Echinopsis mamillosa

 
Emilio Filippini, Il covone

 

 

L'amichetto (27 - 53)

La casa era quella in cui a Piero piaceva molto andare.
La grande casa dei nonni a Cattolica. Quella con il cortile, i gatti, il profumo dell'Ersilia, la penombra del salotto e l'odore di fili elettrici e noce moscata.

La mamma sta conversando con lo zio Luis. Sta raccontandogli il salvataggio che Piero e suo fratello hanno escogitato per i tre topolini caduti nella vasca da bagno.
Luis sorride "Buon sangue non mente". "Perché?" chiede la mamma.

Verso la fine degli anni venti la nonna Cristina si era ammalata - fa una pausa e sorride - Non era una cosa grave, ma era mortale. Si era ammalata di vecchiaia. Si era ritirata nella sua stanza e non ne usciva più.

Piero è seduto sotto il fico, i gatti si strusciano sulle sue gambe. Lui li accarezza e ascolta le voci della mamma e dello zio che escono calme e chiare dalla porta del tinello.
Ha visto la stanza della bisnonna Cristina. E' rimasta sempre chiusa: come se aspettasse ancora la sua inquilina. E' molto ampia - oggi ci si farebbe un miniappartamento - il pavimento è in assi di legno chiaro, le pareti bianche, il soffitto a volta, il lampadario in vetro e metallo e il grande letto a baldacchino al centro. Non è appoggiato al muro, è proprio al centro della stanza.

Era un continuo andirivieni di gente. I figli che salivano a salutarla, le inservienti di casa che prendevano ordini, amici e amiche che venivano a fare due chiacchiere.
Ma per il pranzo e la cena, voleva essere lasciata sola. Era vietato entrare. Solo io -
continua lo zio Luis -, il nipotino preferito, sono riuscito ad entrare per una sola volta e senza bussare.

Piero intravede lo zio dalla porta, ha interrotto il racconto. Sorride e guarda i canarini nella loro voliera.

La nonna era seduta al centro del letto, tre cuscini le sorreggevano la schiena, un piccolo tavolino con le gambe corte era appoggiato sulle lenzuola: aveva finito di mangiare. Cerano ancora un po' di avanzi nel piatto.
Beh, sai cos'ho visto? Accanto a lei c'era un topolino che aspettava fiducioso le briciole che ad una ad una lei gli poggiava vicino. Finito un pezzettino di pane, si sedeva a aspettava il prossimo. Lo afferrava con le zampette anteriori e se lo portava alla bocca. Sembravano due amici che pranzavano insieme chiacchierando.
La nonna ha alzato lo sguardo 'Beh, che c'è da guardare. Anche lui ha diritto di mangiare, no?', 'Sì, sì, hai ragione' ho borbottato. Sono rimasto lì incantato a guardare i due amici per un po'.

Piero sente la mamma che ride, "Adesso capisco perché hai detto che buon sangue non mente"

Dopo quell'episodio, ogni volta che salivo a salutare la nonna, le chiedevo notizie del suo amico. Lei me ne parlava con disinvoltura, "Oggi era in ritardo, mi chiedo come mai. Ma non ha dato spiegazioni: lui è di poche parole" e sorrideva.
Quando poi la nonna è morta, sono salito nella sua stanza nella speranza di rivedere il suo amichetto. Lo tentavo anche con pezzettini di formaggio. Ma nessuno lo ha più visto.
Sarà andato anche lui al funerale e, in campagna, avrà trovato una fidanzata
- dice ridendo. Anche la mamma ride.

Piero accarezza i gatti e fantastica.
Immagina che i tre topolini da lui salvati siano i pronipoti dell'amichetto della bisnonna. Intuisce che sembrano esserci strani disegni nelle vite degli uomini. Sente di farne parte, sente la vita che gli scorre nelle vene

Oggi, la compagna di Piero si chiama Cristina.

