Echinopsis mamillosa

 
Emilio Filippini, pesche

 

 

Quattro uccelli bianchi (75)

Si sono alzati alle cinque.
Piero si rade con sapone neutro. Niente dopobarba né deodorante.
L'acqua è calda, gli indigeni l'hanno riscaldata accendendo un fuoco sotto un barile. Un tubo di gomma arriva in un piccolo bagno col tetto di paglia e le pareti di tela.

Claud è il loro white-hunter. Guida la vecchia Land Rover lungo due sottili strisce di erba calpestata. Quando il sottobosco si fa troppo fitto, scendono e proseguono a piedi. In fila indiana.
Il tracciatore, Opondo, in testa. Poi Claud, Filiberto, Piero e infine due indigeni.

Claud indossa scarponcini alti e calzettoni verdi. Calzoni corti e camicia, tutto verde militare. Tiene il grosso fucile dietro la testa tra le spalle, come un giogo, e vi appoggia sopra le mani. Sembra crocifisso.
Opondo indossa una spece di "pareo" completamente scolorito. È armato con una corta lancia.
Gli altri due indigeni hanno vecchie tute mimetiche e grossi fucili dal calcio scolorito e logoro.

Filiberto è a caccia di bufali. Piero è a caccia di immagini.

Sono nel nord del Mashonaland, lungo il corso di un piccolo affluente dello Zambesi.

A volte Opondo si ferma, si stende a terra, osserva con attenzione sotto il fogliame. Il busch è molto fitto, sotto le piante la vista è un po' più lunga.
Piero guarda negli occhi l'indigeno che lo segue. È tranquillo.

Il sole è ancora basso, ma già qualche cicala si fa sentire. D'un tratto si trovano in una piccola radura, solo qualche basso arbusto tra l'erba.

Il gruppetto si ferma. Claud e Filiberto si scambiano qualche commento. Piero riprende il gruppo con la cinepresa. Gli indigeni si asciugano il sudore con la manica della tuta, posano i fucili a terra. Opondo non parla con nessuno, si guarda sempre attorno. Filiberto prende il pacchetto di sigarette, ne estrae una. Ci ripensa e rimette tutto in tasca. Claud lo guarda con approvazione.

Sopra gli alberi che delimitano la radura si levano in volo quattro uccelli bianchi. Piero li vede e li indica al tracciatore chiedendone il nome.
Opondo si abbassa immediatamente, alza un braccio e lo ruota velocemente.

Dal punto dove si sono alzati gli uccelli escono al trotto due rinoceronti.
Piero non ha mai corso così. Claud gli corre accanto. Filiberto segue i due indigeni.
Opondo cerca di arrampicarsi su un alberello che oscilla sotto il suo peso, la lancia gli scivola dalle mani e cade a terra.

I rinoceronti si fermano, alzano il muso un paio di volte, si dirigono lenti verso il fitto della boscaglia.

Si siedono tutti sull'erba. Piero e Filiberto si accendono una sigaretta. Il volto di Opondo ha cambiato colore, è diventato grigio scuro. Claud si schiarisce la voce e appoggia il viso sulla canna del suo fucile.

Lentamente Piero sente riaffiorare il canto delle cicale.

Un gruppetto di uomini ansimanti sono seduti sull'erba di una piccola radura.
Poco distante, nel fitto della boscaglia, due rinoceronti brucano tranquilli. Sulla loro groppa alcuni uccelli bianchi becchettano i parassiti.

 

Il dentista (74)

"Ciao Carletto, ci vediamo in primavera in valle, grazie di tutto, siamo stati proprio bene".
"Ciao tosi, ste tenti, ndé pian. Se vedemo co torno. In vae Averto".

Sono le sette. Si parte per la riserva del Masai Mara. Oltre ai quattro amici: Piero, Bianca, Filiberto e Gloriana, se ne sono aggiunti altri due: Pierluigi, un vecchio amico dentista, e la sua nuova compagna.

Pierluigi si è separato da poco, la sua nuova ragazza è molto giovane, studia medicina. Piero la conosce bene, le ha dato ripetizioni di fisica. La facoltà di medicina impone questo esame che gli studenti chiamano "fisichetta".
La separazione si era rivelata molto costosa, ma Pierluigi non farà tesoro di quest'esperienza. Cambierà molte compagne e, prima di stancarsene, ripeterà sempre lo stesso errore: le sposerà. E il suo capitale, matrimonio dopo matrimonio, diminuirà sempre più.

Ma torniamo alla partenza per il Masai Mara. La Land Rover è del tipo cosiddetto "passo lungo", ci si sta comodi anche in sei. Hanno due taniche di benzina di riserva ed una tanica d'acqua. Un contenitore frigo per i panini. Sono bene attrezzati. Il viaggio sarà lungo: sette, otto ore. "Visto che passemo par Nakuru, se fermemo a vedare i fenicotteri: i xe un mare, un mare rosa". Suggerisce Filiberto a Piero che è alla guida. "Cossì ghei femo vedare anca a Pierluigi".

Bianca e Gloriana scendono, restano senza parole. Una parte del lago sembra effettivamente di un altro colore. Un'isola rosa. E' sufficiente un fischio e la macchia si trasforma da rosa in bianco. Poi più scura, poi sembra svanire, poi torna rosa, rosa carico. Si sono alzati in volo. Tutti. Pochi metri e contemporaneamente si posano nuovamente sull'acqua. Come un caleidoscopio.

Sono già passate cinque ore; Piero decide di passare anche per il lago di Naivasha e poi dirigersi verso ovest in direzione del confine con la Tanzania, per entrare nel parco del Masai Mara.

Sono le quattro del pomeriggio quando entrano dal lato est del parco. La strada è sterrata e prosegue sempre dritta, a perdita d'occhio. Strada rossa, pianura gialla, niente in vista. L'orizzonte è lontanissimo, solo qualche rara acacia. Ogni tanto una buca li fa sobbalzare. Sono tutti stanchi; anche Piero ha le braccia stanche, i muscoli indolenziti: la Land non ha il servosterzo.

Qualche piccolo branco di gazzelle. Nessun elefante, nessun branco di bufali. Proprio davanti a loro un gruppetto di gazzelle di Grant attraversa la pista. Un cucciolo si spaventa per il rumore della macchina. Ha una reazione istintiva di sopravvivenza. Si accuccia a terra mimetizzandosi con la polvere.
Piero frena. E' proprio lì davanti a loro, è piccolissimo, non muove un muscolo. Si nota solo il battere continuo delle ciglia ed il respiro affannato. Verrebbe voglia di scendere a rincuorarlo. Piero trattiene Gloriana per un braccio. Lo si potrebbe spaventare ancora di più. Meglio uscire dalla pista per non passargli troppo vicino. Inoltre Piero ricorda a Gloriana che scendere dalla vettura non è mai consigliabile. Non si sa mai. I leoni seguono spesso i branchi delle gazzelle.

Il tempo passa e la stanchezza aumenta. Il sole è basso, molto basso. "Ma quanto manca?" chiede Pierluigi stiracchiando le braccia e sbadigliando. "Mah, è strano, dovremo essere già arrivati. Secondo le indicazioni di Carletto un'ora, un'ora e mezza dopo l'ingresso nel parco". Piero dimentica che l'andatura che tiene Carletto è ben diversa dalla sua. Carletto ha già distrutto due fuori strada.

