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Quattro uccelli bianchi (75) Si sono alzati alle cinque. Claud è il loro white-hunter.
Guida la vecchia Land Rover lungo due sottili strisce di erba calpestata.
Quando il sottobosco si fa troppo fitto, scendono e proseguono a piedi.
In fila indiana. Claud indossa scarponcini alti e calzettoni
verdi. Calzoni corti e camicia, tutto verde militare. Tiene il grosso
fucile dietro la testa tra le spalle, come un giogo, e vi appoggia sopra
le mani. Sembra crocifisso. Filiberto è a caccia di bufali. Piero è a caccia di immagini. Sono nel nord del Mashonaland, lungo il corso di un piccolo affluente dello Zambesi. A volte Opondo si ferma, si stende
a terra, osserva con attenzione sotto il fogliame. Il busch è molto fitto,
sotto le piante la vista è un po' più lunga. Il sole è ancora basso, ma già qualche cicala si fa sentire. D'un tratto si trovano in una piccola radura, solo qualche basso arbusto tra l'erba. Il gruppetto si ferma. Claud e Filiberto si scambiano qualche commento. Piero riprende il gruppo con la cinepresa. Gli indigeni si asciugano il sudore con la manica della tuta, posano i fucili a terra. Opondo non parla con nessuno, si guarda sempre attorno. Filiberto prende il pacchetto di sigarette, ne estrae una. Ci ripensa e rimette tutto in tasca. Claud lo guarda con approvazione. Sopra gli alberi che delimitano la
radura si levano in volo quattro uccelli bianchi. Piero li vede e li indica
al tracciatore chiedendone il nome. Dal punto dove si sono alzati gli
uccelli escono al trotto due rinoceronti. I rinoceronti si fermano, alzano il muso un paio di volte, si dirigono lenti verso il fitto della boscaglia. Si siedono tutti sull'erba. Piero e Filiberto si accendono una sigaretta. Il volto di Opondo ha cambiato colore, è diventato grigio scuro. Claud si schiarisce la voce e appoggia il viso sulla canna del suo fucile. Lentamente Piero sente riaffiorare il canto delle cicale. Un gruppetto di uomini ansimanti sono
seduti sull'erba di una piccola radura.
Il dentista (74) "Ciao Carletto, ci vediamo in primavera
in valle, grazie di tutto, siamo stati proprio bene". Sono le sette. Si parte per la riserva del Masai Mara. Oltre ai quattro amici: Piero, Bianca, Filiberto e Gloriana, se ne sono aggiunti altri due: Pierluigi, un vecchio amico dentista, e la sua nuova compagna. Pierluigi si è separato da poco, la
sua nuova ragazza è molto giovane, studia medicina. Piero la conosce bene,
le ha dato ripetizioni di fisica. La facoltà di medicina impone questo
esame che gli studenti chiamano "fisichetta". Ma torniamo alla partenza per il Masai Mara. La Land Rover è del tipo cosiddetto "passo lungo", ci si sta comodi anche in sei. Hanno due taniche di benzina di riserva ed una tanica d'acqua. Un contenitore frigo per i panini. Sono bene attrezzati. Il viaggio sarà lungo: sette, otto ore. "Visto che passemo par Nakuru, se fermemo a vedare i fenicotteri: i xe un mare, un mare rosa". Suggerisce Filiberto a Piero che è alla guida. "Cossì ghei femo vedare anca a Pierluigi". Bianca e Gloriana scendono, restano senza parole. Una parte del lago sembra effettivamente di un altro colore. Un'isola rosa. E' sufficiente un fischio e la macchia si trasforma da rosa in bianco. Poi più scura, poi sembra svanire, poi torna rosa, rosa carico. Si sono alzati in volo. Tutti. Pochi metri e contemporaneamente si posano nuovamente sull'acqua. Come un caleidoscopio. Sono già passate cinque ore; Piero decide di passare anche per il lago di Naivasha e poi dirigersi verso ovest in direzione del confine con la Tanzania, per entrare nel parco del Masai Mara. Sono le quattro del pomeriggio quando entrano dal lato est del parco. La strada è sterrata e prosegue sempre dritta, a perdita d'occhio. Strada rossa, pianura gialla, niente in vista. L'orizzonte è lontanissimo, solo qualche rara acacia. Ogni tanto una buca li fa sobbalzare. Sono tutti stanchi; anche Piero ha le braccia stanche, i muscoli indolenziti: la Land non ha il servosterzo. Qualche piccolo branco di gazzelle.
