1946

La tartaruga
Emilio Filippini, il rimprovero

 

 

Il mare (46)

Il viaggio era stato lungo. I giornalini erano finiti. Piero ha appoggiato la testa sul cuscino di velluto scuro dello schienale del sedile.
I fili della linea elettrica accanto ai binari salgono e scendono di continuo. Uno scarto repentino del vagone gli muove la testa, il treno un po' alla volta rallenta.

"Rimini" sente gridare. "Tra poco saremo arrivati" gli dice la mamma. Il treno riparte.
La mamma lo prende in braccio e gli indica fuori dal finestrino una lunga striscia blu "il mare". Piero lo intravede al di là delle case, oltre i tetti e tra una casa e l'altra, una lunga linea blu. Poi più nulla, la pineta nasconde alla vista il mare.
"Riccione", e di nuovo tra le case ricompare il blu. Poi di nuovo pineta.
"Cattolica", la mamma gli passa una mano tra i capelli spettinati, gli raddrizza il collo della camicia. Luciana toglie le valige dalla retina sopra il sedile.

Piero fatica a scendere gli alti scalini di legno del vagone. La mamma lo aiuta a fare l'ultimo con un salto. Le mani e il vestito puzzano di sudore e di carbone. L'aria profuma di un odore strano e nuovo.

La carrozzella si mette in moto con uno scossone. Piero è affascinato dal vetturino che emette uno strano rumore con un angolo della bocca per incitare il cavallo. Guarda attento tra le case sperando di rivedere quella magica striscia blu.

La casa della zia Noge è piccola a due piani. Il portone d'ingresso dà direttamente sulla strada. Piero è eccitato dall'idea che tra poco vedrà il mare, da vicino. Oltre la casa il mare.

Entra di corsa attraversa il corridoio, ed esce dal retro. Volta il capo a destra e a sinistra, si siede sul gradino.
Un cortiletto cintato da un muro in mattoni rossi, un'aiola di gladioli, alcuni panni stesi.

Il mare non c'è.

 

La tartaruga (44)

Tutti la chiamavano piazza delle sirene, e in effetti forse si chiamava proprio così (oggi è piazza I° maggio) . Ma Piero le sirene al centro della fontana non le ricorda. Ricorda invece le tre tartarughe di pietra che erano posizionate al bordo della vasca. Anzi ne ricorda una.
Grigio chiaro, grande, liscia al tatto. E calda.

Il Kursaal getta una piccola ombra sulla piazza, un cavallo sbuffa e sbatte a terra lo zoccolo anteriore, un cagnolino annusa l'angolo di una casa.
La mamma indossa un vestito bianco con piccoli pois blu. Anche i bordi delle maniche, della scollatura e della gonna sono blu. Porta un cappello a tesa larga con un piccolo nastro blu. Ha dei grandi occhiali da sole, ma Piero sa che lo sta guardando.
Il papà è accanto alla mamma. Anche lui è vestito di bianco e porta un cappello di paglia bianco, le scarpe invece sono bianche e nere. Si appoggia ad un sottile bastone nero.
Per richiamare l'attenzione di Piero emette uno strano suono con la bocca, non è un fischio, ma una specie di "esse" pronunciata appena ed emessa a tratti.

Piero si volta, il papà e la mamma sono alti e bellissimi.

Il cagnolino si avvicina, Piero si china. I due sono muso a muso, si guardano. Il cane si avvicina ancora un po' e slap, lecca il viso di Piero. La lingua è morbida e calda. Ha un sapore di… di…cagnolino: è buono.
La mamma e il papà ridono "Pucetto, cosa fai"?

Piero sale a fatica lo scalino della fontana, si avvicina alla tartaruga e con grande sforzo vi sale a cavalcioni. Dalla bocca della tartaruga esce uno zampillo d'acqua: è lungo, dritto e continuo. Sente il piacevole calore della pietra attraverso i calzoncini. Il cavallo sbuffa e sbatte lo zoccolo, il cagnolino ha ripreso il suo giro, il sole è caldo e l'aria profuma di biada, di mare e di cagnolino.