Comincia ad imbrunire. La strada prosegue sempre dritta. Hanno incontrato solo due deviazioni verso destra. Più che strade erano tracce parallele di ruote. "Non avremo sbagliato? Forse il campo del Mara Sara era in quella direzione". Laggiù sulla destra infatti si intravede una striscia di alberi, segno che c'è il fiume: il fiume Mara.
Ma Carletto aveva detto. "Sempre dritti, arriverete ad un ponte diroccato in cemento, oltre il ponte la strada biforca. Girate a destra, un centinaio di metri e sarete arrivati". Il ponte Piero non l'ha ancora visto.

Oramai deve accendere i fari. Guidare di notte non è propriamente consigliabile. Il nervosismo aumenta.
"Dovevi girare di là. A quest'ora saremmo già arrivati".
"Secondo me, hai capito male. Non aveva detto sempre dritto, aveva detto di girare a destra".
"Non ne posso più, mi fanno male tutti i muscoli".
"Ecco, ecco, guarda la deviazione" effettivamente una stretta pista incrocia lo stradone rosso che stanno seguendo ormai da ore. Piero si fa convincere e gira verso destra.
Pochi metri e devono fermarsi. Sei iene dormono sulla sabbia della pista. Una alza la testa e mostra una dentatura bianchissima e per niente rassicurante. Tutte si alzano in piedi e non danno segno di allontanarsi. Gloriana e Bianca cominciano ad agitarsi, anche Filiberto dà segni di nervosismo.
Pierluigi alza il tono della voce: "Adesso cosa facciamo? Dio, Dio è la prima volta che preferirei essere in studio che in vacanza". "Prosegui".
"No, no, torna indietro".
"Fa qualcosa, si stanno avvicinando". Tutti cominciano ad alzare notevolmente il tono della voce.

Piero non li ascolta più. Gira l'auto e riprende la strada di prima, quella dritta. La luna è bassa all'orizzonte; in distanza appare, proprio dentro il disco rosso della luna, un elefante; sembra avere una zanna più corta dell'altra. Il vocio continua, ma Piero non dà retta a nessuno.

La strada scende: il ponte.
E' per metà diroccato, ma l'altra metà è sufficientemente larga da lasciar passare l'auto. Filiberto accende il faro a mano di riserva, non c'è molto spazio, le sponde del ponte non ci sono più. A destra ciò che resta del parapetto, a sinistra la voragine lasciata dalla metà del ponte caduta. Filiberto dirige il fascio di luce sulla sinistra. Sotto c'è il fiume. La grossa torcia illumina l'acqua nera, al centro del corso d'acqua c'è un gruppo di tronchi d'albero: una decina di coccodrilli, sulla sponda due ippopotami brucano l'erba.
Ancora pochi metri e la strada risale. C'è una deviazione a destra. Si intravedono le luci del campo.

Piero è sudato, stanco: sono due ore che non fuma. Spegne il motore.
Tutti scendono, chiacchierano allegramente, ridono senza nessun motivo. "Good evening Mister" il manager si fa avanti, li conduce ai bungalow.
Tra poco la doccia e la cena. Adesso sente la fame.

 

Il leopardo (74)

Già altre volte era stato in Kenia con il desiderio di vedere e fotografare un leopardo, ma non gli era mai riuscito.

Il fresco della mattina inavvertitamente se n'è andato, ha lasciato il suo posto ad un'aria calda, secca, quasi ondeggiante. La temperatura è quella delle pianure africane bruciate dalla lunga assenza di piogge. Piero stende alternativamente ora un braccio ora l'altro, si allunga sul sedile. Il volante della Land Rover vibra di continuo. La pianura che ha davanti, che lo circonda, sembra infinita.
Sta guidando da ore sulla piana del Masai Mara, sembra liscia come un mare in bonaccia. Ogni tanto un sobbalzo causato da rare chiazze d'erba ingiallita. Dietro si alza una nuvola di polvere rossa e sottile. Seduta al suo fianco c'è Lisa, questa mattina è ancora più bionda. Porta calzoni corti kaki e camicia, appena aperta, dello stesso colore. In piedi nel cassone c'è Archibald, la guida locale.

Erano partiti che il sole s'era appena levato. Il cielo aveva terminato lo spettacolo dell'alba sugli altopiani: un leggero chiarore, appena percettibile all'orizzonte nel blu della notte, muta velocemente in viola, lilla, rosa, rosso, arancio e poi all'improvviso tutto il cielo s'illumina. È giorno.
Quando mise in moto l'auto, mentre attendeva che si scaldasse il motore, chiese alla guida di salire in cabina con loro. Rifiutò con tale decisione da impedirgli d'insistere: il suo posto - disse - era dietro nel cassone, all'aria aperta, dove si sentiva più a suo agio.

Archibald è ben aggrappato alle centine e tiene le gambe divaricate. Ha la testa leggermente piegata all'indietro, il naso rivolto verso l'alto. Sembra che non stia scrutando l'orizzonte, ma che cerchi degli odori. Il vento gli gonfia la camicia di un colore indecifrabile e gli piega il frontino del berretto da baseball.

Piero sta cercando le tracce di un vecchio elefante maschio.

Lo aveva incrociato tre giorni prima, mentre stava ritornando all'accampamento. Era sera e percorreva la riva destra del fiume Mara nella Masai reserve, a sud del Kenia, quasi al confine con la Tanzania. Lo vide quando era troppo buio: non c'era luce sufficiente per la pellicola. Aveva seguito l'animale con lo sguardo finché gli era stato possibile. Inconsapevolmente gli aveva dato appuntamento, aveva la certezza che lo avrebbe rivisto.

Quella sera si era sentito stranamente agitato. Si stese sull'amaca e un po' alla volta sentì dissolvere la tensione.
Lentamente percepì gli odori che la vegetazione del fiume sa dare e i colori del tramonto africano. Seguiva i canti della foresta, sopra i quali si alza il fischio lungo e acuto dell'uccello della pioggia. Così, distratto, non sentì arrivare Lisa che lo fece risvegliare da quella specie di sogno. Gli aveva portato il tè.
La luna si era alzata. I capelli chiarissimi e il profilo sottile di Lisa si stagliavano nel buio sfondo dello spazio aperto. Il suo profumo delicato, dapprima confuso con quello delle acacie, gli arrivava a tratti. Si sedette in silenzio su una sedia da campo accanto all'amaca.

Piero sente un colpo sul tetto della cabina. È Archibald che richiama la sua attenzione: "tembo bwana, right tembo".
Finalmente l'ha ritrovato. È un vecchio maschio solitario. Incute rispetto anche a distanza.
Ferma la macchina, riprende fiato, prova la stessa emozione di quando lo vide la prima volta.
Non sa perché ha voluto rivederlo. Il desiderio di ritrovarlo era diventato un pensiero fisso e, chissà per quale strano disegno del destino, l'elefante non è mancato all'appuntamento.