Nessun elefante, nessun branco di bufali. Proprio davanti a loro un gruppetto
di gazzelle di Grant attraversa la pista. Un cucciolo si spaventa per
il rumore della macchina. Ha una reazione istintiva di sopravvivenza.
Si accuccia a terra mimetizzandosi con la polvere. Il tempo passa e la stanchezza aumenta. Il sole è basso, molto basso. "Ma quanto manca?" chiede Pierluigi stiracchiando le braccia e sbadigliando. "Mah, è strano, dovremo essere già arrivati. Secondo le indicazioni di Carletto un'ora, un'ora e mezza dopo l'ingresso nel parco". Piero dimentica che l'andatura che tiene Carletto è ben diversa dalla sua. Carletto ha già distrutto due fuori strada. Comincia ad imbrunire. La strada prosegue
sempre dritta. Hanno incontrato solo due deviazioni verso destra. Più
che strade erano tracce parallele di ruote. "Non avremo sbagliato? Forse
il campo del Mara Sara era in quella direzione". Laggiù sulla destra infatti
si intravede una striscia di alberi, segno che c'è il fiume: il fiume
Mara. Oramai deve accendere i fari. Guidare
di notte non è propriamente consigliabile. Il nervosismo aumenta. Piero non li ascolta più. Gira l'auto e riprende la strada di prima, quella dritta. La luna è bassa all'orizzonte; in distanza appare, proprio dentro il disco rosso della luna, un elefante; sembra avere una zanna più corta dell'altra. Il vocio continua, ma Piero non dà retta a nessuno. La strada scende: il ponte. Piero è sudato, stanco: sono due ore
che non fuma. Spegne il motore.
Il leopardo (74) Già altre volte era stato in Kenia con il desiderio di vedere e fotografare un leopardo, ma non gli era mai riuscito. Il fresco della mattina inavvertitamente
se n'è andato, ha lasciato il suo posto ad un'aria calda, secca, quasi
ondeggiante. La temperatura è quella delle pianure africane bruciate dalla
lunga assenza di piogge. Piero stende alternativamente ora un braccio
ora l'altro, si allunga sul sedile. Il volante della Land Rover vibra
di continuo. La pianura che ha davanti, che lo circonda, sembra infinita.
Erano partiti che il sole s'era appena
levato. Il cielo aveva terminato lo spettacolo dell'alba sugli altopiani:
un leggero chiarore, appena percettibile all'orizzonte nel blu della notte,
muta velocemente in viola, lilla, rosa, rosso, arancio e poi all'improvviso
tutto il cielo s'illumina. È giorno. Archibald è ben aggrappato alle centine e tiene le gambe divaricate. Ha la testa leggermente piegata all'indietro, il naso rivolto verso l'alto. Sembra che non stia scrutando l'orizzonte, ma che cerchi degli odori. Il vento gli gonfia la camicia di un colore indecifrabile e gli piega il frontino del berretto da baseball. Piero sta cercando le tracce di un vecchio elefante maschio. Lo aveva incrociato tre giorni prima, mentre stava ritornando all'accampamento. Era sera e percorreva la riva destra del fiume Mara nella Masai reserve, a sud del Kenia, quasi al confine con la Tanzania. Lo vide quando era troppo buio: non c'era luce sufficiente per la pellicola. Aveva seguito l'animale con lo sguardo finché gli era stato possibile. Inconsapevolmente gli aveva dato appuntamento, aveva la certezza che lo avrebbe rivisto. Quella sera si era sentito stranamente
agitato. Si stese sull'amaca e un po' alla volta sentì dissolvere la tensione.