La mamma e il papà sorridono, lo guardano da un lato della fontana. Piero sa cos'è la felicità

 

Lo zio Luis (49)

La casa aveva la facciata che dava direttamente sulla piazza. Di fronte, spostata un po' a sinistra, c'era una piccola chiesa. Era proprio alla sommità di una strada in salita lastricata con pietre di porfido molto grandi. Le pietre erano lucide.

Era quella la via che Piero percorreva quando la mamma andava a trovare lo zio Attilio, il fratello del nonno, e i suoi due figli. Piero li chiamava tutti zii.
Con i sandali di cuoio scivolava, camminava molto vicino alle case dove le pietre erano meno lucide.

La mamma era sempre sorridente quando facevano quelle visite. Piero la seguiva volentieri, anche se i cuginetti erano troppo piccoli per poter essere dei suoi compagni di gioco.

L'ingresso era grande, lungo, buio e fresco. Ma soprattutto era caratterizzato da un odore strano. Piero diceva che era un profumo misto di fili elettrici e di noce moscata.
Dall'ingresso si passava direttamente al tinello, da cui si vedeva un grande cortile attraverso una porta a vetri e due alte finestre. Queste, oltre agli infissi, erano protette da una rete esterna ed una interna che, grazie allo spessore dell'antico muro fornivano due voliere. Qui lo zio Luis teneva molti canarini e altri uccelli strani.
A Piero piaceva lo zio, aveva studiato architettura a Roma ed era addirittura più alto del papà.


Appena entrato andava di corsa dal tinello alla cucina. Voleva salutare Ersilia, la donna di casa. Era piccola, con il volto allegro e bianco e, questo gli piaceva tanto, profumava di limone.

Sia la porta del tinello che quella della cucina davano nel cortile. Anche lì non si soffriva il caldo, c'era sempre un po' d'aria.
Il cortile era attraversato, nel mezzo, da una strada romana di lastroni grigi e lucidi che terminava proprio sulla soglia della porta del tinello. Sulla destra, una costruzione strana. Era in mattoni, a base circolare ed aveva la forma di un'ogiva, sulla parete c'era una piccola porta che dava accesso ad un profondo e largo pozzo, degli scalini infissi sulla parete scendevano formando una spirale.
Era vietato entrare. Gli era stato detto che serve da ghiacciaia, d'inverno viene riempita di neve e questa dura per tutto l'anno.

Alcuni gatti sono stesi sotto un fico e non mostrano alcun interesse per le voliere dello zio. Piero si siede vicino ai gatti. Si appoggia con le spalle al fico. I gatti si strusciano sulle sue gambe. Dal tinello sente le voci della mamma e degli zii, a volte ridono.

In quella casa Piero sta proprio bene.

 

Il paiolo (48)

La casa in cui erano ospiti era piccola. L'avevano presa in affitto dalla cugina della mamma: la zia Noge; era a due piani e il portone d'ingresso dava direttamente sulla strada.
Sul retro un piccolo cortile. Panni stesi, un mastello, un paiolo appeso ad un trespolo sotto il quale c'erano quattro pietre annerite. Un basso muro in mattoni lo racchiudeva. Una stretta aiola di gladioli correva lungo il muro.

Un'altra cugina della mamma, Lia Mancini, era venuta in visita con il figlio più piccolo, Umberto. Aveva grandi occhi azzurri attenti e sorpresi, due incisivi pronunciati e ricci biondi. Un viso di cui si diceva "lo mangerei di baci".
Piero era la prima volta che vedeva il cuginetto e ne rimase incantato.
Lo prese per mano e lo condusse nel cortile.

Era lì che teneva i suoi giochi.
Poche cose: una fionda, un arco che aveva costruito con un ramo di salice, le frecce erano ricavate da stecche di ombrello e un salvagente da pilota della R.A.F. recuperato chissà come. Questo salvagente era costituito da due cilindri lunghi un metro e mezzo di tela gommata verde scuro, ad una estremità c'erano due cannucce di gomma nera chiuse da due valvole, le cinghie che servivano ad allacciarlo erano state perse. Lo usava come una barchetta salendoci sopra a cavalcioni.