Attraverso l'apertura sul tetto della cabina Piero getta uno sguardo ad Archibald, che capisce al volo la tacita domanda e gli fa un segno per indicare che la brezza soffia da ovest. Non può proseguire, deve tornare indietro e compiere un semicerchio in modo da porsi sottovento. Così potrà avvicinarsi di più.
Per far questo, deve percorrere una striscia di terra che separa la foresta intricata del fiume dalla terra bruciata della piana.
E' un terreno senza alberi, ma ancora sufficientemente umido da permettere all'erba di crescere tanto rigogliosa ed alta da arrivare sopra il finestrino.
Archibald scavalca la cabina e si piazza sopra il cofano del motore. Per stare in piedi si regge con una mano sulla struttura porta taniche che sporge dal tetto. Lo guida con i gesti dell'altra mano e del capo.
Piero guida completamente alla cieca.
Stringe le palpebre come per poter vedere meglio.
Per un attimo pensa all'universalità del linguaggio delle mani. Pensa alle mani di Lisa, delicate e chiare. Si rende conto che è lì vicina a lui. È tesa, i grandi occhi verdi sembra cerchino di perforare il muro d'erba e il respiro accelerato le solleva e le abbassa ritmicamente il petto.

Di nuovo sente un colpo sul tetto. Automaticamente si arresta. Dev'essere molto vicino. Accosta verso destra cercando di uscire dall'erba più alta. Per un attimo lo intravede.
È a trenta, trentacinque metri. Ingrana le quattro ruote motrici, le ridotte e innesta la prima marcia; avanza lentissimo. Metro dopo metro l'erba si fa più bassa, ora riesce a vedere un po' meglio dal parabrezza.
Improvvisamente lo vede. Deglutisce, si rende conto di quanto l'elefante sia grande e di quanto lui sia piccolo.
Spegne il motore. Continua a sentirne il rumore. Controlla la spia sul cruscotto e la posizione della chiave d'avviamento. E' spento. Deglutisce ancora, prova a respirare lentamente.

Il silenzio sembra irreale. Le orecchie impiegano un po' di tempo ad abituarsi all'assenza delle vibrazioni del motore.
Poco per volta, alcuni suoni dapprima impercettibili si fanno più presenti. Riesce a sentire il rumore che l'elefante fa quando strappa l'erba dal terreno, lo sbuffo dell'aria che esce dalla proboscide e il tonfo che producono le sue zampe grattando il terreno.
Gli tornano alla mente le tecniche di respirazione apprese quando, da ragazzo, seguiva i corsi di pesca subacquea. Riprende il controllo del respiro e lentamente ritrova anche la calma.


Prende da dietro il sedile la macchina fotografica. La luce è perfetta, il sole è proprio dietro di lui. Tutto si è messo nel migliore dei modi per permettergli di scattare fotografie.
Apre piano la portiera. Le cerniere provocano un cigolio di cui non si era mai accorto: sembra un rumore fortissimo.
Esce lentamente e, nel poggiare i piedi a terra, prova un senso di disagio. Come se commettesse un peccato d'orgoglio nel calpestare quella terra che sembra pervasa di saggezza e di sacralità. Prova una sensazione di nudità. Si sente piccolo, lento e impotente.

Gli tremano le mani. Sale impacciato sul paraurti e si siede sul cofano. Le sue ginocchia hanno movimenti incerti.
Nel frattempo Archibald, come un gatto e senza dargli il modo di vederlo, è ritornato dietro nel cassone. Piero si gira a guardarlo, quasi a cercare coraggio in quegli occhi neri e attenti.
Archibald fa un cenno col capo. Piero poggia un occhio sul mirino, inquadra, mette a fuoco, comincia a scattare.
Abbassa la macchina e attende che l'elefante si muova per averlo in posizione diversa nel mirino. Come se l'animale gli leggesse nel pensiero, alza il testone e con la proboscide si dà un colpo sul fianco. Ha la zanna destra scheggiata.
Un uccello posato sulla sua groppa si alza un attimo in volo, poi si posa e continua a becchettare i parassiti.
Continua a scattare. L'animale alza di nuovo la testa.
"Spero che non sia nervoso" pensa. Un leggero tremito gli rende difficile inquadrare bene. Fa un respiro profondo.
L'elefante usando la proboscide come periscopio annusa l'aria. Muove appena le orecchie. Riabbassa il capo e riprende a mangiare.
Piero riprende a scattare, si sente tranquillizzato dalla placida serenità che l'elefante sa trasmettere. Scende dal cofano. Prova ancora quella fastidiosa sensazione di nudità. Si avvicina lentamente, si inginocchia, lo inquadra e riprende a scattare.
Una leggera brezza gli porta un odore acre; ogni tanto sembra che lo guardi, ma è solo una sensazione: la vista dell'elefante non è buona. La sua completa immobilità e il colore degli abiti lo rendono quasi invisibile. Ma invece sono buoni il suo olfatto e il suo udito.
Gli prende il dubbio che senta gli scatti della Olympus. Si sforza di pensare che è impossibile sentirli a quindici metri di distanza e con il vento contrario. Il leggero tremore che lo aveva ripreso svanisce.
Piano piano si armonizza sempre più con l'ambiente. Sente perfettamente l'odore caldo della terra, dell'erba strappata. Sente il canto degli uccelli, delle cicale e il fruscio dell'erba mossa dal vento. All'improvviso gli ritornano prepotentemente alla coscienza le reali proporzioni dell'animale. È lui che è armonizzato con l'ambiente. I suoi lenti movimenti esprimono tutta la sua forza e la sua sicurezza.

Ha finito la pellicola, impreca sottovoce per aver lasciato i rullini in macchina.
Lentamente indietreggia. Senza far rumore, sale sulla Land dalla portiera aperta. Si volta per prendere un rullino dalla borsa... l'urlo strozzato di Archibald gli arriva fin dentro le ossa.
Non alza nemmeno la testa per vedere. Gira la chiave dell'accensione.

Il tempo d'incanto si dilata. La sua mente, senza una reale volontà cosciente, passa in sequenza tutta una serie di dati: la prima, le ridotte, le quattro ruote motrici sono già ingranate; la posizione della Land è perpendicolare alla direzione della carica dell'animale, il terreno è solido. Le ruote faranno subito presa.

Il motore s'accende, accelera, sterza appena sulla destra. Il piede spinge così a fondo sull'acceleratore che gli sembra di sfondare il pianale. Lisa è aggrappata al maniglione del cruscotto. Archibald ha le braccia avvinghiate al porta taniche della cabina.
Piero non distingue se ciò che sente è il cuore che pulsa nelle orecchie o è il rumore delle zampe dell'elefante che carica. Non distingue se è il suo barrito che fa tremare la macchina o è il motore imballato.
Tutte le azioni sono automatiche.
Sta ingranando la seconda quando sente un colpo violento sul retro-treno. Continua a pigiare forsennatamente sul pedale dell'acceleratore mentre corregge la sbandata. La macchina devia a sinistra. Corregge leggermente verso la parte opposta. Adesso sbanda sulla destra. Continua ad accelerare. Un'altra piccola correzione e la corsa riprende diritta. Ha già inserito la terza, ha gli occhi fissi in avanti.

Sente battere sul tettuccio. È il segnale di Archibald: l'animale si è fermato. Si sporge dal finestrino e, sempre con il motore al massimo, vede l'elefante a cinquanta metri da loro. Si porta a distanza di sicurezza, rallenta, si ferma, lascia la macchina in moto e si volta di nuovo a controllare.
L'elefante è ancora rivolto verso loro, ma è fermo, lontano e non sbatte più violentemente le orecchie. Tra qualche istante riprenderà a mangiare come se niente fosse successo.

