tanta memoria, ma per quanto riguarda questo gioco mi ricordo tutto, ma proprio tutto".

Infila le chiavi nella toppa, i gatti stanno giocando con una cosina nera. La cosina nera si muove, Piero interviene e sottrae ai gatti un piccolo pipistrello. E' ancora vivo.

Trova in armadio una scatola da scarpe, fa un piccolo foro su un lato, riempie un piattino da caffè con un po' d'acqua.
Fatto il riparo per il pipistrello.
Ripone la scatola con il suo ospite tra la finestra e le imposte. Inaccessibile ai gatti.

Si prepara una tazza di caffè e latte, dà da mangiare ai gatti che si strusciano sulle gambe. Va a letto con il pensiero al suo amichetto che ha appena salvato "Speriamo che ce la faccia". Si addormenta subito.

Sono quasi le undici quando si sveglia, il sole filtra tra le vecchie imposte. Una fetta di luce arriva proprio sopra il cuscino, deve spostare la testa per non essere abbagliato. Nel fascio di luce brilla il pulviscolo. Anche oggi sarà una giornata torrida.
"Come starà l'amico"?
La prima cosa che fa è andare alla finestra a vedere dentro la scatola. E' vuota. "Bene, bene, si è ripreso ed è volato via passando tra le fessure delle imposte".
I gatti saltano sul letto reclamando la colazione.

Bepi lo guarda di traverso "Vara a che ore che el se alsa el paronsin" dice parlando a se stesso. Piero beve il caffè con piacere. Oggi ha appuntamento con una ragazza che studia legge, è molto carina ed ha un carattere volitivo, è allegra e porta delle minigonne esagerate. E' bello andare al mare con la macchina scappottata. Gli piace molto correre sul vecchio argine che conduce a Sottomarina.

Apre le imposte e, nel giardino sottostante, vede una cosina nera, immobile. Osserva meglio: è proprio il suo amico. Porta un'aletta sul muso, come per pulirsi. Poi niente più.
La dignità davanti alla morte lo travolge. Quel piccolo gesto gli trafigge il cuore.

Suona il telefono "Fra quanto mi passi a prendere"? L'aria è calda, la macchina corre veloce, non c'è nessuno lungo l'argine. Ancora pochi chilometri e saranno al mare. La spiaggia molto profonda, pochi ombrelloni. Dietro, le dune coperte di cespugli.
E' proprio carina, la guarda di profilo, ha la testa appoggiata al sedile, alza le braccia come per stiracchiarsi.
Piero accelera un po': gli piace il rumore del motore. Carla canta una canzone di De André.

Prendersi cura di sé un attimo prima di morire, quel gesto lo ha trafitto per sempre. "Re Carlo tornava dalla guerra…". Si volta e lo guarda: "Ti trovo strano oggi, cos'hai?". "Niente, niente, stavo pensando" la guarda negli occhi: è proprio bella. "Continua a cantare, ti prego"

La lezione di quel piccolo amico Piero non la dimenticherà mai: sarà in grado anche lui di tanta dignità?

"Lo accoglie la sua terra…".

 

Il motorino (64)

Era bello rimanere in città nel mese d'agosto. Poca gente, ritmi lenti, alzarsi tardi. E la notte… tutta la notte a disposizione.

La mamma e il fratello sono a Cattolica, il papà è con loro e poi andrà a Sappada dove vivono dei suoi cugini, Bepi è in ferie. In casa c'è solo Luciana.
Lei ha una predilezione per Piero, in casa c'è sempre la caffettiera pronta, prepara i piatti che lui predilige e, soprattutto, non brontola mai: lei canta. Lo fa meno spesso di quando Piero era bambino, ma lo fa ancora; e a lui piace.

Piero esce verso le dieci di sera, non prende lo spider, ma il motorino. Gli piace sentire il vento sulla faccia e gli piace il leggero ronzio del motore del Solex. E poi c'è un altro motivo.
Luciana lo saluta e strizzando l'occhio "Mi raccomando, non fare danni". Lui sa benissimo cosa intende dire.

Un caffè in piedi al Gran Bar, due passi ed è al circolo del bridge.
Tre amici gli si fanno incontro: "Cosa ne dici se facciamo un King"? Il King è più divertente del bridge, è più vario e ognuno gioca per sé.

Alcuni tavoli sono stati disposti sulla terrazza: è proprio di fronte al Bo, quasi a ricordare a Piero che tra poco più di un mese inizia la sessione autunnale degli esami.
Il panno verde è appena appena ruvido, quattro posacenere sono incastonati negli angoli, al centro un mazzo di carte nuovo. Un tavolino più piccolo è disposto in un angolo: serve per le bibite.
Chicca si avvicina al tavolo "Posso guardarvi giocare"? "Sì, sì, siediti qui, così mi porti fortuna".

Il sigaro si consuma sul posacenere e la partita prosegue. Il compito maggiordomo arriva con un vassoio e quattro caffè. Alcuni commenti sull'ultima mano, qualche sfottò, la serata trascorre lentamente.
Arriva Carlo, saluta gli amici seduti al tavolo: "Hei, ci sei anche tu Piero. Non ho visto la tua macchina, credevo non ci fossi".
"Già - pensa Piero - credevi che non ci fossi".

Si è fatto tardi, sono quasi le tre.
Gli ultimi commenti sulla partita: "Io avrei giocato quella mano così".
"Ma no, come potevi pensare che la distribuzione fosse così sbilanciata".
"Ciao, vado. Ci vediamo domani sera". "Ciao, Piero, buonanotte".

Buonanotte... speriamo bene.
Piero avvia il motorino. In pochi minuti è in piazza dei Signori, la luce al terzo piano è accesa: segno che è a casa da sola.
Daniela è bella, austeramente bella. Piero la immagina in sottoveste, seduta sul divano, con il libro in mano che lo sta aspettando. Ma immagina anche le parole che gli dirà appena salito: "Era ora, sono dieci giorni che non ti fai vivo. Cosa c'è. C'è qualcosa che non va"?
Non c'è nulla che non vada, è che deve passare un po' di tempo prima che lui abbia voglia di rivederla. Che risposta inventare? Questa sera non ha voglia di accampare scuse.