Si sedette accanto ad Umberto e presa con cura la mira scagliò una freccia verso il paiolo. Si conficcò nel rame con un sordo rumore.

Guardò l'arco e il paiolo con la freccia che sporgeva appena. Prese per mano Umberto e lo portò di corsa in salotto. Gli mise in mano il "Corriere dei piccoli" e anche lui si poggiò un giornalino sulle ginocchia con le mani tremanti e rosso in volto.

Molti, molti anni dopo incontrò Umberto a Cattolica. Cercavano insieme di evocare personaggi e storie della loro infanzia in quei lontani tempi del dopoguerra. Raccontò anche la sua sciocca bravata al cugino che sorrise mostrando due esagerati incisivi. Di quell'episodio non ricordava nulla.

 

La camera oscura (49)

Sono stesi sul letto matrimoniale, al piano di sopra. Piero, suo fratellino e, tra loro, Luciana, la cameriera che li segue nelle vacanze.
È l'ora dell'odiato riposino pomeridiano.
Il fratellino dorme, Luciana in sottoveste nera tiene un braccio sotto il capo e respira lievemente con la bocca semichiusa. Dorme anche lei.
Piero guarda il soffitto.
Un silenzio assoluto gli permette di sentire i rumori del legno. Una volta è il pavimento di assi chiare che scricchiola, un'altra è l'anta dell'armadio di fronte al letto. La camera è quasi al buio.
Dalle imposte chiuse filtra un sottile raggio di luce che crea sul soffitto un alone chiaro, roseo. Sembra l'immagine rovescita del marciapiedi in mattoni che costeggia la casa. Le gambe di Luciana sono così bianche che sembrano emanare luce.

Dalla strada sottostante dapprima impercettibile e poi sempre più chiaro viene un rumore di passi. Rumore di zoccoli, un passo lungo l'altro affrettato, più corto.
Improvvisamente nell'alone sul soffitto si formano due figurine, una più grande, l'altra piccolina. Le due figure camminano con i piedi rivolti verso l'interno della stanza, come se fossero a testa all'ingiù.
Una è azzurra, l'altra rosa. Percorrono lo spazio dell'alone e svaniscono.

Suo fratellino dorme. Luciana, dalle gambe di luna, russa.

 

Il Leone (49)

La fila di tende è vicino al Kursaal.
Le tende sono allineate alla perfezione, ogni due o tre ore qualcuno sposta i paletti infissi nella sabbia per riorientarle.

Appesa al palo c'è la borsa di paglia della mamma, sulle sdraio la nonna e la mamma leggono i giornali.
Piero e suo fratellino giocano vicino al mare. In un secchiello vola leggero un cavalluccio marino. Piero sa che la mamma non vuole che li catturi; dopo lo avrebbe rigettato in mare.

Sulla sabbia dura vicino alla riva passeggia Leone: il figlio maggiore della bagnina. È alto, molto abbronzato, muscoloso ed ha i capelli biondi ondulati e lunghi, come una criniera.
Oggi Piero direbbe che sembra un bronzo di Riace.

La pista per le palline di vetro è finita, la gara comincia. Piero ogni tanto fa scattare il dito medio troppo forte e la pallina esce di pista. Se non facesse così suo fratello comincerebbe a piangere ed il gioco sarebbe finito.

Un leggero vento caldo viene da terra: lo chiamano "garbin". Il mare è liscio, quasi senza onde.

Leone ha un plaid sulla spalla, una ragazza bionda con gli zoccoli e il costume bianchi gli cammina accanto.
Piero sorride: la mamma dice che le tedesche si vestono sempre di bianco.
Si avviano verso la pineta che inizia dopo le grigie costruzioni delle colonie e dove il Conca si getta in mare.
Piero non capisce bene, con quel caldo a cosa serve un plaid? Perché Leone va a passeggiare sempre verso la pineta e mai verso il porto?

