geraneo

con la cuginetta Paola a Tramonte nel 1944
Emilio Filippini, la pastorella

 

Nastri d'argento (44)

Sono da poco passati i bombardieri.

La grande villa di zio Guido sulle colline è immersa nel silenzio. Dalla porta posteriore, ombreggiata da un pergolato di glicine, Piero e le cuginette escono di corsa.
I prati incolti illuminati dal sole d'estate sono punteggiati di botton d'oro e fiordalisi. Nell'aria il ronzio degli insetti.
Sul colle oltre i campi, brillano le foglie degli alberi. Formano un lungo arco di puntini di luce.

Paola, dalle treccine bionde raccolte con due nastrini, corre davanti a Piero.
Dal cielo piovono striscioline d'argento. Corrono per raccoglierle.

Sull'aia dietro la casa dei contadini, un soldato tedesco scende dal seggiolino della batteria antiaerea. Altri soldati sono seduti a terra e stanno fumando. Piero passando loro accanto li saluta con la mano. Giorni prima gli avevano regalato un grande bossolo d'ottone. Aveva un odore strano, un po' piccante.

Sulla sinistra del prato c'è un pioppo spezzato dal temporale del giorno prima. È disteso a terra, ha un aspetto innaturale.
Dal suo tronco sciamano della formiche nere, alcune trasportano delle palline bianche.
Lontano, lontano: uno strano rumore. Come un suono. Un suono di tamburi.
Paola lo chiama "Vieni Piero. Guarda quanti nastri d'argento ci sono qui". Lui è accucciato vicino al tronco e guarda le formiche.
Si alza, si avvia verso Paola. Si ferma per raccogliere un fiordaliso. Tra i petali c'è un piccolo insetto alato, lo guarda, guarda Paola poco distante china a raccolgiere le striscioline di metallo.
Poco più in là l'albero è steso sul prato, le foglie già cominciano ad appassire. Piero lo osserva per un po'. Tra le mani dietro la schiena alcune striscioline di metallo, non ha voglia di cercarne altre. Torna piano verso il pergolato di glicine.
"Mamma, mamma cos'è questo rumore"? La mamma ha lo sguardo fisso verso quella direzione, fa un profondo respiro, abbozza un sorriso, "Niente, Pucetto. Fanno i fuochi artificiali".

"I fuochi di giorno? Boh, che strano", Piero non insiste. Ha capito che non otterrà altre risposte.

I soldati tedeschi, seduti a terra con la schiena appoggiata al muro della casa dei contadini, fumano e scherzano tra loro.
Sulla collina oltre i prati, una sottile linea di puntini luminosi forma un lungo arco. Sul prato un grande albero caduto.

 

Il sapore della calce (45 - 48)

Il sasso ha colpito l'angolo della casa, un pezzo d'intonaco si stacca facendo una nuvoletta di polvere bianca. Piero mette in tasca la fionda e si avvicina per vedere il segno lasciato dal sasso. Raccoglie da terra la scheggia di intonaco e involontariamente la porta alla bocca.
Ricorda d'aver visto fare quel gesto dai figli dei contadini in campagna, al tempo della guerra. Non solo succhiavano pezzetti di calce ma, a volte, mangiavano anche le formiche. Era una cosa che lo aveva molto stupito e di cui non si era dato una spiegazione. Stranamente, quella volta, non aveva chiesto nulla né alla mamma né alla nonna.
Quel pezzetto d'intonaco ha un sapore strano ma noto. Un sapore che gli ricorda la polvere, la confusione e una rete metallica del letto.

La mamma scende le scale che danno in giardino, ha in mano una forbice per potare le rose. Alcune formiche si danno un gran da fare attorno ad un bocciolo ricoperto di piccoli parassiti.