Riaccende il motorino, l'aria fresca della notte gli mette addosso una gioia sottile, un desiderio di chissà cosa, il piacere di sentire la vita: "Quasi, quasi passo da Manuela".
La distanza è breve: due piazze più avanti. Manuela è meno bella, ma molto più dolce. Gli sembra di sentire già la sua calda voce: "Che bello, sei qui. Non vedevo l'ora di rivederti".
Alza la testa verso il palazzo, la luce è spenta.
Che fare? Tornare indietro e inventare qualche scusa?

Il cielo sembra di stoffa, di stoffa morbida: un velluto blu con pochi puntini luminosi. Spesso d'estate, nel Veneto, assume quest'aspetto.
Avvia il motorino che, quasi condotto da forze sconosciute, si dirige verso casa. L'aria è sempre fresca e la gioia di vivere è rimasta. C'è da finire di leggere il romanzo di Piasecki L'amante dell'orsa maggiore.
Meglio così, sarà per un altro giorno.

 

La pelliccia (67)

Il torneo di bridge dura già da un bel po'. "Posso sedermi qui"? Cicci è bellissima stasera. È sempre molto curata e chic, ma stasera ha un vestitino blu molto, molto elegante: la fascia completamente e mette in risalto, con leggerezza, le sue generose forme

"... Tre fiori". "Tre cuori" licita il suo compagno. "Tre senza" conclude Piero.
La mano non è semplice, devono riuscire due sorpassi o un sorpasso ed una compressione. A meno che la distribuzione non sia squilibrata e mandi a monte la possibilità di liberare la quarta presa a cuori.

La mano di Cicci sfiora la spalla di Piero.
Il primo sorpasso è riuscito. Ora è necessario fare le ulteriori quattro prese e comprimere nord tra fiori e picche.
"Posso offrirti un caffè"? Così dicendo Piero, facendosi coraggio, appoggia la mano, con apparente noncuranza, sul ginocchio di Cicci. Il cuore batte forte. Cicci appoggiando la sua mano su quella di Piero: "Volentieri, grazie" e stringe leggermente. "Ci sta, ci sta" pensa esultante e incredulo Piero.

Gastone arriva con il vassoio e due tazzine di caffè: "Sul mio conto" mormora Piero all'orecchio del maggiordomo. E, girandosi verso Cicci, fingendo un commento sul caffè: "Chiamami domani a casa".

La serata è fredda, alcune strade sono imbiancate dalla brina, Piero torna fischiettando verso casa. Cammina sull'erba ghiacciata che cresce lungo l'argine del fiume e prova un piacere sottile nel sentire l'erba che scricchiola sotto i suoi piedi.

Tutti, al circolo del bridge, sono affascinati dalla bellissima Cicci. Ma non si è mai saputo di un suo tradimento nei confronti del marito: il barone d… .È rispettato e temuto. Rispettato, perché è molto intelligente, colto ed è un campione di bridge. Temuto, perché economicamente è il più ricco del circolo: si mormora di un patrimonio incommensurabile.

Piero non sta nella pelle. Vorrebbe fosse già domattina.

Le dieci, le undici. Ormai non chiama più. Bepi è sorpreso di vederlo ancora in giro per casa "Paronsin voeo calcossa altro? Nol ga da andar fora stamattina"?
"Non trovo più il quaderno rosso con i miei appunti. L'avevo lasciato sopra la scrivania. Tu non l'hai visto?" mente Piero, guardando l'impietoso orologio.

In quel momento il meraviglioso squillo del telefono: "El signor Piero? Adesso gheo passo" "Ghe se na serta signora d… par iu".

L'appuntamento è per sabato nella mansardina che Piero ha preso in affitto vicino al Bo'. Il papà gli ha concesso questa spesa con la scusa che lì studia meglio, non è disturbato dal telefono e dall'andirivieni di casa, ma sa benissimo a cosa gli serve.

Arieggiare la mansarda, cambiare gli asciugamani, lisciare bene le lenzuola, lavarsi i denti. Piero prova ad annusarsi l'alito mettendo le mani a coppa davanti alla bocca. Ok. Una spruzzata di profumo nell'aria e sui cuscini. Piero si guarda intorno: tutto a posto.
Alle quattro in punto il campanello squilla. Sulla porta Cicci: cappello a tesa larga di panno bianco, pelliccia di volpe bianca, occhialoni da sole. "Cicci, come ti sei vestita"?
"Ma, sai, non volevo farmi riconoscere". Più vistosa di così non poteva essere!

Lentamente toglie la corta sottoveste lilla, reggiseno di pizzo lilla, mutandine di seta lilla: è uno splendore. "Beh, sei senza parole"?
"Sì, Cicci, è il termine giusto: sono proprio senza parole" Piero ha la gola asciutta e le mani gli tremano un po'.
Pensava di intrattenerla con alcuni racconti dei suoi ultimi viaggi. Si immaginava disteso a letto con un sigaro in mano parlarle, con il piglio dell'uomo forte e sicuro, delle immersioni dell'estate scorsa e dell'incontro con uno squalo. Invece non riesce a dir parola, si avvicina piano a lei, le passa la mano tra i capelli neri, avvicina le labbra alle sue.

La mano scende sul seno. Grande, tondo, freddo.
Freddo?
Sotto la bella pelle bianca due palle dure e fredde. Stringe un po' di più. Sono proprio dure: innaturalmente dure.

L'anno precedente era stata a lungo in Brasile. Ed è in Brasile che operano i primi chirurghi estetici.
L'idea di toccare qualcosa di plastica lo raggela. E a Piero per la prima volta succede, non gli era mai capitato. Tutto bloccato. Non c'è verso, non funziona.