Sotto la tenda la mamma ha estratto dalla borsa la merenda ed il thermos con l'acqua fresca.
Piero e suo fratello si siedono sull'asciugamani bianco.
"Perché Leone si porta appresso il plaid e va sempre verso la pineta che è così distante"?
La mamma e la nonna si guardano e sorridono: "Mah, Pucetto, credo che in pineta ci sia più fresco". Piero sta per replicare, la risposta gli sembra elusiva. Ma non apre bocca, sa che non otterrà altri chiarimenti.

Il mistero durerà ancora qualche anno.

 

L'ultima spiaggia (49)

Luciana è seduta sulla sedia a sdraio, sta leggendo un giornale strano. Ci sono solo delle fotografie con dei fumetti.
Piero ha provato a leggerlo, ma non gli piace. Quasi sempre un uomo bacia una donna e le dice "Ti amo, ti amo". Il giornale si chiama "Bolero". Piero ha chiesto a Luciana cosa significhi quel nome, ma lei ha detto che non lo sa: forse è un ballo. Un ballo: ma che senso ha dare il nome di un ballo ad un giornale?
Boh: che gusti. Meglio i tamburelli.

La pallina è nuova, di gomma dura e rimbalza molto bene. Inoltre fa un bellissimo rumore quando viene colpita dal tamburello.

Cinquantaquattro, cinquantacinque, plof: la palla cade in acqua.
"Ecco è sempre colpa tua, non stai attento". Il fratellino ha ragione: Piero si è distratto.

Le ombre sulla spiaggia sono molto più lunghe che in giugno e anche la sabbia non scotta più. L'aria è diversa, più limpida, ma anche più fresca. Piero alza lo sguardo verso il cielo azzurro. L'odore è cambiato, non sa più di sole: sa un po' di terra bagnata.
Il braccio con il tamburello è steso lungo il fianco, gli è passata la voglia di giocare.

Piero si è accorto che le vacanze stanno per finire. La mamma e la nonna sono già tornate in città. Gli ultimi quindici giorni li hanno passati soli con Luciana. Gli zii di Cattolica non vengono più in spiaggia, anche i cuginetti si vedono più di rado. Alcune tende sono già state tolte. L'uomo dei bomboloni passa sempre più di rado.

Si siede sulla sabbia tiepida, suo fratello ha capito che non è il caso di insistere: quando Piero ha la luna è meglio lasciarlo stare.

Tornare a scuola non gli piace per niente. Suor Ausilia non gli è simpatica. Beh però ci sono Titto e Mauro. E' tanto che non li vede.
Poi arrivano le vacanze di Natale e i regali per la befana. Quelli della nonna sono sempre molto belli: quest'anno forse arriverà il Meccano numero sette.
Ma tutti questi pensieri non lo consolano nemmeno un po'.

La pelle di Luciana non è più bianca come la luna. Piero fa scorrere la sabbia tra le dita.. Tiene la testa bassa, guarda i granelli lucenti, gli esce un sospiro. Non ha nemmeno voglia del panino che Luciana ha nella borsa.
Quanto è lontano il prossimo giugno.

L'odore dell'aria è proprio diverso.

 

Casablanca (52)

Cattolica, luglio inoltrato, vento caldo da terra, due del pomeriggio.
La stanza al primo piano è nella completa oscurità. Un solo raggio di luce entra dalla fessura di un'imposta. Disegna un ovale che colora di rosa la parete di fronte al letto e una piccola parte del soffitto.

Sisi dorme, respira regolarmente, una piccola goccia di saliva scende dall'angolo della bocca e macchia il cuscino.
Luciana tiene gli occhi socchiusi, le mani dietro la nuca, i capelli scuri ondulati spiccano sulla federa bianca. La sottoveste nera fa risaltare il bianco della sua pelle che sembra dotata di luce propria. La piccola valle, color della luna, nel mezzo della scollatura ha una linea morbida: è liscia, invitante.