"Mamma, sono buone le formiche da mangiare"?
"No, Pucetto, le formiche non si mangiano… almeno qui da noi".
"Ma, quando eravamo in campagna dallo zio Guido, ho visto dei ragazzi che le mangiavano".
"Non saprei darti spiegazioni, ma penso che a quei tempi c'era così poco da mangiare che anche un insetto andava bene".
La mamma fa una piccola pausa, guarda il cielo, poi riprende "Oppure a quei bimbi mancava qualche sostanza, forse l'acido formico, e l'istinto animale, che è dentro ognuno di noi, indicava loro che lo avrebbero potuto assumere mangiando le formiche".

La spiegazione è piaciuta a Piero che continua.
"Li ho visti anche succhiare dei pezzetti di calce".
"Vedi, in tempo di guerra c'era poco di tutto. C'era anche pochissimo latte. Forse a quei bimbi mancava il calcio e il loro istinto li spingeva ad assumerlo in quello strano modo".
La mamma fa un'altra pausa, taglia il gambo di una rosa, sorride e continua "Forse anche tu hai mangiato della calce… più che mangiata l'hai respirata, avevi il viso e la testa completamente ricoperti da quella polvere bianca".
"Quando, come? Mamma racconta".

La mamma si siede su un gradino, posa il mazzo di rose accanto a sé e, fissando un punto lontano, inizia a raccontare.

"E' successo tre anni fa, era l'estate del 1945 e tu eri piccolo piccolo. Tutti noi eravamo da poco tornati in città dalla campagna dove avevamo soggiornato, durante gli ultimi anni della guerra, nella villa in collina dello zio Guido.
Quel giorno eravamo tutti riuniti a casa delle zie Antonia e Bruna, quelle da cui vai per imparare come si sta a tavola e, come tutte le sere, c'era il coprifuoco".
"Cos'è il coprifuoco, mamma"?
"Lo dice la parola stessa, Pucetto, 'coprire il fuoco'. Significa che appena cala il sole non bisogna accendere alcuna luce che sia visibile dall'esterno, e per di più non si può uscire per le strade"
.
Sì la spiegazione gli è piaciuta "Vai avanti mamma".
"Sapevamo che il papà avrebbe guidato un drappello di partigiani in una ronda per le vie del centro.
Dovevano fare in modo che non ci fossero disordini in città".

La mamma si interrompe: un leggero sorriso, triste ma bellissimo, le cambia il volto. Quando ha quell'espressione è ancora più bella.
Piero la guarda vorrebbe dirle di continuare, ma capisce che lei sta seguendo dei suoi pensieri che a lui non saranno mai noti.

Una lucertola passa di corsa sul primo gradino. La mamma la segue con lo sguardo e riprende

"Quando ho sentito i passi dei partigiani sotto casa delle zie ho imprudentemente aperto un'imposta per salutare il papà e i suoi compagni. Per tutta risposta dalla strada è partita una raffica di mitra: avevano pensato ad un cecchino.
Ci siamo buttati tutti a terra, ti ho preso in braccio e ti ho infilato sotto un letto. Una serie di pallottole è entrata in casa, ha bucherellato il soffitto e una parte dell'intonaco è caduta facendo un gran rumore e sollevando un polverone. Per alcuni minuti in quella stanza non ci si vedeva più niente. Polvere, solo polvere bianca".

La mamma si volta verso Piero, lo guarda sorride e gli passa una mano tra i capelli. Poi volge di nuovo lo sguardo verso un punto lontano.
"Quando sei uscito da sotto il letto sembravi un fantasma, eri, come tutti noi, ricoperto di polvere".

 

La visita (51)

Era la mamma che lo conduceva a fare visita alla tomba del nonno. Non la seguiva volentieri, si annoiava.

Il cimitero è illuminato dal sole di giugno, le ombre sono corte, i loro passi producono uno strano rumore sulla ghiaia.
Piero segue la mamma pochi passi indietro. Ha in mano un mazzo di fiori, la carta di giornale che li avvolge è umida, i gambi sono duri. Tiene il mazzo con i fiori rivolti verso il basso: la mamma gli ha insegnato che si devono portare così.