"Scusa, scusa. Non capisco cosa mi succeda. Sono troppo emozionato" La bugia gli sembra accettabile. Potrebbe essere scambiata addirittura per un complimento, mente a se stesso.
Chissà che chiacchierando un po', fumando un sigaro, accarezzandole il volto, ammirando il suo bellissimo profilo, annusando la sua pelle bianca e profumata, qualcosa si muova.
Nulla da fare. "Come me la cavo adesso"? pensa con crescente imbarazzo.

"Ciao, ciao. Ti chiamo io. La prossima settimana, ti va bene venerdì"?

Non la chiamò mai più.
Ancora oggi, e di anni ne sono passati, Cicci, se può, gli indirizza qualche battuta acida.

 

Mezza estate (71)

Hanno pranzato sotto al pergolato. La pasta era condita con pomodoro crudo, basilico, aglio e olio d'oliva, più due foglioline di mentuccia. Buonissima. Molti hanno fatto il "bis".
I caffè sono già stati serviti, gli amici sciamano verso il gruppo di sdraio disposte sotto gli ombrelloni.
Le cicale fanno sentire il loro canto. Nessun uccello solca il cielo azzurro pallido, quasi bianco: è troppo caldo anche per loro. La valle: piana, assolata, calda, dà un senso di pace.
Giano è seduto sul bordo del colauro, ha i piedi in acqua e fuma la centesima sigaretta della giornata.

Pigre ore del primo pomeriggio.
Ila ed Ale fanno il bagno, giocano e spruzzano Giano che finge di seccarsi.
Gloriana, splendente nel suo costume color tabacco, arriva con un vassoio di bicchieri.
Filiberto si è diretto verso il lago grande per controllare il pesce, lo segue il conte Carlo.
Bianca è stesa su un lettino al sole, sembra dormire. Altri amici, seduti sotto un ombrellone, chiacchierano sommessamente.

Piero è sul divano sotto la tettoia in compagnia di Lulù, la mamma di Gloriana.
Ha più di sessant'anni ma è ancora una bella donna; da giovane, si narra, ha fatto girare la testa a molti uomini.
Piero ascolta la storia di Franco, il marito di Lulù. Pilota dell'aviazione militare, morto nel luglio del '43.

Ha già letto il libro di Trizzino Le giovani aquile, che parla proprio della storia di Franco Lucchini, ma ne vuole sapere di più. Quale migliore fonte della moglie?

"Ma se era ferito, perché si è levato in volo? Era ancora convalescente e il taglio sul volto sanguinava ancora"
"Mah - caro Piero - lui era fatto così. Non si è mai tirato indietro. Pensa che in Africa ingaggiava duelli aerei usando i vecchi biplani Fiat C.R.42 dell'aeronautica italiana contro i nuovi caccia alleati. Ha abbattuto non so quanti… come si chiamavano… ah sì: Blenheim ed addirittura un Hurricane".
"Come, con quei vecchi aerei è riuscito ad abbattere il più moderno caccia nemico"?
"Già. Dicono fosse un 'asso'. Quattro medaglie d'argento, non so quante di bronzo, una croce di ferro della Luftwaffe. E alla fine - una piccola lacrima luccica sull'azzurro profondo dei begli occhi di Lulù - anche una medaglia d'oro. Un generale l'ha appuntata sul petto di Gloriana. All'epoca lei aveva dieci anni - alza gli occhi al cielo -. E' stata una bella cerimonia".

"Piero, Lulù, volete niente da bere"?
"Sì, Gloriana, dammi una coca grazie, lei Lulù vuole nulla"?
"No, no - risponde Gloriana al posto della mamma - lei beve solo acqua. Continuate, continuate, non volevo disturbarvi".
La bibita è fresca, buona con il caldo che fa. Piero accende un sigaro senza chiedere permesso. Sa che a Lulù il fumo non dà fastidio.

"Ma è vera la storia della fede"?
"A me è stata raccontata così - riprende Lulù - Era il cinque luglio del '43, i bombardieri alleati si avvicinavano alle coste della Sicilia. Franco, assieme ad altri cinque piloti, che erano gli ultimi rimasti nella base della squadriglia, si è levato in volo con il suo Macchi 202.
L'ultima comunicazione con la torre di controllo è stata: 'Li abbiamo intercettati, ho abbattuto uno Spitfire. Attacco lo stormo di bombardieri. Sono tanti, sono tanti' e poi niente più"

"E degli altri, ne sa nulla"?
"No Piero, questo non lo so, ma credo non sia tornato nessuno"
"Beh, e l'anello"?
"Mi è stato detto che non è stato trovato nulla, né dell'aereo né di Franco. Ma dopo qualche settimana, mi è arrivata una comunicazione dal quartiere generale. Un contadino siciliano aveva trovato un… un brandello di mano. Sul dito anulare c'era un anello - Lulù allunga la mano e mostra a Piero le due fedi che porta al dito - questo".

"Piero, Piero, vieni facciamo una partita di pallavolo". Gli amici ridono e scherzano, hanno teso una corda tra due pali.

Piero li guarda distratto. Lo sguardo si perde nell'orizzonte piatto della laguna.
Non ha voglia di giocare. Cerca di ricostruire con la fantasia le immagini di quel campo d'aviazione, di quell'aereo, di quegli ultimi istanti:
"Ma come? Lui si è alzato in volo contro centinaia di bombardieri nemici, con soli altri quattro altri piloti, per difendere l'Italia, per difendere noi italiani, per difendere anche me. Era dalla parte sbagliata, dalla parte di chi ha perso, avrà anche creduto in qualcosa di sbagliato, ma ha fatto ciò che riteneva giusto fare, ha fatto di più di ciò che doveva. Ha dato la vita.. Ma è morto per cosa? Perché il mondo vada così? Perché i politici italiani litighino su quisqulie? Per permettermi di essere qui ora, a fare nulla sotto questo bellissimo sole, in questa pace? Devo capire, devo capire. Tutto dovrebbe avere un senso. Quel sacrificio. Perché, perché?"