Si allunga sul sedile e appoggia la testa sullo schienale. Sa che adesso verrà la paura.
Nella sua mente si accavallano incontrollabili "se".
Se non fosse risalito per prendere la pellicola, se non avesse lasciato la portiera aperta, se il motore non fosse partito, se non avesse lasciato ingranata la marcia nel modo giusto, se avesse fermato la macchina in posizione meno favorevole, se questa mattina avesse preso la piccola Datsun invece della Land.

Gli tremano le gambe.
Perché non ha avvisato? Prima di caricare gli elefanti sventolano le orecchie, barriscono, soffiano polvere con la proboscide, infine, se non ti allontani, caricano.
I vecchi capi solitari sono nervosi ed imprevedibili e questo lo ha colto di sorpresa. Forse era ferito, o proprio non era giornata. Non ha rispettato le regole, ma, in fondo, lui è a casa sua.

Archibald sta ridendo, ride e grida. Chissà cosa deve aver provato lì dietro, ad un soffio dal bestione. L'ultima centina reggi-telone è divelta, penzola ritorta dietro la macchina. Archibald la guarda, la scuote, poi batte le mani e ripete una cantilena: "good bwana, good bwana".
Sente una mano gelata afferrare la sua. È Lisa. I suoi occhi lo fissano dilatati, si stanno arrossando; comincia a piangere lentamente, non riesce a dir parola. Anche Piero non riesce a parlare.

Le passa un braccio intorno alle spalle e la avvicina. È sudata. Piero sente forte il suo odore. Un desiderio sottile, strano ed inopportuno, si fa strada dentro di lui.

Archibald, con il suo strano inglese, gli dice che torna al villaggio a piedi. Non attende neppure risposta. Corre leggero sulla polvere, con una gioia e un'energia come di un animale tornato alla libertà.

Lisa è lì. Lo guarda con dolcezza, ma anche con forza e intensità sconosciute. Anche lui si sente strano e, mentre la avvicina, gli scivola sommessamente, senza permesso della coscienza, una parola breve, lieve, piena.

Il sole disegna piccole ombre e colora tutta la piana d'un bianco abbagliante. Una giraffa mastica le foglie d'un arbusto spinoso. Un branco di zebre lentamente si avvia verso il fiume. Un elefante, dalla zanna scheggiata, strappa ciuffi d'erba. Due leoni riposano sotto un'acacia lontana. Alla fine di due tracce, prima sinuose e poi diritte, una Land Rover. Un leggero profumo di acacie si mescola con l'odore della pelle di Lisa.
Del leopardo nessuna traccia.

È in aereo e guarda fuori dal finestrino; il pensiero vaga senza guida, cerca d'immaginarsi cosa sta facendo in quel momento il suo elefante e dov'è, se c'è, il leopardo che non ha visto. Si ripromette, se mai fosse tornato in Africa, che l'avrebbe finalmente trovato ovunque si fosse nascosto. Sente che un po' del suo cuore resta laggiù, tra i tramonti, le albe, i profumi, i canti e le tende da campo. L'aereo lo porta sempre più in alto, tutto diventa più piccolo. Tutto, tranne un sottile sentimento che sembra prematuro.

 

RasKitau (76)

uno

A Malindi sono pronti due piccoli Piper.
Sul primo salgono Piero e la sua amica Bianca. Ha la batteria scarica e, per metterlo in moto, il pilota chiede a Piero di pigiare un pulsante ad un suo segnale. Scende e avvia il motore facendo leva sull'elica. Filiberto e sua moglie Gloriana salgono sul secondo.
Per un tratto sorvolano lo Tsavo, un'infinita piana gialla punteggiata da rari gruppi di acacie. Un piccolo branco di elefanti sosta in una pozza d'acqua: è ciò che resta della stagione delle piogge. Il volo è breve. Dopo circa un'ora, una piccola pista sterrata.
La manica a vento cambia continuamente direzione. Al terzo tentativo il Piper tocca terra. Pochi minuti dopo scende anche l'altro aereo.
Una vecchia Jeep li attende accanto alla postazione radio: una baracca di legno con un'antenna sul tetto. Poco distante un palo regge la bizzosa manica. L'aeroporto è tutto qui.

Bianca è un po' pallida ed accenna un sorriso. Dieci minuti di auto ed arrivano ad una banchina. E' affollata di indigeni: chi ha un sacco sulle spalle, chi un pacco per mano, chi una stia con galline. Sembra un piccolo mercato. Guardano i nuovi arrivati con sorpresa.

Una vecchia barca coperta da un tendalino li porterà sull'isola. Abdhuraman li aiuta a caricare le valige. Piero si accende finalmente un sigaro, risponde al saluto degli indigeni sulla banchina. Il tragitto è breve, costeggiano per un po' un mangrovieto che d'un tratto lascia il posto ad una spiaggia bianca che si fa via via più larga.
Non attraccano al pontile di legno: c'è bassa marea. La barca infila la prua sulla sabbia. Piero scende ed aiuta Gloriana e Bianca. Le valige le porta Abdhuraman. Un serpentello scappa riparandosi tra le mangrovie. Bianca è nuovamente pallida.

Quattro fusti di cannoni poggiano su un basso muretto che separa la spiaggia dall'albergo. Chiamarlo albergo è un po' esagerato: una costruzione a base circolare con un alto tetto di paglia è contemporaneamente sala da pranzo, reception e bar. A fianco un'altra costruzione simile, ma un po' più piccola, è adibita a cucina ed alloggio per gli inservienti. Dietro, sei piccoli bungalow con verandina e bagno. Questo è tutto: nell'isola, nient'altro e nessun altro.

Accanto all'albergo ci sono i resti di un fortilizio dell'epoca della dominazione araba. Pochi muri diroccati. Su quello che fronteggia il mare ci sono quattro fori. Erano gli alloggiamenti dei cannoni.

 

due

La barca è comoda ed attrezzata, le bombole sono fissate su un fianco, un tendalino bianco ripara dal sole. La barriera corallina è piuttosto distante e si trova venti metri sotto il livello del mare. Dopo mezz'ora di navigazione Abdhuraman cala l'ancora. Tutt'intorno il mare è blu, sotto di loro è di un colore leggermente più chiaro.

Ercole, il proprietario dell'albergo, si immerge per primo. Lo seguono Bianca, Gloriana e Filiberto. Piero si cala per ultimo. Alcune cernie a chiazze gialle si avvicinano curiose: sono molto grandi, Bianca si avvicina a Piero mentre Gloriana fa dei cenni ad Ercole che, con il pollice alzato, fa intendere che va tutto bene. Il fondale è punteggiato da macchie di colori sgargianti: coralli, gorgonie, spugne e stelle marine rosse a macchie gialle. Tridacne dal mollusco blu o verde. Cipree tigrate si muovono lentamente tra i coralli.
Ercole si avvia verso una grotta e fa cenno di avvicinarsi. Al suo interno un'enorme massa scura. Piero si avvicina. Due enormi labbroni si aprono e chiudono con lentezza. E' una cernia di dimensioni incredibili. Non si vede la sua lunghezza, ma è alta quanto un uomo.