Piero sente un colpo sul tetto della
cabina. È Archibald che richiama la sua attenzione: "tembo bwana, right
tembo". Attraverso l'apertura sul tetto della
cabina Piero getta uno sguardo ad Archibald, che capisce al volo la tacita
domanda e gli fa un segno per indicare che la brezza soffia da ovest.
Non può proseguire, deve tornare indietro e compiere un semicerchio in
modo da porsi sottovento. Così potrà avvicinarsi di più. Di nuovo sente un colpo sul tetto.
Automaticamente si arresta. Dev'essere molto vicino. Accosta verso destra
cercando di uscire dall'erba più alta. Per un attimo lo intravede. Il silenzio sembra irreale. Le orecchie
impiegano un po' di tempo ad abituarsi all'assenza delle vibrazioni del
motore.
Gli tremano le mani. Sale impacciato
sul paraurti e si siede sul cofano. Le sue ginocchia hanno movimenti incerti.
Ha finito la pellicola, impreca sottovoce
per aver lasciato i rullini in macchina. Il tempo d'incanto si dilata. La
sua mente, senza una reale volontà cosciente, passa in sequenza tutta
una serie di dati: la prima, le ridotte, le quattro ruote motrici sono
già ingranate; la posizione della Land è perpendicolare alla direzione
della carica dell'animale, il terreno è solido. Le ruote faranno subito
presa. Sente battere sul tettuccio. È il
segnale di Archibald: l'animale si è fermato. Si sporge dal finestrino
e, sempre con il motore al massimo, vede l'elefante a cinquanta metri
da loro. Si porta a distanza di sicurezza, rallenta, si ferma, lascia
la macchina in moto e si volta di nuovo a controllare. Si allunga sul sedile e appoggia
la testa sullo schienale. Sa che adesso verrà la paura. Gli tremano le gambe. Archibald sta ridendo, ride e grida.
Chissà cosa deve aver provato lì dietro, ad un soffio dal bestione. L'ultima
centina reggi-telone è divelta, penzola ritorta dietro la macchina. Archibald
la guarda, la scuote, poi batte le mani e ripete una cantilena: "good
bwana, good bwana". Le passa un braccio intorno alle spalle e la avvicina. È sudata. Piero sente forte il suo odore. Un desiderio sottile, strano ed inopportuno, si fa strada dentro di lui. Archibald, con il suo strano inglese, gli dice che torna al villaggio a piedi. Non attende neppure risposta. Corre leggero sulla polvere, con una gioia e un'energia come di un animale tornato alla libertà. Lisa è lì. Lo guarda con dolcezza, ma anche con forza e intensità sconosciute. Anche lui si sente strano e, mentre la avvicina, gli scivola sommessamente, senza permesso della coscienza, una parola breve, lieve, piena. Il sole disegna piccole ombre e colora
tutta la piana d'un bianco abbagliante. Una giraffa mastica le foglie
d'un arbusto spinoso. Un branco di zebre lentamente si avvia verso il
fiume. Un elefante, dalla zanna scheggiata, strappa ciuffi d'erba. Due
leoni riposano sotto un'acacia lontana. Alla fine di due tracce, prima
sinuose e poi diritte, una Land Rover. Un leggero profumo di acacie si
mescola con l'odore della pelle di Lisa. È in aereo e guarda fuori dal finestrino; il pensiero vaga senza guida, cerca d'immaginarsi cosa sta facendo in quel momento il suo elefante e dov'è, se c'è, il leopardo che non ha visto. Si ripromette, se mai fosse tornato in Africa, che l'avrebbe finalmente trovato ovunque si fosse nascosto. Sente che un po' del suo cuore resta laggiù, tra i tramonti, le albe, i profumi, i canti e le tende da campo. L'aereo lo porta sempre più in alto, tutto diventa più piccolo. Tutto, tranne un sottile sentimento che sembra prematuro.