"No, ragazzi, giocate voi. Io adesso non me la sento - e poi all'indirizzo di Lulù - posso portarle un po' d'acqua"?

Filiberto torna dalla passeggiata sulle barene, lungo la parte interna del lago grande. Carlo si versa da bere e porge un bicchiere anche a Filiberto. Altri amici giocano e ridono al di là del colauro. Le cicale fanno un chiasso infernale.

Piero si siede sul bordo dell'invaso, immerge i piedi in acqua e fissa l'orizzonte liscio e piatto delle valli venete. Là in fondo, sulla destra, il campanile pendente di Burano. Un gabbiano vola lento sulla laguna deserta, sembra stanco, di colpo s'abbassa veloce. Sembra cadere.
"Cosa c'è Piero?" dice Gloriana sedendosi accanto. Piero si volta, accenna ad un sorriso: "Lo hai visto quel gabbiano"?

 

Pubblicità (73)

Piero non aveva ancora capito quanto potenti sono, nei rapporti umani, l'imitazione e la competizione.

"Ciao Piero, vieni a prendere un caffè"?
Il mese di maggio si è presentato con giornate molto calde. Molti tavolini del Gran Caffè sono occupati.
"Mettiamoci là, guarda quel tavolino è all'ombra".
Il posto scelto è come piace a Piero, un po' defilato, e abbastanza distante dal passeggio del Corso. Si può conversare senza essere disturbati dal passaggio di conoscenti che ti costringono ad un saluto dietro l'altro.
Gloriana indossa un corto vestitino azzurro, scarpe basse ed una collana di perle. Dire che è splendida è troppo poco. Tutti gli sguardi dei vicini seguono il suo incedere tra i tavoli. C'è chi lo fa in maniera sfacciata chi di sottecchi, pochi si sottraggono.

Gloriana è sempre molto espansiva e i suoi modi possono lasciare intendere che abbia una simpatia per Piero. E' lei che fa un cenno al cameriere per attirare la sua attenzione. "Cosa prendi? Io vorrei una coppa di gelato".
"Una coppa al pistacchio ed un caffè": Piero ormai conosce i sui gusti.
Lei gli prende la mano nella mano e gli chiede come sia andato l'ultimo torneo di bridge.
"Tra poco mi trasferisco in valle. Verrai a trovarmi? Sono sempre sola, Filiberto è sempre impegnato con il 'capovalle' o con il capocaccia".

Pochi giorni dopo, fa sempre più caldo, Piero sta bevendo il caffè seduto ad un tavolino in fondo alla piazzetta, poco visibile.
E' appena uscito l'ultimo numero di una rivista di H.F. - è l'ultima passione di Piero, sta componendo un impianto stereo di alta qualità - vuole leggerlo senza essere disturbato da saluti o convenevoli.

"Guarda chi si vede. Ciao Piero. Vai in valle per il fine settimana?"
Chicca si avvicina e, senza chiedere permesso, gli si siede accanto baciandolo sulla guancia. La minigonna è proprio mini e mostra le bellissime gambe di Chicca. Le mostra non solo a Piero, ma anche a molti altri avventori che non si trattengono dal far scivolare lo sguardo nella loro direzione. Anche se, per Piero, la cosa più bella di Chicca è il viso. Lo affascina il naso appena appena aquilino, bellissimo.
"Non so Chicca, la macchina ha un problema alla frizione. Spero sia pronta, ma con le macchine inglesi non si sa mai se ci sono i pezzi di ricambio".
"Io ci vado, se vuoi ti ci porto io"
"Grazie, ma, lo sai, io gradisco essere indipendente. Ogni tanto ho le 'lune' e se mi annoio devo potermene andare quando voglio. Non prenderla per una scortesia. Preferisco sempre muovermi per conto mio".

Il cuscinetto reggi-spinta della frizione non è arrivato.
E' sabato, Piero si alza di malavoglia. E' una bellissima giornata di sole: avrebbe passato volentieri il fine settimana in compagnia degli amici in valle.
Però ci sono le prove del Gran Premio del Belgio: chissà che la Ferrari si piazzi meglio dell'ultima gara, anche se Tyrrel e Lotus sembrano imbattibili.
E poi c'è da leggere l'articolo su un artigiano giapponese che fabbrica a mano delle testine per giradischi che dicono essere precisissime. Il braccetto del nuovo "piatto" è all'altezza di una simile puntina e Piero sa che prima o poi farà questa follia.

I tavolini del bar sono quasi tutti liberi.
Un caffè e Piero si immerge nella lettura dell'articolo. La descrizione si spinge fino a dire il numero di spire che costituiscono la parte mobile della puntina, il materiale del corpo: può essere in giada o in opale. Non viene menzionato il prezzo. Ahi, dev'essere carissima.
Inconsapevolmente alza la testa: una ragazza seduta poco distante lo sta guardando. E' la stessa che Piero aveva cercato di avvicinare qualche settimana prima, ma con scarsi risultati. Ora invece è lei che lo guarda e gli sorride. Non gli sembra vero.
"Vuole sedersi al mio tavolo? Posso offrirle qualcosa?"
Lei sorride: "Non è impegnato oggi? Non aspetta nessuno?"

No, Piero non aspetta nessuno, ma quella domanda lo fa sorridere: gli fa capire alcune cose.

 

Gli orecchini (76)

Piero ha raccolto parecchie ostriche: una volega piena. Se ne trovano molte lungo i lavori della valle.
Carlo e Piero le stanno spazzolando, seduti sul bordo del colauro, per pulirle da alghe ed incrostazioni. Guanti da lavoro e spazzole di ferro.
Ila ed Ale li osservano nella speranza che, tra le ostriche, ci sia qualche granchietto da mettere nella loro piscinetta.
"Guarda che grossa questa" Carlo mostra ad Ila un'ostrica. "Dopo non buttatele via, quella voglio tenerla".