Una lucertola è posata su una lastra di marmo, Piero si ferma. La scritta "con tutto il nostro amore" è parzialmente nascosta dal lungo corpo verdastro. La testa è immobile leggermente piegata da un lato e sembra lo guardi.
La mamma lo chiama, lui si riavvia camminando con la testa rivolta all'indietro.

La galleria dove c'è la tomba di famiglia è buia, c'è uno strano odore nell'aria, un po' piccante, sembra odore di pepe. Sulla grande lastra di marmo rosa il nome del nonno e due date. La mamma si dà da fare con i fiori, l'acqua, il vaso.
Piero è in piedi con le braccia dietro la schiena. Gira il capo annoiato, guarda i nomi delle tombe vicine. Da un oblò posto vicino al soffitto entra un raggio di luce.

Fuori, l'eternità e il sole di giugno lo aspettano.

 

Le palle di carta (45)

Il recipiente è lo stesso che viene usato per preparare la lisciva. A Piero piace l'odore che esce da quel grosso mastello di legno. Per lui è profumo di pulito. E' il profumo del sabato, quando vengono cambiate le lenzuola.

Ora è colmo d'acqua. Bepi vi ha immerso alcuni giornali vecchi.
"A cosa servono quelle palle che stai facendo"? Piero è curioso, non capisce se Bepi sta giocando o lavorando. In effetti sta preparando delle grosse palle comprimendo la carta bagnata dei giornali: palle di cartapesta. "Eh, el vedarà st'inverno, paronsìn".

Le allinea accuratamente su una tavola di legno. Ogni tanto arriva Luciana, le raccoglie in un sacco, sale in soffitta e poi sull'altana. Piero sa che è proibito salire fin lassù, ma in casa non ci sono né la mamma né la nonna. La segue, silenziosamente e senza farsi notare, su per le scale.

"Bambina innamorata, stanotte t'ho sognata…". Luciana canta e Piero la segue furtivamente. Chissà perché canta sempre canzoni d'amore?
La soffitta è buia, Piero si nasconde dietro una porticina e attende che Luciana ridiscenda. Si toglie dal viso una ragnatela facendo attenzione a non provocare rumore. Vuole proprio vedere dove vanno a finire tutte quelle palle.

"Sul cuore addormentata, e sorridevi tu…", la voce rimbomba nella scale e si allontana.
Un'ultima scaletta ripida di legno ed è arrivato sull'altana. Un brivido di vertigine: "Mamma mia, quanto sono in alto."
Si vede tutta la città. Il Duomo è proprio di fronte, sembra vicinissimo. Può seguire il corso del fiume, dalla Specola fino a riviera dei Mugnai. I tetti sono tutti rossi, non ci aveva mai fatto caso.
Il sole scotta, le palle sono posate a terra in file ordinate. Sono decine e decine.

"Bambina innamorata, la bocca t'ho baciata…". Non c'è via di scampo. Ormai sta salendo l'ultima rampa.
"Cosa fai quassù. Lo sai che non puoi", posa a terra un altro bel po' di palle. "Avanti, scendi subito, sennò dico tutto alla mamma". Piero ha il volto rosso, precede Luciana tenendo le mani dietro la schiena e a testa china.

"Quel bacio ti ha destata, non lo scordare più…". Luciana è buona, profuma di sapone e varechina, e canta, canta sempre. Forse non dirà niente.

Sull'altana si asciugano al sole le palle di carta. Il combustibile autarchico per il prossimo inverno.

 

Il quattro (47)

Questa mattina il tempo è proprio brutto. È una pioggia mista a neve. Scende di traverso: si sente il suo rumore sui vetri. Piero appoggia il viso alla finestra, un lieve alone si forma sotto il naso: "Che scusa posso trovare per non andare a scuola"? Sa che è un pensiero inutile, la mamma non ci cade mai. Guarda suo fratello che è ancora sotto le coperte, lo invidia un po': lui non va ancora a scuola.