RasKitau (76) uno A Malindi sono pronti due piccoli
Piper. Bianca è un po' pallida ed accenna un sorriso. Dieci minuti di auto ed arrivano ad una banchina. E' affollata di indigeni: chi ha un sacco sulle spalle, chi un pacco per mano, chi una stia con galline. Sembra un piccolo mercato. Guardano i nuovi arrivati con sorpresa. Una vecchia barca coperta da un tendalino
li porterà sull'isola. Abdhuraman li aiuta a caricare le valige. Piero
si accende finalmente un sigaro, risponde al saluto degli indigeni sulla
banchina. Il tragitto è breve, costeggiano per un po' un mangrovieto che
d'un tratto lascia il posto ad una spiaggia bianca che si fa via via più
larga. Quattro fusti di cannoni poggiano su un basso muretto che separa la spiaggia dall'albergo. Chiamarlo albergo è un po' esagerato: una costruzione a base circolare con un alto tetto di paglia è contemporaneamente sala da pranzo, reception e bar. A fianco un'altra costruzione simile, ma un po' più piccola, è adibita a cucina ed alloggio per gli inservienti. Dietro, sei piccoli bungalow con verandina e bagno. Questo è tutto: nell'isola, nient'altro e nessun altro. Accanto all'albergo ci sono i resti di un fortilizio dell'epoca della dominazione araba. Pochi muri diroccati. Su quello che fronteggia il mare ci sono quattro fori. Erano gli alloggiamenti dei cannoni.
due La barca è comoda ed attrezzata, le bombole sono fissate su un fianco, un tendalino bianco ripara dal sole. La barriera corallina è piuttosto distante e si trova venti metri sotto il livello del mare. Dopo mezz'ora di navigazione Abdhuraman cala l'ancora. Tutt'intorno il mare è blu, sotto di loro è di un colore leggermente più chiaro. Ercole, il proprietario dell'albergo,
si immerge per primo. Lo seguono Bianca, Gloriana e Filiberto. Piero si
cala per ultimo. Alcune cernie a chiazze gialle si avvicinano curiose:
sono molto grandi, Bianca si avvicina a Piero mentre Gloriana fa dei cenni
ad Ercole che, con il pollice alzato, fa intendere che va tutto bene.
Il fondale è punteggiato da macchie di colori sgargianti: coralli, gorgonie,
spugne e stelle marine rosse a macchie gialle. Tridacne dal mollusco blu
o verde. Cipree tigrate si muovono lentamente tra i coralli. Gloriana punta subito verso la superficie. Dal suo respiratore le bolle escono quasi di continuo. Piero la segue e le fa cenno che non c'è pericolo. Un barracuda fa larghi giri attorno al gruppo. Tornare sulla barca è bello; Piero toglie la camicia di tela e i jeans bagnati. Il sole scalda la pelle, l'aria ha un buon sapore. Si stende a prua e accende un sigaro.
tre A ridosso di un angolo, tra due muri
del vecchio fortilizio rimasti quasi integri, è stata costruita un'abitazione.
Gli altri due lati sono di pali di legno ricoperti con fango e paglia.
La copertura è un cono di foglie di palma. La porta è una tenda e le finestre
sono semplicemente dei fori quadrati, anch'essi protetti da tende. Stesa al sole una ragazza bionda un po' cicciotta, non parla italiano. L'inglese di Piero e meno che scolastico, ma riescono comunque a stabilire una semplice conversazione. Dal largo vedono arrivare il vecchio gommone. A bordo un uomo, capelli grigi, pelle abbronzantissima. Scende un signore dal portamento elegante con un fucile subacqueo e una rete con alcuni pesci. La ragazza gli corre incontro e lo abbraccia: "By papi". L'uomo le passa la mano tra i capelli "This evening fish". La ragazza li presenta. Alexander invita Piero e i suoi tre amici per un té alle cinque. La casa, seppur poverissima, è accogliente.