Il sole picchia nel caldo pomeriggio, tutti riposano. Chi in camera, chi sulle sdraio, che sui divani al riparo della tettoia. Gloriana e Bianca sonnecchiano sui materassini di gomma in acqua. La stagione dei fine settimana in valle è iniziata gia da un po'.

Stasera antipasto di ostriche e pesce alla griglia. A Piero le ostriche non piacciono, ma gli piace raccoglierle per gli amici e vedere con che piacere le mangiano.

La luna è alta, la cena è terminata, le fiaccole antizanzare stanno finendo. Un po' alla volta tutti se ne vanno.

"Mi lasci lo spider qui in valle? La mia macchina non va". Piero sa che l'auto di Gloriana funziona benissimo, ma sa anche che le piace correre per le stradine della laguna con la macchina scoperta.
"Sì, sì, torno con Titti e Pupi, non vanno a casa a Venezia. Vanno anche loro a … Mi raccomando: attenta con la frizione".

"Ciao Gloriana, ciao Filiberto. Ci vediamo sabato prossimo. Se mi è possibile arrivo prima: venerdì, se ce la faccio ".
E' stata una bella serata, molti amici, cena buona. Titti mette in moto. Il rumore delle ruote sulla ghiaia lo fanno sorridere. Quel rumore gli mette sempre allegria. La bella Pupi siede sul sedile anteriore, di fianco al marito. Piero e Carlo dietro.

"Bone e ostriche, e ga anca fatto effetto" dice Titti rivolgendosi sorridente a sua moglie e aggiunge: "Gheto visto che corte el ga fatto Alvisotti a Bianca?" Tutti ridono: Alvise non riesce a fare le cose con discrezione. Se vede una donna che gli piace, la assedia, non le lascia un attimo di respiro.

Piero sente qualcosa sotto la suola delle scarpe, si china: due orecchini con grossi brillanti. "Pupi, cosa fai? Semini per vedere se ne crescono altri"?

Pupi li prende in mano, un attimo di esitazione e, con voce glaciale, "Non sono miei" dice porgendoli a suo marito.
Il silenzio invade l'auto. Non più una parola fino a casa. Piero vorrebbe mangiarsi la lingua. Carlo lo fulmina con gli occhi, ma non proferisce parola.

Sono da poco passate le feste di Natale. Nevischia appena, cadono piccole gocce d'acqua gelata. L'antico palazzo veneziano è ben riscaldato. Alle pareti due grandi quadri, scuri, ma molto belli. Una trifora guarda sul Canal Grande.
"Lo devo a te, grazie Piero, sei stato tu a farmi trovare il coraggio" mormora Pupi.

Piero accende un sigaro e le passa un braccio sotto la testa.
Pupi, scostando il lenzuolo, gli carezza i capelli: "Grazie Piero, grazie".

 

Il vento (78)

A Piero piace giocare a tennis. Specialmente durante i mesi più caldi. Specialmente alle due del pomeriggio.
Per lui il tennis è: caldo, sudore e silenzio.
Il problema è trovare il compagno di gioco: se non c'è Elio deve spesso rinunciare.
Il circolo del tennis è vicino a casa: dieci minuti di bici.

Il glicine, che ombreggia la parte antistante della casetta che funge da bar, si è avvolto attorno ad un giovane pioppo: lo sta soffocando Gli amici sono tutti sul bordo della piscina, non c'è un alito di vento, è metà giugno e fa gia molto caldo, i campi da tennis sono vuoti. Elio non c'è e Piero deve aspettare le cinque per poter fare una partita.
Non sopporta di vedere il piccolo pioppo curvarsi tra le spire del glicine.

"Toni, vado a liberare il pioppo. Prendo la scala dalla rimessa".
Toni, il proprietario del circolo, sorride. "Sta tento a no cascare" ha sempre considerato Piero un po' strano, specie per la mania di salvare gli insetti che cadono in piscina.
Le vespe sono straordinarie. Sembrano morte annegate, non muovono più una zampetta, ma poco dopo essersi asciugate al sole, magicamente riprendono lentamente a muoversi, un paio di vibrazioni delle ali e poi riprendono il volo. Gli insetti lo sorprendono sempre.

Alcuni tralci del glicine sono robusti. Piero deve usare una sega. Alla fine il piccolo pioppo è libero. Osserva con attenzione che non ci siano altri rami avvolti dalle spire del glicine.

Il pomeriggio è assolato, le voci degli amici gli arrivano indistinte, la piscina è una macchia azzurra tra il verde intenso del prato, Gloriana ha un bellissimo costume marrone, gli fa un cenno di saluto con la mano.
Un colpo di vento improvviso lo fa barcollare, si afferra ad un ramo. Gli altri alberi sembrano non aver mosso una foglia.
"Attento Piero, cadi? Scendi, sono le cinque meno dieci. Tra poco abbiamo il doppio".

La partita è finita, i quattro amici sono sotto la doccia "Dove andiamo a cena?"
"Conosco una trattoria a Torreglia dove fanno dei 'bigoli' eccezionali". Leo esagera sempre, ma per Piero un posto vale l'altro. L'importante è la compagnia.

Sale in auto con Filiberto e Gloriana. La strada è bloccata. Un lungo incolonnamento li obbliga a fare un largo giro per dirigersi verso il paesino sotto i colli.

La cena è finita, i "bigoli" non erano affatto eccezionali. "Venite tutti a casa mia" dice Sandra che si è da poco divisa da suo marito. Leo, Mauro, Valerio e Piero si siedono al tavolo da gioco. Il poker, un po' come il tennis, è un modo "culturalmente" accettabile per dare sfogo alla competizione maschile. Questa sera sembra che Piero non sbagli una "mano", gli va tutto dritto e sta vincendo una bella somma.

Si è fatto tardi. Filberto e Gloriana, Paola e Toni salutano e se ne vanno. Altri restano e il poker continua.
"Vi va un caffè?" Sandra arriva con quattro tazzine.
Suonano alla porta. "Chi è a quest'ora?"
Entrano, tra la sorpresa di tutti, Filiberto e Gloriana che si dirigono verso il tavolino: "Piero, tuo fratello ha avuto un incidente, vieni: i tuoi ti cercano".