E' l'ora del riposino pomeridiano.
Dalla strada: clop, clop arriva, stanco, il rumore di zoccoli di un cavallo e un leggerissimo cigolio di ruote. Sta passando una carrozzella. Piano piano il suono degli zoccoli diminuisce, poi scompare all'improvviso. La carrozza ha girato l'angolo. Nessun altro rumore. Solo qualche scricchiolio del pavimento di assi bianche.

L'odore di Luciana sembra invadere la stanza, è un profumo misto di varechina e di sapone da bucato. Piero guarda in alto, alcune crepe corrono a raggiera dal centro del soffitto, proprio dove è appeso il lampadario. Una ragnatela disordinata vela di scuro lo spigolo tra il soffitto e due pareti. Luciana fa un sospiro e socchiude appena le labbra.

Piero pensa a Humphrey Bogart, alle sigarette, alla nebbia. La sera prima erano stati al cinema all'aperto per assistere alla proiezione del film "Casablanca".

La voce suadente, calma e decisa di Rick: "Se tu restassi, un giorno saresti presa dal rimorso. Non oggi, forse nemmeno domani, ma presto o tardi e per tutta la vita". Perché? Perché non è rimasta a Casablanca?
C'è sempre qualche sacrificio da fare.
Restare a letto per il riposino invece che andare in spiaggia con i cuginetti. Mangiare gli spinaci, fare i compiti anche se è estate. Come è strana la vita: più sacrifici fai più sei apprezzato.

Piero gira il capo e guarda Luciana: è sveglia anche lei. "Perché gli attori si baciano in modo diverso da noi? Loro appoggiano la bocca sulla bocca e chiudono gli occhi".
"Ma è così che si bacia Pucetto".
"Ma come. La nonna, il papà, la mamma mi baciano sempre sulla guancia. E anch'io bacio gli amici sulla guancia".
"Cosa dici? Questi sono altri baci. Quelli degli attori sono baci d'amore".
Piero ci pensa un po' e poi: "Ma anch'io voglio bene alla mamma e alla nonna. E la nonna a volte mi chiama 'amore mio', ma mi bacia sempre sulla guancia".
"Beh, i baci che si danno gli attori sono un'altra cosa, sono più belli, e si danno solo tra innamorati".

Una crepa del soffitto sembra disegnare il profilo di Luciana, l'odore della sua pelle arriva a tratti.
"Mi insegni come si fa"?
"Non dire sciocchezze, sei troppo piccolo, non posso farlo. Io non sono un'insegnante di baci".
Piero sente un desiderio inarrestabile di provare. Non riesce a trattenersi, si volta, si avvicina, appoggia le sue labbra su quelle di Luciana. Il suo profumo fortissimo gli fa girare la testa. Non capisce bene cosa sta facendo, ma preme forte le labbra sulle sue. Luciana non lo spinge via. Lo abbraccia dolcemente, schiude appena le labbra e un dolcissimo sapore invade la sua bocca. Sente un ronzio dentro la testa. Bum, bum il cuore rimbomba nei timpani. La lingua di Luciana si muove. Una sensazione divina.

Cric, crac: un cigolio del letto. Il fratellino stiracchia la braccia, con il dorso della mano si asciuga l'angolo della bocca. Piero si scosta subito. Chiude gli occhi. Il respiro è affrettato, il cuore batte forte ed ha una strana, nuova sensazione: è bellissima. E' giù in basso, sotto alla pancia.
Un meraviglioso sapore di fragole gli resta in bocca.
Chissà se anche Humphrey Bogart ha provato la stessa sensazione. Fare gli attori dev'essere proprio bello.

"Su, su è ora d'andare in spiaggia". Scendono le scale, Luciana scompiglia i capelli di Piero e gli da un buffetto sul capo. Piero si gira e la guarda con una riconoscenza ed un affetto smisurati. Luciana è proprio buona.