Siedono a terra su cuscini in stile arabo. Sul basso tavolino un servizio
d'argento e tazze di porcellana. Il te è molto buono. La conversazione
è difficoltosa, ma riescono in qualche modo a capirsi. E' un noto dentista
di Londra che ha abbandonato lavoro e famiglia per stabilirsi nell'isoletta.
La figlia ogni anno passa due mesi col papà.
quattro Alle quattro del pomeriggio la marea
è quasi al minimo. Gloriana ha un piccolo costume marrone chiaro, la sua pelle brilla al sole. Nell'acqua bassa due murene verdi
e brune si stanno corteggiando avvinghiandosi e sciogliendosi. Un grosso
astice cammina tra due pietre appena sommerse, gruppi di pesciolini neri
si riparano dal sole all'ombra di uno scoglio. Al ritorno Gloriana si stende in una
piscina naturale tra le dune, il fondo è costellato da piccole cipree
grigio chiaro. Piero la guarda: un antico ricordo affiora. L'emozione
e il rapimento provati quando vide la venere di Botticelli. "Distesa
tra le conchiglie. In piedi sulla conchiglia. Sono uguali". Il sole tramonta, il mare si colora
di viola. La luna sorge all'orizzonte. Ad est qualche stella comincia
a brillare. In lontananza grida di un branco di babbuini.
Il fischio (75) Il branco di bufali è stato segnalato poco oltre il letto di un piccolo affluente dello Zambesi. Sono già due ore che camminano tra la fitta boscaglia. Il percorso è disagevole ed il terreno è un continuo sali e scendi. Insomma sono stanchi. Il fiume è completamente asciutto.
Il letto di sabbia è bianco, liscio, cosparso di piccoli sassi arrotondati.
Si siedono sulla sponda. Le borracce sono già vuote. Dall'altra sponda viene un basso
brontolio. Claud si alza in piedi, prende il fucile per la canna, con
la mano ripara gli occhi dal sole. Il brontolio riprende, anche Opondo
si è alzato in piedi. Piero si guarda attorno, il sigaro pende inerte
dalle labbra. Un ruggito breve e forte. Poi silenzio. Un silenzio assordante.
Sono tutti immobili, oltre una valletta
c'è il branco di bufali. Le cicale, disinteressate, continuano a cantare.
In lontananza grida di scimmie. Qualche muggito viene dal fianco della
collina di fronte. Filiberto poggia la canna del fucile su un basso ramo,
con il dito medio aggancia ramo e canna, la guancia è sul calcio, l'occhio
davanti al mirino. Fa due respiri profondi poi sembra non respirare più. L'orecchio sinistro fischia e gli sembra di non udire più nulla. Le voci di Claud ed Opondo sembrano lontanissime. Scendono il fianco della collina, entrano nella valletta. Opondo è il primo che trova le tracce di sangue del bufalo. Indica una direzione e, in fila indiana, iniziano a seguirle. Sulla cima della collina le tracce sembrano scomparse. Claud si siede imitato da tutti. Piero non capisce. "E' bene aspettare. Il bufalo si indebolirà sempre più: lo troveremo morto. Meglio così che trovarlo ferito e ancora in forze", dice Claud a Filiberto. Chi a destra chi a sinistra, ognuno
sceglie una direzione per ritrovare le tracce. Piero si attarda per ricaricare
la macchina, si volta nella direzione dalla quale sono arrivati. "Se il
bufalo ha proseguito in linea retta dovrebbe essersi diretto verso est".