Beve il latte con il cacao di malavoglia. I calzettoni di lana pizzicano un po'. Gli cade un pezzo di pane e marmellata nella tazza. Uno schizzo gli macchia i calzoni. Anche Luciana è di malumore stamattina.

Una buona notizia: sarà accompagnato a scuola in auto. Bruno, l'autista del papà, è arrivato in anticipo. La mamma gli infila il cappotto, gli tira su il bavero e gli dà il cestino con la merenda. Bruno ha già messo in moto.

Piero ha un dubbio: il numero quattro si scrive con la cuspide a sinistra o a destra? Cerca di ricordare la pagina del libro, quella con i numeri, ma non riesce a ricordare il quattro.
Timidamente lo chiede a Bruno: "Il quattro si scrive con la punta a destra o a sinistra"? Bruno lo guarda sconcertato: "Cosa intendi"? Piero cerca di spiegarsi, ma è difficile trovare le parole per farsi capire.

Sono già arrivati. Bruno scende e Piero lo prende per mano. Lo porta davanti al portone del collegio e con il dito mima sul legno il segno del numero. Lo traccia prima in un modo poi nell'altro.
La tinta del portone è vecchia e screpolata. Sente sotto il polpastrello piccoli grumi di vernice secca, sembrano palline. Bruno capisce e passandogli una mano tra i capelli gli dice: "A sinistra, a sinistra". Lo saluta e corre in auto per non bagnarsi.

"A sinistra! Ma è la punta che va a sinistra o è il numero che sta a sinistra della punta"? La campanella suona, tutti si affrettano verso le classi. La porta è la prima a sinistra: è grigia e alta. Piero arriva a malapena alla maniglia. La suora è già in classe, sono già tutti seduti. Una breve occhiata di disapprovazione.

"Quaderno a quadretti, penna e attenti alle macchie. Scrivete i numeri dall'uno al dieci".
Piero intinge la penna nel calamaio. Gli trema un po' la mano ed è rosso in volto. Cosa scriverà dopo il tre? Quell'antipatico di Paolo fa i compiti sempre con un braccio posto in modo che non si possa copiare.

Dalla penna, pietosa come una lacrima, scende una goccia d'inchiostro. Ci mancava anche questa.

 

Le scuole sono finite (47)

Le scuole sono finite, è il primo pomeriggio. Nell'aria sole e profumo di tigli.

La mamma l'ha portato a fare visita alle cuginette. La grande villa è immersa nel silenzio.
Aspettano seduti sulle sedie di pietra sotto una magnolia nel giardino davanti alla villa. L'alto cancello di ferro battuto è stato chiuso dal giardiniere. Le ortensie che costeggiano la facciata della villa sono tutte azzurre.

Piero si annoia ad aspettare.
Stacca una foglia di ortensia, la porta al naso. Ha un odore strano, un po' amaro.

La mamma legge una rivista. L'autista che li ha accompagnati ha seguito il giardiniere sul retro della villa.

Un po' più a sinistra un pino ha i rami che scendono fino a terra.
Piero sale sul primo, poi un altro e poi più su. Le mani sono appiccicaticce di resina. Si siede a cavalcioni di un ramo, intravede, sotto la magnolia, il vestito bianco e blu della mamma.

Sul ramo corrono in fila alcune formiche, qualche insetto ronza vicino, più distante frinisce una cicala. Nell'aria un profumo misto di tiglio e di resina.

Dal portone centrale escono le cuginette e lo zio Guido. C'è anche Paola con le treccine bionde fermate da due nastrini rosa. E' tutta vestita di rosa. Piero scende velocemente dal pino. Corre incontro a Paola. E' bella, profumata, pulita.
Piero ha le mani nere e impiastricciate, la camicia gli fuoriesce dai calzoncini, i capelli arruffati di resina e aghi di pino.