Gloriana punta subito verso la superficie. Dal suo respiratore le bolle escono quasi di continuo. Piero la segue e le fa cenno che non c'è pericolo.

Un barracuda fa larghi giri attorno al gruppo.

Tornare sulla barca è bello; Piero toglie la camicia di tela e i jeans bagnati. Il sole scalda la pelle, l'aria ha un buon sapore. Si stende a prua e accende un sigaro.

 

tre

A ridosso di un angolo, tra due muri del vecchio fortilizio rimasti quasi integri, è stata costruita un'abitazione. Gli altri due lati sono di pali di legno ricoperti con fango e paglia. La copertura è un cono di foglie di palma. La porta è una tenda e le finestre sono semplicemente dei fori quadrati, anch'essi protetti da tende.
Sulla spiaggia Piero aveva visto un vecchio e rattoppato gommone, credeva fosse dell'albergo, ma non è così.

Stesa al sole una ragazza bionda un po' cicciotta, non parla italiano. L'inglese di Piero e meno che scolastico, ma riescono comunque a stabilire una semplice conversazione.

Dal largo vedono arrivare il vecchio gommone. A bordo un uomo, capelli grigi, pelle abbronzantissima. Scende un signore dal portamento elegante con un fucile subacqueo e una rete con alcuni pesci. La ragazza gli corre incontro e lo abbraccia: "By papi". L'uomo le passa la mano tra i capelli "This evening fish". La ragazza li presenta. Alexander invita Piero e i suoi tre amici per un té alle cinque.

La casa, seppur poverissima, è accogliente. Siedono a terra su cuscini in stile arabo. Sul basso tavolino un servizio d'argento e tazze di porcellana. Il te è molto buono. La conversazione è difficoltosa, ma riescono in qualche modo a capirsi. E' un noto dentista di Londra che ha abbandonato lavoro e famiglia per stabilirsi nell'isoletta. La figlia ogni anno passa due mesi col papà.
Alexander, con uno strano sorriso, si scusa per la mancanza di servitù.

 

quattro

Alle quattro del pomeriggio la marea è quasi al minimo.
Piero e Gloriana si avviano verso la parte est dell'isola. E' la parte che si affaccia sull'oceano. La spiaggia è molto larga, alcune pozze d'acqua restano intrappolate tra le basse dune.
La sponda dell'altra isola è poco distante. Le alte dune bianche di Lamu sono ornate sulle cime da radi cespugli. Il canale che separa le due isole si allarga e, più avanti, si apre nell'oceano.
La spiaggia su cui camminano si va ora restringendo lasciando il posto a scogli di origine vulcanica. Sono scuri, frastagliati, taglienti e con numerosi anfratti. La sabbia che si infila tra gli scogli permette loro di proseguire senza indossare le scarpe.

Gloriana ha un piccolo costume marrone chiaro, la sua pelle brilla al sole.

Nell'acqua bassa due murene verdi e brune si stanno corteggiando avvinghiandosi e sciogliendosi. Un grosso astice cammina tra due pietre appena sommerse, gruppi di pesciolini neri si riparano dal sole all'ombra di uno scoglio.
Un anfratto è stato riempito dall'acqua durante l'alta marea ed ora è una specie di piccolo pozzo. Dentro un pesce scorpione: sembra un uccello dalle piume rosse.

Al ritorno Gloriana si stende in una piscina naturale tra le dune, il fondo è costellato da piccole cipree grigio chiaro. Piero la guarda: un antico ricordo affiora. L'emozione e il rapimento provati quando vide la venere di Botticelli. "Distesa tra le conchiglie. In piedi sulla conchiglia. Sono uguali".
Gloriana stende un braccio "Vieni Piero, è bellissimo". L'acqua è calda come quella della vasca da bagno.

Il sole tramonta, il mare si colora di viola. La luna sorge all'orizzonte. Ad est qualche stella comincia a brillare.
Il colore del mare gli ricorda il rosaio rosso della mamma, quello dal quale non coglieva mai le rose.

In lontananza grida di un branco di babbuini.

 

Il fischio (75)

Il branco di bufali è stato segnalato poco oltre il letto di un piccolo affluente dello Zambesi. Sono già due ore che camminano tra la fitta boscaglia. Il percorso è disagevole ed il terreno è un continuo sali e scendi. Insomma sono stanchi.

Il fiume è completamente asciutto. Il letto di sabbia è bianco, liscio, cosparso di piccoli sassi arrotondati. Si siedono sulla sponda. Le borracce sono già vuote.
Claud posa il fucile, Filiberto lo imita, Piero cambia il rullino della macchina e si accende un sigaro facendo finta di non accorgersi dello sguardo di disapprovazione di Claud.
Opondo scava una buca nella sabbia. Dal fondo emerge dell'acqua gialla. Dopo alcuni minuti, usando le mani a mo' di cucchiaio, getta via l'acqua che ha invaso la buca. Ne filtra dell'altra: è un po' meno gialla. Ancora qualche minuto e poi potranno bere.

Dall'altra sponda viene un basso brontolio. Claud si alza in piedi, prende il fucile per la canna, con la mano ripara gli occhi dal sole. Il brontolio riprende, anche Opondo si è alzato in piedi. Piero si guarda attorno, il sigaro pende inerte dalle labbra. Un ruggito breve e forte. Poi silenzio. Un silenzio assordante.
Inaspettatamente Claud ed Opondo si risiedono. "E' una femmina con i cuccioli. Ci avvisa di non attraversare qui il fiume". Opondo indica un gruppo di cespugli sull'altra sponda. "E' là". Piero non vede nulla.
Alcune scimmie si rincorrono gridando da un ramo all'altro di un'acacia. Opondo indica a Filiberto alcuni mucchietti scuri, ci posa la mano sopra "Non sono molto distanti, le tracce sono fresche". Piero sorride: "Che strano il linguaggio! Con 'tracce fresche' si intende un'altra cosa calda".

Sono tutti immobili, oltre una valletta c'è il branco di bufali. Le cicale, disinteressate, continuano a cantare. In lontananza grida di scimmie. Qualche muggito viene dal fianco della collina di fronte. Filiberto poggia la canna del fucile su un basso ramo, con il dito medio aggancia ramo e canna, la guancia è sul calcio, l'occhio davanti al mirino. Fa due respiri profondi poi sembra non respirare più.
Piero inquadra con la cinepresa il bufalo più grosso "Che gusto c'è nell'uccidere? Se fossi obbligato a farlo sarei perseguitato da quel bufalo per tutta la vita". Un po' di colpa la sente comunque.

L'orecchio sinistro fischia e gli sembra di non udire più nulla. Le voci di Claud ed Opondo sembrano lontanissime.

Scendono il fianco della collina, entrano nella valletta. Opondo è il primo che trova le tracce di sangue del bufalo. Indica una direzione e, in fila indiana, iniziano a seguirle. Sulla cima della collina le tracce sembrano scomparse. Claud si siede imitato da tutti. Piero non capisce. "E' bene aspettare. Il bufalo si indebolirà sempre più: lo troveremo morto. Meglio così che trovarlo ferito e ancora in forze", dice Claud a Filiberto.