Si dirigono verso casa, "Come, non andiamo in ospedale?"
"No, è meglio che prima passi per casa". Sale i gradini a due a due. La mamma è il papà sono in salotto. Il papà ha gli occhi rossi, la mamma la testa tra le mani. "Sisi non c'è più".
"Come, quando, dove, perché?" Gli gira la testa, si siede. Quasi non sente le parole della mamma "Un camion. Qui sulla circonvallazione interna, vicino al tuo circolo. Non si sa come sia successo. Non c'è più nulla da fare".
Poi, dopo un sospiro: "Erano le cinque meno dieci".

 

Colleghi (91)

Il convegno internazionale è a Roma, in centro.
Le sale sono già affollate. Piero alza la testa sui soffitti affrescati del vecchio palazzo. Anche alcuni pavimenti di marmo decorati ad intarsi sono stati conservati bene. Tutto il resto: pareti, luci ed arredi sono modernissimi.

"Bah, a me questi accostamenti non piacciono". Un collega lo guarda con disapprovazione.
Piero prova lo stesso disappunto di quando da piccolo ascoltava, seduto in corridoio, lo zio che provava un concerto con il quintetto e Leone, la viola, attaccava con un attimo di ritardo. Non lo faceva per imperizia, ma perché aveva sempre una sigaretta accesa tra le labbra e la cenere invariabilmente gli cadeva sui pantaloni.

Il presidente è attorniato da colleghi francesi e sudamericani. È vestito di color panna, sembra un fiore tra il fogliame scuro.
Una signora, che Piero non ricorda in che occasione ha conosciuto, fa un cenno con il capo a mo' di saluto. Gonna lunga nera, camicia nera e giacca nera. Capelli sciolti lunghi biondi, stonati con l'età.
Un gruppo di giovani si avvia verso il tavolo delle conferenze. Sono tutti vestiti in grigio scuro. La camicia grigia ha il collo a fascetta. Sono preceduti da una vecchia conoscenza di Piero. È un signore grassottello, basso, capelli lunghi e grigi. Ha sottobraccio un enorme fascicolo di carte. È appena stato nominato "docente". Cammina a testa alta.

Piero deve fare da controrelatore per un giovane collega. La relazione è un piatto riassuntino del seminario II° di Lacan. Piero si agita un po' sulla sedia, vorrebbe alzarsi ed andarsene.
Pone tre domande ovvie e stupide. Il giovane collega, tutto sudato, risponde dimostrando di aver studiato il seminario. Tutto si conclude con il battimani della platea.

Il bar è molto elegante, un impettito cameriere porta il vassoio con due caffè. Piero ed Ettore salutano vecchi amici che da anni non vedevano. Scambiano frasi sciocche e di circostanza.
Un inserviente con una campanella richiama l'attenzione di chi si attarda nel cortile, nel vasto ingresso o nel bar. Ha inizio la seconda fase degli incontri.

Piero ed Ettore si guardano negli occhi. Lentamente si incamminano verso l'uscita.
Il presidente si avvia al tavolo dei relatori. Fende la folla come una nave.

Santa Maria del Popolo è poco distante e Piero non ha mai visto la crocifissione di San Pietro. Il sole è alto, Roma è bellissima. Caravaggio racconterà cose più interessanti del presidente.

 

La cerimonia (99)

Il vestito di lino è di un colore che a Piero piace molto. Grigio, né troppo chiaro né troppo scuro. La camicia bianca di lino. La cravatta grigio scuro con piccolissimi disegni.

E' molto tempo che non indossa più abiti molto eleganti. Preferisce vestirsi ancora, nonostante l'età, con i jeans. Dicono che può ancora permetterselo. Se proprio fa molto freddo allora vanno bene anche i calzoni di velluto.

Oggi si sposa la figlia maggiore di Gloriana. "Guarda chi si vede, non sei per nulla cambiato" mente una vecchia conoscenza di Piero "saranno passati vent'anni dall'ultima volta. Vieni qui fatti baciare".
"Anche tu stai benissimo" risponde Piero, restando nel solco delle pietose bugie "I tuoi bimbi…scusa… volevo dire i tuoi figli come stanno"?

La chiesa è piena, fiori in ogni angolo. Dai banchi alcune persone fanno un cenno di saluto. Piero risponde, alcuni li riconosce subito, altri per nulla. Lisa si asciuga gli occhi. Per lei matrimoni, battesimi e funerali sono cerimonie che la commuovono sempre.

A metà cerimonia Piero esce per fumare un sigaro.
Parcheggiata davanti alla chiesa c'è una spider degli anni cinquanta che condurrà i novelli sposi nella villa di campagna per il rinfresco. Un piccolo brivido nel guardare quel volante. Trent'anni prima aveva regalato quell'auto a Gloriana ed era impazzito per trovare il volante originale. Ricorda la gioia quando lo aveva riconosciuto presso un rottamaio in un paesino perso nella campagna veneta. Ora era lì: l'oggetto uguale, lo sguardo diverso.

Il giardino della villa è costellato di ombrelloni, tavoli, sedie e… attori. Bianchi camerieri si danno un gran da fare attorno ai tavoli degli antipasti e dei vini.
Il sole è calato ma fa ancora molto caldo, l'aria profuma di erba appena tagliata. Il brusio di sottofondo è continuo. Con quell'aria cretina che si assume in queste occasioni Piero si avvia al tavolo del buffet. Sui volti degli invitati sembra calato un sipario di rughe e nel contempo sembra si sia tolto un velo. I vizi e le virtù ora sono più visibili.