 

L'anatema (20 - 53)

Si chiamava Napoleone. Di lui Piero ha un vago ricordo: piccolo, determinato, con un pizzetto bianco alla D'Annunzio. E sempre in vena di brontolare.
Era il fratello minore della nonna. Gli altri fratelli erano: Guglielmo ed Ermenegilda.
Guglielmo era il nonno di Paola, la bella cuginetta di cui Piero era innamorato da bambino: quella tutta vestita di rosa.
Ermenegilda era la mamma delle zie armene: quelle da cui andava per imparare il bon ton.

Dei quattro fratelli Napoleone era la cosiddetta pecora nera.
Viveva a Roma. La scusa era che lavorava lì. La realtà era che Roma permetteva una vita più brillante. Specie in campo femminile.

Vedi, Pucetto - racconta la nonna - Napoleone era fatto così: aveva sempre bisogno di denaro. Ora bussava alla porta di mia sorella Gilda, ora alla nostra, ora a quella di mio fratello Guglielmo.
Stanchi delle sue continue richieste, noi tre fratelli, un giorno, abbiamo deciso di chiudere i cordoni della borsa. La reazione non si è fatta aspettare. Napoleone ha fatto stampare dei volantini che ha fatto affiggere in "centro".
"I fratelli G… sono degli avari".
La nostra famiglia era abbastanza in vista nella città, e la cosa ha fatto parecchio scandalo. Non ne siamo stati certo contenti.

Luciana passa lo spazzettone sulle piastrelle rosse del corridoio.
Piero la intravede dalla porta semiaperta. Gli piacerebbe salire su quel rettangolo di metallo e farsi trascinare avanti e indietro come faceva da piccolo, ma adesso è troppo grande e si vergogna. E poi i racconti della nonna sono sempre belli da ascoltare.

Il profumo di cera arriva fin dentro il salotto. "Nonna, nonna raccontami dell'episodio della gondola. E' vera quella storia?"

Sì, sì, purtroppo è vera. Napoleone, come noi, passava le vacanze estive a Cattolica. Qui era nata una discussione con gli abitanti del luogo su chi fosse miglior marinaio tra i veneziani ed i cattolichini.
"
Voialtri no si boni de remare alla veneta. Bisogna esser dei artisti par farlo" sosteneva lui. Naturalmente loro ribattevano che tutti erano in grado di remare così, specialmente per chi fosse nato in un paese di mare.
La discussione non poteva trovare soluzione se non attraverso una verifica.
L'estate successiva, credo fosse il '20, Napoleone andò a Venezia, comprò una gondola, affittò un vagone e la spedì a Cattolica. Non ti dico la sorpresa dei suoi amici quando videro quella strana imbarcazione ormeggiata nel porto.
"
Beh, desso vedemo chi xe el più bravo".
Ecco lui era fatto così. Non aveva mai torto e se qualcuno dubitava delle sue affermazioni non badava né alle spese né alle difficoltà.
Non era cattivo, solo che non aveva alcuna cognizione di quanto valesse il denaro. I suoi fratelli ne avevano, quindi lui poteva disporne.
Quando avvenne il fatto dei volantini ci fu una grossa lite tra noi e lui.
Napoleone pose fine alla discussione così: "
Visto che schei no me ne dé più. Io vi maledico, maledico il nostro nome. Che esso scompaia con noi". Era in piedi sull'uscio della casa di Guglielmo, teneva un dito alzato e aveva lo sguardo di un pazzo. Uscì sbattendo la porta.

Entra Bepi con due tazze di cioccolato "Nol studia ancò el paronsin?". La tazza più colma la appoggia davanti a Piero. "Dopo, dopo, adesso sto ascoltando una bella storia" e poi rivolto alla nonna: "Beh, nonna, che valore ha una maledizione. Mica aveva dei poteri magici."

Certo che no, Pucetto. Però poi successe una cosa strana.
Come sai il nostro cognome non può essere trasmesso né da me né dalla zia Gilda: siamo donne e portiamo il cognome dei nostri mariti.
Gugliemo al contrario aveva tre figli maschi: Guido, Toti e Nico, quindi, le parole di Napoleone, sembravano parole al vento.
Invece...

la nonna fa un lungo sospiro:

Guido ha avuto quattro figlie femmine, Toti altrettanto. Nico, dopo aver avuto anche lui quattro femmine, ha avuto un ultimo figlio. Un maschio, ma poco dopo la nascita ci si è accorti che aveva dei problemi con il cromosoma 21.
Insomma aveva la sindrome di Down.
Quindi il nostro cognome finirà con noi.