 

Il signore della cantina (48)

Ha un bel cognome. Perlomeno a Piero piace: si chiama Casagrande.
Piero immagina una grande famiglia e, naturalmente, una grande casa. Ma ci sono alcune cose che non capisce proprio.

Quest'inverno è molto, ma molto freddo. Piero studia in cucina, lì fa un po' più caldo. Bepi sta facendo il bollito, i vetri sono appannati e l'aria odora di sedano e di brodo.
Luciana passa lo spazzettone in corridoio e canta. A Piero piace salire sopra a quell'attrezzo, accucciarsi e farsi spingere avanti e indietro. Di solito Luciana per un po' lo lascia fare, poi però sbuffa e lo fa scendere: dice che fa più fatica. Oggi non può giocare così, deve studiare le guerre del Peloponneso.

Arriva la mamma, ma non sale subito in casa, prima si attarda un bel po' in cantina. Chiama anche Luciana che scende ad aiutarla. "Vieni Pucetto che ti presento un signore". Un signore in cantina? Boh, che strano.

E' piccolo, molto vecchio, i capelli giallo-bianchi e una barba strana. Non è come quella dello zio: liscia, ben curata e solo sul mento. Né come i baffi del papà: forti, delimitati alla perfezione e color pepe-sale. E' invece corta ispida e sembra anche un po' sporca.
Le mani sono scure. Viola scuro e poco pulite. Indossa due cappotti. Questo gli sembra molto, molto strano. E poi ha un odore particolare, non proprio cattivo, ma un po' acido, piccante.

La mamma invita questo signore a salire per la cena, ma lui rifiuta categoricamente, "Gentile signora, preferisco mangiare qui giù, se per voi non è un disturbo. Un po' di brodo è proprio quello che ci vuole". Piero è sempre più sorpreso.
"Bepi, porti questa roba al signor Casagrande". Bepi sbuffa "Go da tajare el lesso, vago dopo".
Luciana sorride, prende il vassoio e scende in cantina canticchiando: "Ma l'amore no, l'amore mio non può...".

Oggi è una brillante giornata di fine gennaio, piena di luce, ma gelida. Piero torna da scuola. Cammina accanto al marciapiede, l'erba che cresce sul bordo della strada scricchiola sotto i piedi. Gli piace sentire quel rumore. L'aria profuma di freddo, alcuni prati sono ancora bianchi di brina. Specialmente a ridosso dei muretti che delimitano i giardini

Dopo il pranzo la mamma invita il signore della cantina a salire per il caffè. Si accomodano in salotto e dopo un po' Piero sente alcune note al pianoforte. Prima incerte, poi via via più sicure. Infine sente una melodia che riconosce.
Bussa alla porta e vede il signore, questa volta senza i due cappotti, seduto sul sediolo davanti al piano. Ha le mani nodose: sono sempre scure, ma non più sporche. Le muove con estrema agilità sulla tastiera.
La mamma sembra commossa e il signor Casagrande, dopo averla ringraziata molte volte, si accomiata e scende in cantina.

Piero, qualche giorno prima, era andato a spiare quando era sicuro che fosse uscito. Nella cantina, a ridosso del locale della caldaia, c'era una brandina, un grande fagotto e due gavette metalliche da militare. Il signore dormiva lì.

E' primavera. Alla sera non c'è più bollito, ma pollo arrosto con le patate. Piero ne è felice. "Mamma, dove è andato il signor Casagrande"? "E' partito, ha detto che non può fermarsi molto in un luogo".
Che sia un viaggiatore? "E chi era quel signore"? "Mah, Pucetto, credo fosse un signore sfortunato". La spiegazione non è un gran ché, ma Piero capisce che la mamma non vuole approfondire di più.

Quella brandina rimarrà in cantina per alcuni anni. Poi la mamma la ha fatta togliere.