Il viso di Giannino ha assunto il colore e le fattezze dei biglietti di banca di grosso taglio. Quello di Roberto è caratterizzato da due grandi occhi stupiti e stupidi. Bruno non riesce più a dissimulare la perversione: due occhietti sottili sormontati da folte sopracciglia e contornati da borse bluastre, saltellano irrequieti da una giovane all'altra. Pietro ha la schiena incurvata e piega la testa da un lato, come fosse sempre pronto a dire "Sissignore". Gitto, che pare abbia perso tutto il suo patrimonio, si guarda attorno con uno sguardo che a Piero fa venire in mente un'idrovora.
I volti delle signore sembrano dissimulare meglio. Non sono più volti. Sono lisce distese di pelle lucida forate da occhietti a mandorla, al centro una piccolissima protuberanza (alla francese) e alla base due informi rigonfiamenti. "Devo stare attento con i nomi, sembrano fatte in serie".

Lisa è elegantissima. E' seduta ad un tavolino con Paola, non c'è traccia di chirurgo. Piero si siede volentieri. Con loro non è necessario dire cose sciocche e di circostanza. Si può anche tacere.

Lisa strizza l'occhio "Cosa ne dici se…". Piero felicissimo si alza e si dirige verso Gloriana "Domattina ho appuntamenti molto presto. Non posso restare oltre".
"Sei il solito, hai sempre una scusa pronta".

L'aria comincia appena a rinfrescare, Piero si allenta il nodo della cravatta, accende un sigaro, Lisa lo prende sottobraccio. I loro passi fanno un piacevole rumore sulla ghiaia bianca.

 

Ciao (05)

"Ciao Piero" "Ciao zio Luis, come va. E' tanto che non ti sento". La storia è cominciata così.

Luis è un cugino della mamma di Piero e vive a Cattolica. "Guido, te lo ricordi? Sta scrivendo un libro sulla storia di Cattolica e sulla storia della sua e della nostra famiglia, che, come sai, hanno radici comuni".

Infatti il papà e la mamma di Guido si erano conosciuti, negli anni trenta, ad una festa in casa della nonna di Piero. Lia, la mamma di Guido, era cugina della mamma di Piero. E Giuseppe, il papà, era allora studente universitario ed amico della famiglia di Piero. Insomma Piero e Guido erano lontani parenti.

Piove e fa freddo, è proprio una brutta giornata. Piero guarda fuori dalla finestra, ma non è triste. Il telefono: la voce dello zio, con quel meraviglioso accento romagnolo, gli mette allegria. "Guido desidera ricevere alcune foto di famiglia da inserire nel suo libro. So che ne hai molte, mettiti in contatto con lui. A t'salud" aveva concluso Luis.

Di Guido Piero ha un vaghissimo ricordo: occhi azzurri e viso sempre sorridente. Era un po' più grande: sette anni, a quell'età, sono moltissimi. Si erano visti durante le vacanze estive a Cattolica, quando Piero frequentava ancora le elementari. Poi mai più.
Ricorda molto meglio suo fratello più piccolo: Umberto, quello con il quale aveva combinato il guaio del paiolo.
Ricorda ancora meglio suo papà: il dottor Giuseppe che era medico a Cattolica.
Tanti tanti anni fa, la mamma aveva portato Piero dal dottore per un mal di orecchi. Venne alla porta un signore alto, biondo, con il camice bianco. "Siediti lì. Fermo, non ti muovere", aveva in mano un oggetto metallico, lucente, con un becco a punta. La sua voce era perentoria e decisa, ma rassicurante. Piero non si mosse.

Prima al telefono poi via e-mail, Piero e Guido concordano quali foto inserire nel libro.
"Quest'estate farò una scappata a Cattolica, così potremo vederci. Chissà che effetto ci farà".
"Beh, sono passati più di cinquant'anni, saremo certamente un po' diversi".
"Sono sicuro che riconoscerò subito i tuoi occhi e il tuo sorriso".
"Ciao", "Ciao".
Sì, è stato proprio un saluto.

Piero e Lisa sono in terrazza, è estate. Le anitre nel fiume starnazzano, aspettano il lancio del pane. Oggi Piero è in ritardo.
Lisa si siede sulla sdraio e accarezza il gatto. Anche Piero si siede ed apre il giornale.
Partiranno la settimana prossima per fare visita ai parenti di Cattolica.
Sulle gambe di Lisa il gatto ronfa.
Tra le mani di Piero "La Repubblica", pagina ventuno, cronaca. Piero ha una leggera vertigine. Guido, Guido, Guido, un lungo elenco di necrologi. "Oggi si è spento il professore…".

Una sottile pioggerella d'agosto bagna i pini di viale Carducci a Cattolica, bagna la fontana delle sirene e le tre tartarughe, dalla bocca delle quali esce uno zampillo lungo e sottile. Bagna Piero e Lisa che sono usciti senza l'ombrello, ma non è fastidiosa: è lieve e tiepida.
Sulla targhetta del campanello: "Prof. Guido …", Piero vi appoggia il dito, alza lo sguardo, c'è una luce accesa, sembra quella del salotto. Il dito incerto trema un po'. "Che dire? ". Si volta, prende sottobraccio Lisa e, sotto la pioggia sottile, torna verso l'albergo.

E' Natale, è uscito il libro. Sul risvolto di copertina, il sorriso aperto di Guido: lo avrebbe riconosciuto subito.

 

Lo specchio (07)

"Ma chi è quello lì". Piero si sta facendo la barba, si guarda malvolentieri allo specchio. Non si riconosce. Chiude per un attimo gli occhi e gli sembra di rivedere il suo volto, non quello di adesso, ma quello vero, quello che lui considera il suo. Quello dei tempi della valle. Dell'Africa.

Le lampade dello specchio emanano un po' di calore, tenendo gli occhi chiusi gli sembra di sentire il sole in faccia.
Tende l'orecchio per ascoltare meglio. Gli sembra di sentire in distanza un fischio prolungato. E' l'uccello della pioggia. Se ascolta con ancora maggior attenzione sente anche il fruscio delle foglie delle acacie, un barrito lontano. Da un momento all'altro si sentirà chiamare: "tchiai bwana, tchiai". Diceva proprio così: invece di pronunciare "tè" pronunciava "ciai". Era l'indigeno che lo svegliava al mattino con una tazza di tè.