Chi a destra chi a sinistra, ognuno sceglie una direzione per ritrovare le tracce. Piero si attarda per ricaricare la macchina, si volta nella direzione dalla quale sono arrivati. "Se il bufalo ha proseguito in linea retta dovrebbe essersi diretto verso est". Si incammina e in quel momento si accorge di essere solo.
Non c'è più nessuno, sono tutti scomparsi. Silenzio.
La vegetazione non è molto fitta, ma i bassi arbusti creano un muro verde bruno che limita la vista.
Un breve giramento di testa. Barcolla un attimo. Deglutisce. "Oeee, oeee" prova a gridare. Niente. Forse il fischio è più efficace. Le labbra sono secche, non esce che uno striminzito soffio. Passano i secondi: o sono minuti? Meglio non spostarsi. L'unica arma è un accendino. Raccoglie alcuni rami secchi, le mani tremano. Il silenzio è tale che le orecchie gli rimandano un ronzio. Si guarda nuovamente intorno: cespugli, arbusti, basse acacie spinose e silenzio. Accendere un fuoco? Dov'è la leonessa? Il bufalo ferito non sarà qui vicino?
Infila due dita, il medio ed il pollice congiunti ad arco, tra le labbra. Soffia con forza e finalmente esce un fischio lungo e acuto. Accanto alla scarpa alcune grosse macchie rosse.

Nel silenzio un grido roco, dal nulla compare l'amata figura di Opondo: "Bwana, bwana". Un grosso sospiro gli piega le spalle. Improvvisamente sente il canto delle cicale.

E' sera, davanti alle tende, seduti attorno al fuoco, Claud e Filiberto commentano la cattura del bufalo, la misura delle corna, il colpo quasi perfetto. Piero in parte ascolta, in parte osserva il fuoco e sente la gioia di essere vivo, sente la vita che corre nelle vene.

Domani sveglia alle cinque.

 

I sassi rotondi (75)

A volte capitava che tornassero presto al campo. Nel primo pomeriggio.
I boys preparavano dei panini imbottiti e l'immancabile caffè lungo. Una banana e il pranzo era finito.

Piero si sdraia a terra, il capo su un sasso, un sigaro e in alto il cielo blu tra le foglie verde chiaro dell'eucalipto. Gli piace ascoltare in silenzio i rumori che vengono dalla foresta. I canti di uccelli sconosciuti, ma soprattutto il continuo, inesauribile frinire delle cicale.

Filiberto è seduto su una sedia da campo e pulisce la sua doppietta express, ormai usa solo quella: dice che è più "sportiva". Passa e ripassa lo scovolino all'interno delle canne. Per tenere ferma l'arma usa un panno chiaro; porta vicino ad un occhio il meccanismo del percussore, lo osserva nello stesso modo con cui un gioielliere osserva una pietra da valutare, gira e rigira l'arma quasi a cercare un difetto che non c'è.
Anche Claud pulisce il suo grosso "automatico", ma lo fa in modo molto più frettoloso, quasi con movimenti programmati.
L'aria profuma di fiori d'acacia, di erbe sconosciute, di terra secca e di legna bruciata. Claud si stiracchia, si alza e si avvia alla sua tenda: "Ciao ragazzi, vado a fare un riposino".
Poco dopo anche Filiberto si alza "Ciao Piero, vado a buttarmi anch'io".
"Ciao, buon pisolo".

Bello rimanere da soli, non c'è nessun obbligo a sostenere alcuna conversazione, silenzio, solo silenzio. Alcune grosse formiche nere marciano in fila costeggiando un sasso. Un grosso insetto cammina lento ed impacciato sulla polvere rossa, le cicale sembrano zittirsi un attimo, poi riprendono all'unisono.

Sul limitare del campo c'è la scarpata che scende al fiume. O meglio, a ciò che resta del fiume in questa stagione: alcuni rigagnoli gialli che corrono intorno a grossi massi rotondi passando da una pozza all'altra. Qualche piccola cascatella che non produce alcun rumore.
Alcune scimmie gridano tra loro da una sponda all'altra. Calde ore del primo pomeriggio.

Opondo aveva detto che in una pozza proprio sotto il campo c'è un coccodrillo. "Chissà che non riesca a vederlo" pensa Piero. Prende la macchina fotografica e si avvia sul sentiero che porta giù al fiume. Opondo gli fa un cenno di saluto, gli indica un fucile dei boys appoggiato ad un albero e con la mano mima l'atto di impugnarlo, Piero scuote la testa, Opondo alza le spalle e, posandosi un dito sulle labbra, gli suggerisce di non fare rumore.

Sembra un sentiero di montagna, scende diritto, poi un tornante e riprende diritto nella direzione inversa.
Tre tornanti ed è sulla sponda, sabbia chiara e massi rotondi. L'erba terminava un po' più in alto, prima della bassa scarpata. Il corso del fiume è cosparso di grossi massi che sembrano riposarsi sul letto di sabbia, proprio al centro uno stretto corso d'acqua profondo due o tre spanne. Vista da vicino l'acqua non è così sporca, si vede il fondo e si notano alcuni piccoli pesci di colore scuro. Opondo ha detto di stare attenti a non pestarli: hanno una spina dorsale velenosa.

Piero si siede su un grosso masso lucido e liscio, le scimmie, che prima si insultavano da una sponda all'altra, si sono zittite. Non riesce a vederne nemmeno una.
"Se me ne sto qui fermo forse riuscirò a fotografarle", mette una mano in tasca per prendere un sigaro, poi ci ripensa: "Forse il fumo le infastidisce".

Più a monte, lontano, quattro iene immergono il muso nell'acqua. Una un po' più indietro: è quella più grossa, tiene la testa alta e si osserva intorno. Gli uccelli sono in completo silenzio, solo le cicale si fanno sentire. La voglia di fumare è tanta, ma riesce a trattenersi.

Un muso spunta da dietro un'euforbia: è una scimmia, piccola. Piero non riesce a capire di che razza è. Lentamente prende la macchina fotografica e fa in tempo a fare qualche scatto prima che scompaia di nuovo dietro l'albero.
Ormai è un po' che aspetta, se proprio non vogliono farsi vedere tanto vale fumarsi un sigaro. Nella pozza poco distante alcuni tiger fish se ne stanno immobili sul pelo dell'acqua, Piero lancia loro un pezzetto di pane: non si scompongono nemmeno.
Lì l'acqua dev'essere profonda, è marrone scuro, il fondo lo si vede solo sui bordi della pozza. Un grosso pesce-gatto sembra prendere il sole poco distante dalla riva. Del coccodrillo nemmeno l'ombra.

Più a valle il fiume è serrato sulla destra da una ripida parete di roccia mentre a sinistra la riva scende più dolcemente. Passando da un macigno all'altro è possibile scendere fino alla pozza successiva. Piero si muove con attenzione: ha la macchina fotografica in mano. Un salto da un masso all'altro, dove può scende sulla sabbia, risale su un altro masso e finalmente arriva alla pozza più grande, lunga una ventina di metri, profonda, quasi nera. Sul pelo dell'acqua un gruppo di tiger fish immobili.
Più in giù ancora la gola si allarga, le sponde sono di terra e la riva è bassa. A sinistra, dove si trova Piero, una striscia di sabbia fa pensare alla spiaggia di Cattolica, è rosa chiaro, è sottile e morbida, pochi sassi: verrebbe voglia di distendersi.