Si incammina e in quel momento si accorge di essere solo. Nel silenzio un grido roco, dal nulla compare l'amata figura di Opondo: "Bwana, bwana". Un grosso sospiro gli piega le spalle. Improvvisamente sente il canto delle cicale. E' sera, davanti alle tende, seduti attorno al fuoco, Claud e Filiberto commentano la cattura del bufalo, la misura delle corna, il colpo quasi perfetto. Piero in parte ascolta, in parte osserva il fuoco e sente la gioia di essere vivo, sente la vita che corre nelle vene. Domani sveglia alle cinque.
I sassi rotondi (75) A volte capitava che tornassero presto
al campo. Nel primo pomeriggio. Piero si sdraia a terra, il capo su un sasso, un sigaro e in alto il cielo blu tra le foglie verde chiaro dell'eucalipto. Gli piace ascoltare in silenzio i rumori che vengono dalla foresta. I canti di uccelli sconosciuti, ma soprattutto il continuo, inesauribile frinire delle cicale. Filiberto è seduto su una sedia da
campo e pulisce la sua doppietta express, ormai usa solo quella:
dice che è più "sportiva". Passa e ripassa lo scovolino all'interno delle
canne. Per tenere ferma l'arma usa un panno chiaro; porta vicino ad un
occhio il meccanismo del percussore, lo osserva nello stesso modo con
cui un gioielliere osserva una pietra da valutare, gira e rigira l'arma
quasi a cercare un difetto che non c'è. Bello rimanere da soli, non c'è nessun obbligo a sostenere alcuna conversazione, silenzio, solo silenzio. Alcune grosse formiche nere marciano in fila costeggiando un sasso. Un grosso insetto cammina lento ed impacciato sulla polvere rossa, le cicale sembrano zittirsi un attimo, poi riprendono all'unisono. Sul limitare del campo c'è la scarpata
che scende al fiume. O meglio, a ciò che resta del fiume in questa stagione:
alcuni rigagnoli gialli che corrono intorno a grossi massi rotondi passando
da una pozza all'altra. Qualche piccola cascatella che non produce alcun
rumore. Opondo aveva detto che in una pozza proprio sotto il campo c'è un coccodrillo. "Chissà che non riesca a vederlo" pensa Piero. Prende la macchina fotografica e si avvia sul sentiero che porta giù al fiume. Opondo gli fa un cenno di saluto, gli indica un fucile dei boys appoggiato ad un albero e con la mano mima l'atto di impugnarlo, Piero scuote la testa, Opondo alza le spalle e, posandosi un dito sulle labbra, gli suggerisce di non fare rumore. Sembra un sentiero di montagna, scende
diritto, poi un tornante e riprende diritto nella direzione inversa. Piero si siede su un grosso masso
lucido e liscio, le scimmie, che prima si insultavano da una sponda all'altra,
si sono zittite. Non riesce a vederne nemmeno una. Più a monte, lontano, quattro iene immergono il muso nell'acqua. Una un po' più indietro: è quella più grossa, tiene la testa alta e si osserva intorno. Gli uccelli sono in completo silenzio, solo le cicale si fanno sentire. La voglia di fumare è tanta, ma riesce a trattenersi. Un muso spunta da dietro un'euforbia:
è una scimmia, piccola. Piero non riesce a capire di che razza è. Lentamente
prende la macchina fotografica e fa in tempo a fare qualche scatto prima
che scompaia di nuovo dietro l'albero. Più a valle il fiume è serrato sulla
destra da una ripida parete di roccia mentre a sinistra la riva scende
più dolcemente. Passando da un macigno all'altro è possibile scendere
fino alla pozza successiva. Piero si muove con attenzione: ha la macchina
fotografica in mano. Un salto da un masso all'altro, dove può scende sulla
sabbia, risale su un altro masso e finalmente arriva alla pozza più grande,
lunga una ventina di metri, profonda, quasi nera. Sul pelo dell'acqua
un gruppo di tiger fish immobili. Alla fine della pozza, dove questa
va restringendosi per poi formare un ruscelletto che si perde tra i sassi,
c'è un tronco d'albero morto: è per metà sulla riva e per l'altra metà
semisommerso. Un sordo brontolio dall'altra sponda.