Sciacqua il rasoio, un'altra passata. "Ma guarda che faccia", perché tutte quelle rughe, perché quelle borse sotto agli occhi? Si sorride, ma il sorriso non è il suo. Questo è triste: una sorta di contraddizione in termini. Meglio richiudere gli occhi.

Era ieri mattina? O qualche mattina fa?
Circa tremila mattine fa!
Era quella l'ora in cui faceva inconsciamente un gioco. Uno stupido gioco con se stesso. Il gioco era questo: indovinare che faccia avrà la prossima donna della quale si innamorerà. Se l'ultima conquista era bionda allora immaginava un volto olivastro ed occhi neri. Oppure l'inverso. Usciva di casa con addosso una curiosità, si guardava intorno alla ricerca di quel volto immaginario. Ogni ragazza che incrociava attirava la sua attenzione: che sia questa?
Non aveva indovinato neppure una volta, ma il gioco gli piaceva molto lo stesso. E poi, a dire il vero, lui non aveva mai scelto. Erano sempre loro che gli davano l'imput. Lui si adattava. A volte l'atteso segnale arrivava proprio da quella che gli piaceva. Altre volte no. E, forse, erano state proprio queste a sorprenderlo di più. Aveva fatto bellissime scoperte.

"Ma chi è quello lì che sorride"? Se guardava con attenzione scopriva sul suo volto dei segni, delle espressioni, dei particolari che gli ricordavano il viso di suo papà.
Di suo papà da vecchio.
Non gli piaceva il viso del papà da vecchio, preferiva e gli veniva più facile ricordarlo bello, giovane, elegante, occhiali spessi e baffi forti.
"Ma guarda. Sono più vecchio del papà".
"Eppure" pensa "Se qualcuno all'improvviso chiedesse: 'Quanti anni hai?' Risponderei di getto: trenta".
Ecco il problema. La cosa che crea un'incongruenza, una discrepanza, una stonatura fastidiosa non è diventare vecchi, ma restare giovani.

Bruto si struscia sulle gambe. "Mmmrao". "Sì, sì, adesso ti do la pappa". Un'altra passatina sul mento, c'è ancora un'ombra scura. Per ultimo il pettine. Ne basta uno con denti radi. Ormai resta ben poco da pettinare. Una spruzzata di profumo.

All'improvviso si rivede in valle. Usava anche allora lo stesso profumo. Spesso Ila ed Ale lo prendevano di nascosto e si profumavano tutte. Ila una volta l'aveva perfino bevuto "Senti, senti Nic - così lo chiamava - il mio alito profuma come te". L'aveva presa in braccio "Quanto ne hai bevuto" le aveva chiesto preoccupato, "No, no, solo una spruzzata". L'aveva stretta forte, forte. "Dai Nic sbrigati, scendi che andiamo a fare il bagno. Sono già tutti fuori".

"Mmmrao" insiste Bruto. Un'ultima occhiata a quello là. "Ma chi diavolo è"?
Meglio scendere al bar per il caffè. Oggi lo aspetta una giornata piena.

 

La nebbia (08)

E' una di quelle mattine che si vedevano spesso lì in Veneto. Anni fa.
Nebbia fitta e lassù, basso nel cielo, un disco bianco.
Come se il sole volesse dire: "Sono qui, state tranquilli, prima o poi sfonderò questo muro bianco".

Piero guarda fuori dalla finestra, i gatti si strusciano sulle sue gambe. Grigio, grigio, tutto grigio. "Su, su andiamo, adesso vi do la pappa".

Nemmeno il calore delle lampade dello specchio del bagno gli fanno ricordare le giornate di sole, le albe africane, le vacanze a Cattolica e tante tante altre estati. Come se la nebbia si fosse insinuata anche in casa, anche dentro la sua mente.
Coraggio, ancora tre mesi poi arriverà aprile, i lillà e la madreselva. Maggio, i gelsomini. Giugno, i fiori dei tigli della riviera. Scosta la tenda della finestra, nessun segno di sole, nebbia, nebbia e ancora nebbia.

Per andare al bar per il caffè basta attraversare il ponte romano. Uno sguardo all'acqua del fiume: grigio-verde. Tutto bianco intorno, non si vede nemmeno l'altro ponte: ponte San Giovanni delle navi. Piero sa che è lì, poco distante, ma non si vede nulla. Alza lo sguardo, vede solo un disco bianco lattiginoso.

Un attimo di vertigine. Gli torna alla mente il racconto incompiuto del papà. La descrizione di quella mattina all'uscita dalle lezioni a Ca' Foscari. La nebbia e la felicità di quell'incontro, di quella promessa: "Ci vediamo domani".

Tutto scomparso. Dove sono quegli attimi meravigliosi descritti dal papà? Dov'è quel volto che suo papà ragazzo ha tanto amato? Come si chiamava quella bella francese? E i passanti che sembravano fantasmi e le pietre lucide della calle?
Tutto spazzato via. No, no, forse le pietre sono ancora là. Ma solo le pietre, tutto il resto è scomparso.
Qualche anno ancora e anche il ricordo del ricordo se ne andrà per sempre. Non resterà alcun segno.

Piero è sulla porta del bar, appoggia la mano sulla maniglia, esita. Lo sguardo va verso l'alto.

Come i corvi di quel triste pomeriggio in montagna, alcuni pensieri volano lenti lassù: "Come il vento, abbiamo accarezzato qualche foglia, sfiorato qualche viso, portato un po' di profumo. Abbiamo salvato un gatto randagio, un passero ferito e, forse, abbiamo portato un sorriso ad un volto lontano".
Ma quelle foglie non ci sono più, quei volti sono scomparsi e quei gatti se ne sono andati tanti anni fa.

"Buongiorno Gianni. Un caffè, ristretto, per favore".
"Bea gara, eà Ducati no eà bate nissuni" commenta un signore con il barista.

"Già, bella gara - pensa Piero - chissà chi arriva primo".

 

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