Alla fine della pozza, dove questa va restringendosi per poi formare un ruscelletto che si perde tra i sassi, c'è un tronco d'albero morto: è per metà sulla riva e per l'altra metà semisommerso.
Le iene non si vedono più, forse se ne sono andate o da qui non si possono più vedere.
Le scarpe affondano leggermente nella sabbia morbida. Piero si gira, le guarda: sembrano le prime impronte lasciate da un uomo su quella terra. Pensa a Robinson Crusoe. Per un attimo sente un forte senso di solitudine. Solo le cicale a tenergli compagnia.

Un sordo brontolio dall'altra sponda. Un brivido di freddo lungo la schiena. Non ha armi, nemmeno un bastone. "Forse posso risalire anche da qui. Il campo dovrebbe essere proprio qui sopra". Ma la riva è troppo scoscesa, deve costeggiare la pozza ancora per un po', più in basso il declivio è meno accentuato: "Posso farcela" pensa.
Si muove piano, cammina tenendo d'occhio la sponda opposta, è arrivato nel punto dove la riva destra scende dolcemente. Dove è posato il tronco.
Tronco? Adesso lo vede. Ha la bocca aperta, è immobile, si sta scaldando al sole. E' il coccodrillo. Passa di corsa tra arbusti e cespugli incurante dei graffi e di dove mette i piedi. Un lieve odore di legna bruciata lo guida verso sinistra. Aggrappandosi ai cespugli sale l'ultima rampa, vede finalmente la grande tenda dove pranzano.

Le mani sono sporche di terra, i calzoni strappati, il fiato è grosso, una goccia di sudore cade sugli occhiali. Passa il dorso della mano sulla fronte bagnata, l'altra mano stringe ancora la macchina fotografica.
"Cosa c'è, bwana Piero"? chiede Opondo sorpreso.
"Niente, niente Opondo". Piero riprende fiato, deglutisce "Credo d'aver sentito un leone al di là del fiume. Avevo con me solo questa" e alza la mano con la macchina fotografica.

 

Un fiore e un seme (75)

Il fiume è quasi secco. Qualche pozza d'acqua gialla, sabbia fine e bianca, massi arrotondati e qualche rado cespuglio. La sponda scende dolcemente fino al letto asciutto.

Claud imbraccia il suo grosso fucile. Filiberto è semi-accucciato, poggia il gomito sul ginocchio, l'occhio fisso nel mirino. Le canne della nuova doppietta Express tremano leggermente.

Opondo, con la sua corta lancia appoggiata al fianco, osserva attento. I due indigeni con la tuta mimetica sdrucita ed ormai quasi incolore, alzano i loro vecchi fucili. Piero sta filmando il bufalo con la cinepresa.

Sull'altra sponda l'animale è sotto il tiro di quattro fucili ed un obiettivo. Non ha possibilità di scampo.
"Chiamalo sport" pensa Piero. Gli torna alla mente un episodio del passato: quattro bambini un po' più grandi di lui lo avevano circondato a causa di un diverbio sullo scambio di alcune "figurine". Si era difeso per un po', poi aveva dovuta darsela a gambe levate, scornato, dolorante e senza figurine. Insomma istintivamente parteggia per il bufalo. Ormai lo ha accettato, lui è sempre dalla parte di chi soccombe e non sopporta le lotte impari. Gli verrebbe voglia di fischiare o tossire: fare qualcosa per avvisare dell'imminente pericolo.

Il tiro spetta a Filiberto, gli altri puntano i loro fucili per "sicurezza". Se il colpo non è perfetto e l'animale viene ferito, gli altri tre devono "finire" il bufalo. "Finire: nemmeno si trattasse di un lavoro!": le stranezze del linguaggio sorprendono sempre Piero. Ufficialmente l'animale deve essere ucciso subito per evitargli inutili sofferenze. In realtà seguire un bufalo ferito tra alberi ed arbusti è estremamente pericoloso: può essere nascosto dietro ogni cespuglio e caricare all'improvviso. Diciamo che è una pietà "pelosa".

Il branco fugge con un rumore assordante, si alza una nuvola di polvere, non si vede più nulla. Pochi istanti ed è nuovamente silenzio. Le cicale continuano a cantare, quattro iene più a monte riprendono a bere in una pozza lontana, due aironi volano bassi e lenti sopra il letto del fiume. Una massa nera e grossa è immobile sull'altra sponda.

Qualche commento sulla misura del trofeo, una pacca sulla spalla di Filiberto: "Bel tiro, al primo colpo".

Poi Claud gira il capo: "Sisi enda kambi", "Noi andiamo al campo" dice in uno Swahili approssimativo.
L'operazione di pulitura del trofeo viene lasciata ad Opondo e agli altri due indigeni. La carcassa dell'animale verrà donata alla tribù che vive oltre il fiume. Claud appoggia il fucile sulla spalla reggendolo per la canna, Filiberto e Piero lo seguono.

E' ormai mezzogiorno, camminano da più di due ore seguendo il letto del fiume.
Quattro elefanti femmine e due piccoli si stanno abbeverando in una pozza. Una pausa imprevista, si fermano a debita distanza. Claud scava una buca nella sabbia, così come faceva Opondo, fa filtrare dell'acqua finché non è abbastanza chiara da poterla bere. E' fresca, ha un retrogusto ferroso, ma non puzza. Riempiono anche le borracce. Claud e Filiberto si scambiano opinioni sul trofeo. Piero pensa a quel bel bufalo che non c'è più. Gli elefanti se ne vanno.
Più avanti il fiume si biforca.

E' bello camminare sulla sabbia fine e solida del letto del fiume. Il canto degli uccelli, il frinire delle cicale, il ronzio degli insetti, qualche verso sconosciuto. E' tutto bello. Un albero di "frangipane" profuma l'aria. Piero raccoglie un fiore caduto e lo infila nel taschino della camicia: si porta il profumo appresso.

Claud si ferma, guarda l'ora, guarda il sole: "Abbiamo sbagliato strada, dovevamo seguire il braccio di destra del fiume". Fa molto caldo, sono stanchi, ma non una goccia di sudore. L'aria è così secca che tutto evapora. Il fiore è appassito, ma profuma ancora. Claud estrae la bussola, e si dirige verso la sponda. Salgono la breve scarpata e si addentrano nel fitto bush.
Adesso viene il bello!

Avanzano molto lentamente, bisogna fare attenzione. Ogni rumore sospetto impone una pausa. Claud si abbassa frequentemente per osservare meglio il cammino da sotto gli arbusti. Un fruscio e accanto a loro passano di corsa due facoceri. Piero e Filiberto si sono irrigiditi. Con affettata noncuranza Piero si schiarisce la voce.
A terra qualcosa luccica, si china e raccoglie un seme. E' grande come un fagiolo, per metà marrone scuro e per l'altra metà rosso vivo. "Che seme è?", Claud lo guarda e scuote la testa. Se ne intende di animali, ma di piante proprio no. Piero se lo infila in tasca.
Il paesaggio è bellissimo, un continuo saliscendi di basse colline, ogni tanto una radura, tra le acacie svetta qualche raro baobab. Ma nessuno apprezza. Sono stanchi e tesi.