Un brivido di freddo lungo la schiena. Non ha armi, nemmeno un bastone.
"Forse posso risalire anche da qui. Il campo dovrebbe essere proprio qui
sopra". Ma la riva è troppo scoscesa, deve costeggiare la pozza ancora
per un po', più in basso il declivio è meno accentuato: "Posso farcela"
pensa. Le mani sono sporche di terra, i calzoni
strappati, il fiato è grosso, una goccia di sudore cade sugli occhiali.
Passa il dorso della mano sulla fronte bagnata, l'altra mano stringe ancora
la macchina fotografica.
Un fiore e un seme (75) Il fiume è quasi secco. Qualche pozza d'acqua gialla, sabbia fine e bianca, massi arrotondati e qualche rado cespuglio. La sponda scende dolcemente fino al letto asciutto. Claud imbraccia il suo grosso fucile. Filiberto è semi-accucciato, poggia il gomito sul ginocchio, l'occhio fisso nel mirino. Le canne della nuova doppietta Express tremano leggermente. Opondo, con la sua corta lancia appoggiata al fianco, osserva attento. I due indigeni con la tuta mimetica sdrucita ed ormai quasi incolore, alzano i loro vecchi fucili. Piero sta filmando il bufalo con la cinepresa. Sull'altra sponda l'animale è sotto
il tiro di quattro fucili ed un obiettivo. Non ha possibilità di scampo.
Il tiro spetta a Filiberto, gli altri puntano i loro fucili per "sicurezza". Se il colpo non è perfetto e l'animale viene ferito, gli altri tre devono "finire" il bufalo. "Finire: nemmeno si trattasse di un lavoro!": le stranezze del linguaggio sorprendono sempre Piero. Ufficialmente l'animale deve essere ucciso subito per evitargli inutili sofferenze. In realtà seguire un bufalo ferito tra alberi ed arbusti è estremamente pericoloso: può essere nascosto dietro ogni cespuglio e caricare all'improvviso. Diciamo che è una pietà "pelosa". Il branco fugge con un rumore assordante, si alza una nuvola di polvere, non si vede più nulla. Pochi istanti ed è nuovamente silenzio. Le cicale continuano a cantare, quattro iene più a monte riprendono a bere in una pozza lontana, due aironi volano bassi e lenti sopra il letto del fiume. Una massa nera e grossa è immobile sull'altra sponda. Qualche commento sulla misura del trofeo, una pacca sulla spalla di Filiberto: "Bel tiro, al primo colpo". Poi Claud gira il capo: "Sisi enda
kambi", "Noi andiamo al campo" dice in uno Swahili approssimativo.
E' ormai mezzogiorno, camminano da
più di due ore seguendo il letto del fiume. E' bello camminare sulla sabbia fine e solida del letto del fiume. Il canto degli uccelli, il frinire delle cicale, il ronzio degli insetti, qualche verso sconosciuto. E' tutto bello. Un albero di "frangipane" profuma l'aria. Piero raccoglie un fiore caduto e lo infila nel taschino della camicia: si porta il profumo appresso. Claud si ferma, guarda l'ora, guarda
il sole: "Abbiamo sbagliato strada, dovevamo seguire il braccio di destra
del fiume". Fa molto caldo, sono stanchi, ma non una goccia di sudore.
L'aria è così secca che tutto evapora. Il fiore è appassito, ma profuma
ancora. Claud estrae la bussola, e si dirige verso la sponda. Salgono
la breve scarpata e si addentrano nel fitto bush. Avanzano molto lentamente, bisogna
fare attenzione. Ogni rumore sospetto impone una pausa. Claud si abbassa
frequentemente per osservare meglio il cammino da sotto gli arbusti. Un
fruscio e accanto a loro passano di corsa due facoceri. Piero e Filiberto
si sono irrigiditi. Con affettata noncuranza Piero si schiarisce la voce.