"Ma che strano nonna. Tu cosa credi?" La cioccolata era finita e la nonna si passa il tovagliolino sulle labbra.

Mah, Pucetto, io non credo nulla. Però la cosa è a dir poco sorprendente. Va, va, corri a studiare. Per oggi ti ho fatto perdere anche troppo tempo.

Gli passa una mano tra i capelli e lui si incammina verso la sua stanza, lei lo segue con lo sguardo amorevole di sempre. Piero si volta le fa un cenno con la mano. La nonna lo guarda per un attimo, poi gira il viso ed estrae un fazzolettino.

 

Romolo (fine Ottocento - 54)

A Piero piace ascoltare il papà quando racconta la storia strana ed avventurosa del nonno Umberto. Ma questo accade raramente: il papà è, così dice la mamma, "di poche parole".

All'età di diciotto anni, nel 1898, il nonno, assieme a due suoi fratelli più grandi, parte per Buenos Aires. Vuole aprire una fabbrica di mattoni, seguendo le orme della sua famiglia.

Piero ha provato a chiedere direttamente al nonno la sua storia e la storia del suo nome. Ma anche lui è "di poche parole". Solo una volta, seduto sulla sua poltrona e con gli occhi rivolti verso la finestra, gli racconta un breve episodio.

La fabbrica è subito andata molto bene. Era ad una ventina di chilometri dalla capitale, in aperta campagna.
Lì la campagna non è come qui da noi. E' un'infinita distesa di erba, pochi alberi e un orizzonte la cui linea di demarcazione tra terra e cielo è appena distinguibile. L'erba, più ci si allontana con lo sguardo, sembra sempre più azzurra così che non la si distingue più dal cielo.
A causa della distanza dalla città dovevamo adattarci a mangiare ciò che mangiavano gli operai argentini: soprattutto pannocchie di mais abbrustolite. Noi tre fratelli non eravamo abituati a quella dieta. Ci procurava spesso dei "gonfiori".
Dopo cena mi distendevo all'aperto sull'erba in attesa di "digerire" - dicendo questo sorride.
Era un momento bellissimo -
il nonno chiude gli occhi e sospira.
Il cielo era uno spolverìo di farina. Sembrava che le stelle dovessero cadermi addosso da un momento all'altro. Il vento portava odori di erbe aromatiche. Il silenzio era assordante. Udivo solo i grilli e il verso di qualche animale sconosciuto
.

A questo punto il nonno fa un altro sospiro, appoggia il toscano sul posacenere, asciuga un occhio e non dice più nulla. Era fatto così!

"Papà, papà, continua tu la storia del nonno". Il papà sorride e continua.
Dopo qualche anno e dopo aver accumulato un bel po' di soldi, tuo nonno, allora giovanissimo, decide di tornare in Italia.
La nave, per le avverse condizioni del mare o per i venti contrari o perché era quella la sua destinazione, ha fatto rotta per Città del Capo, per poi risalire le coste dell'Africa e passare per il canale di Suez. Insomma il viaggio è stato molto lungo.
Durante questo viaggio il nonno ha perso al gioco buona parte della sua fortuna.
Tornato in Italia, con ciò che gli era rimasto, ha intrapreso un commercio di formaggi: per essere precisi di formaggio "Grana". Le cose gli andarono bene e, con i guadagni, comprò terra, sempre più terra, fino a diventare un latifondista.

Piero non ricorda bene cosa significhi quella parola, ma immagina abbia a che fare con la terra. Il papà sorride "In quei tempi smisero di chiamarlo Umberto. Da allora fu sempre chiamato Romolo".