"Ecco, ecco il fiume. Là oltre quel gruppo di piante." Finalmente il bianco letto di sabbia. Una breve discesa aggrappandosi agli arbusti delle riva.
Al centro del fiume un bufalo li guarda dritto negli occhi. Tiene la testa alta, un colpo di coda e due minacciosi passi in avanti. Claud imbraccia il fucile.
Non può sparare: oggi hanno già preso un trofeo. Il colpo si sentirebbe a molta distanza e le guardie forestali non fanno sconti. Scuote il testone e al trotto si avvia verso l'altra sponda. Piero fa appena in tempo a filmare la groppa dell'animale che si infila tra i cespugli.

Il fuoco è già acceso, gli indigeni si danno da fare per la cena. La doccia, anche se molto, ma molto spartana è calda e piacevole. Claud ha portato due birre e una coca. E' bello stare seduti attorno al fuoco.
Filiberto chiacchera con Claud "Visto che tiro? El sarà più de ventisette inc." "Mi faccia vedere la doppietta".
Piero si stende a terra, appoggia il bicchiere di coca accanto a sé e posa la testa su un grosso sasso. Lassù le stelle cominciano a mostrarsi, tra poco saranno talmente tante da sembrare polvere. Distrattamente mette una mano in tasca, trova il seme, gli piace sfiorarne la superficie lucida e liscia. Fa un sospiro, un lieve aroma, infila le dita nel taschino.

Il fiore è secco, ma profuma ancora.

 

La notte (75)

Il fuoco va lentamente spegnendosi. Claud vi getta sopra un grosso tronco d'acacia. Durerà tutta la notte.

I grilli fanno un chiasso assordante, si sente appena il fruscio delle foglie dell'eucalipto al centro dell'accampamento. Lassù uno spolverio di stelle. Tra le dita l'ultimo sigaro. Piero non ascolta le voci di Filiberto e di Claud, ascolta il canto della vita. Chi ha potuto scrivere una musica così? "E' proprio vero, la vita è bellissima" pensa.

Giù, sotto la scarpata dove scorre ciò che resta dell'affluente dello Zambesi dopo due mesi di siccità, un brontolio basso, breve. Claud alza la testa "Dev'essere la leonessa con i cuccioli. Forse ha sentito l'odore della carne. Gli skinner non hanno ancora pulito il trofeo".
Filiberto appoggia a terra la doppietta express. Ha appena finito di pulirla. L'ha smontata, ha spazzolato l'interno delle canne, ha soffiato più volte sul meccanismo di scatto, ha passato un panno liscio sulla parte esterna. "Di ai boys di appendere la testa del bufalo ai rami più alti di quell'albero. Non vorrei che domattina non trovassimo più il trofeo".
Un barrito, poi un altro ed altri ancora. Non sono molto lontani. "Sono scesi ad abbeverarsi, se ci sono loro la leonessa deve andarsene". "Quanti saranno"? Chiede Piero. "Mah, sono pochi. Quattro o cinque femmine e qualche cucciolo" dice Claud tendendo l'orecchio.
"Beh, vado a letto" Filiberto prende il fucile per le canne e si dirige verso la sua tenda: "Notte". "Notte, notte" rispondono Piero e Claud.
Piero resta disteso accanto al fuoco con la testa appoggiata ad un sasso, Claud pulisce il suo fucile, i boys hanno finito di rassettare il tavolo della cena e se ne sono andati nella loro grande tenda. "Come sono venuti i filmati oggi"? "Spero bene. Per fortuna avevo portato con me alcune pile di ricambio, altrimenti sul più bello, quando Filiberto ha tirato al bufalo, sarei rimasto con la cinepresa spenta".
Il pensiero torna a quel bel bufalo che non c'è più. Un vago senso di colpa mette Piero un po' a disagio. "Avrei dovuto tossire" pensa "Almeno avrei tentato di salvarlo, avrei fatto qualcosa. Se non altro adesso non sentirei questa fastidiosa punta di rimorso".

"Beh, ciao Claud, vado a dormire anch'io". La tendina di Piero è la seconda, davanti all'ingresso i boys hanno lasciato una lampada a petrolio accesa. La cerniera dell'ingresso è chiusa, Piero la fa scorrere ed entra, si stende sulla brandina, toglie le scarpe, ma non si spoglia, ha troppo sonno. Dormirà così.
La luce è rossastra e le ombre sembrano ballare. La fiamma della lampada ondeggia, quasi a tempo di musica. Accende l'ennesimo sigaro "Questo è l'ultimo" si dice. Lascia che la mente vaghi dove vuole andare. Il seme, il fiore di frangipane, le orecchie che fischiano dopo il colpo. La mano gli scivola nella tasca: il seme è sempre lì.
Gli occhi si chiudono, poggia il sigaro a terra, abbassa lo stoppino della lampada. Solo il canto dei grilli. Niente più.

Mrrrou un brontolio basso e breve. E' lei, ha sentito l'odore della testa del bufalo. Piero raddrizza la schiena, tende l'orecchio. Mrrrou: di nuovo quel rumore, sembra un colpo di tosse smorzato. E' vicino, molto vicino.
Durante la cena Claud aveva raccomandato, a proposito dei possibili bisogni notturni: "Se non potete trattenervi non uscite mai dalla tenda, abbassate un po' la cerniera dell'ingresso, fino all'altezza necessaria, fate sporgere… sapete cosa e fate la pipì così.
In caso di necessità diversa, se proprio non vi è possibile resistere, uscite con la lampada a petrolio, con il fucile carico, fate il maggior rumore possibile e non allontanatevi fino alla latrina, ma state vicino alla tenda. Alle pulizie ci si penserà poi alla mattina".

"E chi esce" pensa Piero "L'unica arma che ho in dotazione è una cinepresa. Ah no, ho anche il flash della macchia fotografica. E che cavolo di arma è. Chissà se basta a spaventarla. Qui ad aver paura sono io"

Di nuovo quel basso colpo di tosse. Cric, cric alcune foglie secche fanno rumore sotto le zampe della leonessa. Sono seguiti da altri leggeri scricchiolii: saranno i cuccioli che la seguono. Le orecchie di Piero sono così attente che distinguono anche il ronzio del silenzio. I grilli non si sentono più. Gli sembra di sentire anche il rumore della fiamma della lampada quando sembra spegnersi e poi riprende di colpo vigore. O forse lo immagina solo.

Frrr, frrr. La volta della tenda si muove, trema, ondeggia. Una goccia di sudore gli scende a lato della fronte, deglutisce, alza al massimo la fiamma, prova ad accendere un sigaro con la mano tremante, la fiamma dell'accendino si muove in continuazione, fatica ad accenderlo "Speriamo che puzzi molto". Tutti i muscoli sono irrigiditi. Silenzio e ancora silenzio.
Poi i grilli, il fruscio delle foglie dell'albero, l'abbaiare lontano di una iena.

"Guarda, guarda. Stanotte abbiamo avuto visite". "Cosa"? chiede Filiberto a Claud. "Eh, sì. Stanotte la leonessa è entrata nel campo, aveva al seguito anche due cuccioli. Di sicuro cercava la testa del bufalo. E' passata di qui, vedi le impronte? Toh, è passata proprio accanto alla tenda di Piero è passata sotto il tirante. Si è anche fermata e i cuccioli le hanno girato intorno. Piero tu non ha sentito nulla"?