"Ecco, ecco il fiume. Là oltre quel
gruppo di piante." Finalmente il bianco letto di sabbia. Una breve discesa
aggrappandosi agli arbusti delle riva. Il fuoco è già acceso, gli
indigeni si danno da fare per la cena. La doccia, anche se molto, ma molto
spartana è calda e piacevole. Claud ha portato due birre e una coca. E'
bello stare seduti attorno al fuoco. Il fiore è secco, ma profuma ancora.
La notte (75) Il fuoco va lentamente spegnendosi. Claud vi getta sopra un grosso tronco d'acacia. Durerà tutta la notte. I grilli fanno un chiasso assordante, si sente appena il fruscio delle foglie dell'eucalipto al centro dell'accampamento. Lassù uno spolverio di stelle. Tra le dita l'ultimo sigaro. Piero non ascolta le voci di Filiberto e di Claud, ascolta il canto della vita. Chi ha potuto scrivere una musica così? "E' proprio vero, la vita è bellissima" pensa. Giù, sotto la scarpata dove scorre
ciò che resta dell'affluente dello Zambesi dopo due mesi di siccità, un
brontolio basso, breve. Claud alza la testa "Dev'essere la leonessa con
i cuccioli. Forse ha sentito l'odore della carne. Gli skinner non
hanno ancora pulito il trofeo". "Beh, ciao Claud, vado a dormire anch'io".
La tendina di Piero è la seconda, davanti all'ingresso i boys hanno
lasciato una lampada a petrolio accesa. La cerniera dell'ingresso è chiusa,
Piero la fa scorrere ed entra, si stende sulla brandina, toglie le scarpe,
ma non si spoglia, ha troppo sonno. Dormirà così. Mrrrou un brontolio basso e
breve. E' lei, ha sentito l'odore della testa del bufalo. Piero raddrizza
la schiena, tende l'orecchio. Mrrrou: di nuovo quel rumore, sembra
un colpo di tosse smorzato. E' vicino, molto vicino. "E chi esce" pensa Piero "L'unica arma che ho in dotazione è una cinepresa. Ah no, ho anche il flash della macchia fotografica. E che cavolo di arma è. Chissà se basta a spaventarla. Qui ad aver paura sono io" Di nuovo quel basso colpo di tosse. Cric, cric alcune foglie secche fanno rumore sotto le zampe della leonessa. Sono seguiti da altri leggeri scricchiolii: saranno i cuccioli che la seguono. Le orecchie di Piero sono così attente che distinguono anche il ronzio del silenzio. I grilli non si sentono più. Gli sembra di sentire anche il rumore della fiamma della lampada quando sembra spegnersi e poi riprende di colpo vigore. O forse lo immagina solo. Frrr, frrr. La volta
della tenda si muove, trema, ondeggia. Una goccia di sudore gli scende
a lato della fronte, deglutisce, alza al massimo la fiamma, prova ad accendere
un sigaro con la mano tremante, la fiamma dell'accendino si muove in continuazione,
fatica ad accenderlo "Speriamo che puzzi molto". Tutti i muscoli sono
irrigiditi. Silenzio e ancora silenzio. "Guarda, guarda. Stanotte abbiamo avuto visite". "Cosa"? chiede Filiberto a Claud. "Eh, sì. Stanotte la leonessa è entrata nel campo, aveva al seguito anche due cuccioli. Di sicuro cercava la testa del bufalo. E' passata di qui, vedi le impronte? Toh, è passata proprio accanto alla tenda di Piero è passata sotto il tirante. Si è anche fermata e i cuccioli le hanno girato intorno. Piero tu non ha sentito nulla"?
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