Il sacrificio del riposino, la ragnatela sull'angolo, il cavallo, la luce di luna della pelle di Luciana, Casablanca, la bocca socchiusa, il profumo di fragole e varechina. Tutto sembra seguire un filo sottile, sconosciuto e misterioso. Che sia questa la vita?

 

I cavalieri della tavola rotonda (54)

La mamma di Leone, la bagnina, ha prestato loro una corda sufficientemente lunga. L'hanno tesa tra due pali per le tende ed hanno fatto così un campo da pallavolo. Piero, Sisi - suo fratellino - ed un loro cugino da una parte, tre ragazzi della tenda vicina dall'altra.

Piero sta perdendo, suo fratello è troppo piccolo e sbaglia spesso. Non può nemmeno cercare di prendere le palle che dovrebbe colpire il fratello altrimenti si sarebbe messo a piangere dicendo che non lo faceva giocare.
Dodici a diciotto. Batte il cuginetto, dall'altro campo rispondono male e Piero riesce a schiacciare facendo il punto. "Che balzo felino", Piero si gira e vede una ragazzina con le trecce bionde e costume azzurro. E' in piedi appena oltre la linea sulla sabbia che delimita il campo. Ha le braccia dietro la schiena e sorride.

La partita finisce venti a venticinque. Piero ha perso. "Ciao mi chiamo Stefania". Il fratellino ride e va dalla mamma per farsi dare il panino, Piero non sa cosa dire. Non trova di meglio che mormorare: "Vado a fare merenda".
"Beh, ti aspetto qui".

Piero torna da Stefania con il panino in mano. Devo offrirgliene un po'? Mah, forse è meglio di no. "E tu come ti chiami?".
Arriva anche il fratello e si mettono a giocare alla parola da scoprire. Scostano la sabbia asciutta e sulla striscia più scura Piero disegna delle linee e dei punti: la linea è una vocale, il punto una consonante.

Il colore della pelle di Stefania non è scuro come quello di Piero. E' di una tonalità diversa. Come se avesse dei riflessi d'oro. Il costume ha un pizzetto bianco sui bordi. Le sue braccia sono appena coperte da una lieve peluria chiara: brilla. Quando ride anche Piero non riesce a trattenere il riso. Lei cancella una lineetta e le loro mani si sfiorano.
"Questa sera al cinema all'aperto danno I cavalieri della tavola rotonda, vieni"?
Piero deve chiedere il permesso alla mamma che inaspettatamente acconsente. "Si Pucetto vai pure, ma porta con te anche Sisi".

Le sedie hanno la seduta di stecche di legno verde. Alcune sono piegate ed accatastate sul muro di cinta.
Si spengono le luci, nel cielo cominciano a vedersi le prime stelle. Dagli altoparlanti esce un rumore gracchiante, sullo schermo alcuni punti bianchi. Poi d'improvviso la musica e i titoli.

La gualdrappa del cavallo è rossa. Anche l'elmo ha un pennacchio rosso. Lancillotto ha una bellissima e lucente armatura d'argento. Tiene la lunga lancia eretta.

Piero ha la mano sul bracciolo, sente un tocco leggero sul mignolo. Non gira nemmeno il capo, deglutisce, gli manca il fiato. Sente che sta arrossendo: per fortuna le luci sono spente.
Sposta appena il dito e sente quello di lei, lo sfiora. Con grande sforzo alza il mignolo e aggancia il dito di Stefania. La sua pelle non è liscia, è secca, ruvida, bellissima. Risponde al tocco. Lo stringe un po' di più. Quel dito è adorabile.

Il cielo è blu, le stelle lassù sono splendenti. L'aria profuma di vernice e di fiori d'acacia. Stefania si gira verso di lui: "Ciao".
Piero sorride e guardandola nel buio, senza nemmeno accorgersi di quello che dice, risponde: "Ciao".

Vorrebbe prenderle tutta la mano, carezzarle il viso, abbracciarla. Il dito trema un po'.

Ava Gardner scosta il velo che le ricopre parzialmente il viso, Robert Taylor si avvicina.

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