Ecco. Lo ricorda così. Vecchissimo, seduto nella sua poltrona, con lo sguardo perso fuori dalla finestra. Non parlava mai, ma ad un cenno della sua mano arrivava subito qualcuno. Quasi sempre con un vassoio e una tazza di caffè-latte. Lo ha visto nutrirsi sempre e solo di caffè-latte.

Piero torna da scuola, è il mese di marzo, ma non c'è il temporale. E' una bellissima giornata. Non è contento, ha preso cinque nel compito di francese. Se non rimedia non sarà ammesso agli esami di terza media.
Strano il papà è a casa. Piero pranza da solo, la mamma e il papà sono in salotto. Poco dopo arriva la mamma e gli dice che il nonno non c'è più: "Aveva novantanove anni, era stanco, molto stanco".
Il viaggio fino al paese è breve, nemmeno mezz'ora di macchina. Ci sono tutti i cugini, soprattutto Fiorella: è bellissima con le trecce nere e il cappottino blu. Per fortuna ci sono loro, gli altri sono tutti vecchi.

E' il primo funerale a cui partecipa, c'è tanta gente, ma tanta! Tutto il paese.
Si chiede come mai a lui non viene da piangere. Molti hanno gli occhi rossi. Guarda Fiorella, anche lei non piange, anzi gli strizza l'occhio.
Piero sorride. Si sente un po' meno strano.

 

L'eredità (28 - 90)

L'esergo non è dei migliori. Di pugno del papà, al centro del pacco di fogli dattiloscritti, ci sta scritto: "Veni, Vidi, Persi". Come a dire: credevo d'essere un cesare e invece...
Introduzione amara anche per Piero che credeva di non aver mai amato suo padre.

Era un paese piccolo, ma veramente piccolo. Otto case disposte a semicerchio. Una piccola cappella e due panchine. Poco più avanti un ruscello, un piccolo ponte di travi di legno e un enorme abete.
Era lì sotto che ci sedevamo. Gli aghi di pino tra i suoi capelli, l'aria sottile, il rumore dell'acqua e la mia mano nella sua.

Inizia così la storia scritta da suo papà. La dettava, stando a letto a causa del femore rotto, ad una dattilografa.
Ogni volta che Piero entrava in camera sua, si interrompeva e riprendeva quando era uscito.

Terza fila di banchi dell'aula "F" di Ca' Foscari. Lei sedeva più avanti: in prima fila. Vedevo il suo profilo di scorcio. I capelli erano così morbidi che si poggiavano dolcemente sulla spalla, quasi accarezzandola. Bellissima. "Chissà se avrò mai il coraggio di rivolgerle la parola".
Dalla cattedra il professore parlava dell'economia dell'Unione Sovietica, dei trasporti via fiume, delle ferrovie. Io vedevo solo la punta del suo bellissimo naso, le sue ciglia: due ali di farfalla.

Piero ha in mano un pacco di fogli dattiloscritti. Pagina uno. Su un lato due sbaffi di colore nero: la carta-carbone aveva lasciato il segno.
Suo papà è morto due mesi fa. Solo ora ha trovato quel fascicolo.

Usciamo tutti dall'aula, la seguo. A distanza. La nebbia è fittissima, il cielo è color latte, un piccolo disco bianco indica che lassù c'è il sole. Attraversa il ponte dell'Accademia, poche calli e si ferma. Sul portone una targa d'ottone lucida: Consolato di Francia. Si gira di scatto "Voulez vous entré avec moi?". Arrossisco "Scusatemi… ma vi ho visto in aula…voi…".
Sorride "Ci vediamo domani a Ca Foscari", si volta e sicura, elegante, bellissima entra nel grande atrio.
Mi sembra di toccare il cielo con un dito "Ci vediamo domani? Lo ha detto proprio a me?" La strada fino all'imbarcadero è lucida a causa dell'umidità, le persone che incrocio sembrano fantasmi, il freddo è pungente, ma a me sembra una giornata bellissima.

Piero si siede sulla poltrona in salotto, accende un sigaro, appoggia il fascicolo sulle ginocchia. Poggia la testa sullo schienale e fissa il soffitto: una ragnatela è tesa sull'angolo vicino alla finestra. Il volto del papà era bello anche così pallido come l'aveva visto per l'ultima volta. I forti baffi grigio-rosso, gli occhiali - che Piero ha voluto indossasse -, i capelli radi ma ancora scuri.
Piero si rende conto che erano proprio simili. Ma non sono mai andati molto d'accordo.
Deglutisce, un nodo gli stringe la gola. Prosegue la lettura, non riesce ad interrompersi. Pagina venti.

Oggi ho indossato il vestito grigio chiaro che ho appena fatto confezionare dal sarto. Mi piace essere elegante per lei. Il traghetto per Fusina tra poco ci sbarcherà in terraferma. "Il paese è piccolo, ma molto bello. Vedrai piacerai sicuramente ai miei. Mio papà si chiama Umberto, ma tutti lo chiamano Romolo, è veramente un personaggio: piacerà anche a te".

E' un pomeriggio di primavera. Salutiamo la mamma e il papà, "Le faccio vedere la nostra campagna". "Vai piano con quella moto". L'acqua del Brenta scorre lenta e chiara, due cavalli, legati a lunghe funi, tirano un barcone. Un mattone poggia sotto il cavalletto: la ghiaia è un appoggio precario.
La nuova e potente moto americana parte al primo colpo, le sue braccia mi stringono il petto. La campagna del papà è bellissima, i campi di grano sono verdi, le robinie che li delimitano hanno già buttato le prime foglie. Toni, un fittavolo, ha una piccola osteria.
Quant'è buono il salame. L'ombra del fico. La moglie di Toni, tonda, allegra, ci porta cantando un altro vassoio. Lei mi sorride, io ho il cuore pieno di gioia.

Piero fa un sospiro, spegne il sigaro, allunga le gambe e stende le braccia. "Come mai non dice mai il suo nome?" Il gatto gli salta sulle gambe, si accuccia e inizia a ronfare.

Chi avrebbe detto che tanta felicità durasse così poco? Perché così giovane?

Piero si drizza sulla poltrona. "Oddio che cosa è successo?". Posa gli occhiali da miope per leggere meglio, il nastro della macchina da scrivere doveva essere alla fine: i caratteri sono pallidi.

Avevo preso in affitto una mansarda vicino all'Accademia. Era lì che passavamo i pomeriggi invece che studiare. Il letto era di fronte ad una grande finestra, da lì vedevamo solo i tetti rossi e una cupola. Ma io guardavo sempre il suo profilo: il naso sottile ma deciso, le labbra grandi e ben disegnate, e, soprattutto, le ciglia nere e lunghe. Le mie due ali di farfalla.
Poi giugno, il sole e la scoperta di quel paesino del Cadore. Quei quindici giorni sono passati in un attimo. Il nostro abete. Lei lo aveva battezzato con il mio nome: l'abete Vito. Diceva che era alto, forte e bello.

Quando torniamo una brutta notizia: suo padre deve partire per Parigi. Le relazioni italo francesi sono, in questi anni, molto intense. Si preannuncia un patto a quattro: Italia, Francia, Inghilterra e Germania.
Anche lei deve partire. "Mi raccomando scrivi subito appena arrivi". Alla stazione trovo il coraggio di baciarla sulla guancia di fronte al Console.

Piero si accorge che è ormai arrivato all'ultima pagina, il gatto è sempre lì che dorme sulle ginocchia. Accende un altro sigaro. Pagina trentadue.

L'estate è calda e non piove mai, sono da poco tornato dal mare. Sul tavolo del salotto ci sono due lettere. Felicità: già due lettere. Le prendo in mano.
Sono con due grafie diverse.

Piero appoggia il sigaro, accarezza la testa del gatto, alza gli occhi verso la ragnatela dell'angolo. Una breve vertigine, sfiora con i polpastrelli i fogli di carta come per sentire il tocco delle dita del papà. Alcuni tratti a penna indicano che aveva portato delle correzioni di suo pugno.
Poi più nulla. Solo queste due righe di pagina trentadue.
Non aveva fatto in tempo a terminare questa storia, il mistero resterà per sempre.

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