 

Le domande (49)

C'erano molte cose che Piero non capiva.

Due ore del pomeriggio sono dedicate all'insegnamento della religione. Piero e i suoi compagni di classe sono ancora accaldati per aver appena finito di giocare a "bandiera".
Tutti in piedi, segno della croce, braccia conserte: "Sia lodato Gesù Cristo, don Antonio".
Dopo la lettura del vangelo sono permesse alcune domande. Tra un mese faranno tutti la prima comunione.

Tante braccia alzate, alcune domande si accavallano. Anche Piero ha una domanda, non alza completamente il braccio, muove lentamente la mano.
Un cenno del capo di don Antonio e Piero a voce bassa chiede se non sia peccato compiere un atto così barbaro come quello di "mangiare" il corpo di Gesù Cristo. Contemporaneamente Mauro, che ha dieci in tutte le materie, chiede: "Se, lavandomi i denti, deglutisco un po' di dentifricio, posso fare comunque la comunione"?
Don Antonio guarda con occhi strani Piero e spiega che un po' di dentifricio non è da considerarsi cibo e quindi la comunione si può fare.

Alle quattro tornano a casa, Mauro e Piero hanno da percorrere un tratto di strada in comune. Sono amici, giocano spesso insieme.
Mauro tiene un braccio sulla spalla di Piero: "Che strane domande fai!"

La loro maestra è una suora: si chiama Ausilia. E' un nome strano: la mamma ha detto che significa "che aiuta".
Piero non capisce come si faccia a rimanere attaccati al suolo se la terra gira.
Ha fatto un esperimento sul giradischi a manovella della mamma. Il pezzo di mollica posato sul disco viene spinto fuori, mentre, se è posato al centro del disco, non si muove.
Quindi al polo si può restare attaccati alla terra, ma in Italia come è possibile?

Suor Ausilia spiega, confondendo forza gravitazionale con forza centrifuga: "Se fai ruotare abbastanza velocemente un secchiello, l'acqua al suo interno non esce".
Piero vorrebbe replicare che la terra è una sfera, non è di forma concava. Ma rinuncia, sa che non otterrà altre spiegazioni.

Le domande si accumulano e a Piero sorge un dubbio: "Sono io che faccio sempre domande sbagliate"?

Restano ancora molte cose che Piero non capisce.

 

Il sasso (49)

La mattinata è veramente fredda. I rami degli alberi sono ornati di bianco. Un'ultima ragnatela sul roseto sembra un pizzo di Burano. L'aria profuma, profuma di freddo.
La cartella pesa. Oggi compito di aritmetica. Brutta giornata, ma non si scappa, bisogna affrontarla. Con la mamma nessuna scusa è valida.

Appena imboccata via Cadorna, sulla destra, c'è un piccolo campo di terreno incolto.
D'estate Piero e i suoi amici ci vanno spesso a giocare, l'erba cresce molto alta e ci sono anche arbusti e cespugli. Insomma nella loro fantasia è una giungla infestata di animali feroci. E' un lotto di terreno su cui nessuno ha ancora costruito. Ce ne sono ancora molti in quel quartiere.

Seminascosti tra i cespugli bianchi ci sono tre ragazzotti, fumano e giocano con le fionde. Uno di loro vede Piero, mette un sasso nella curamella (la borsa della fionda) e prende la mira.
Piero vede chiaramente la fionda, l'occhio che lo inquadra e il sasso che viene scagliato. Lo vede arrivare.
Che fare? Scappare? No, mai! Scansarsi? Sarebbe come dichiarare la paura di essere colpito. E allora non cambia alcun atteggiamento, continua a camminare con lo stesso passo.
Gli sembra che il tempo si dilati, vede chiaramente il sasso arrivare, come viaggiasse al rallentatore, potrebbe scansarsi, basterebbe un movimento o correre un po'. E invece niente, prosegue, come se nulla fosse.

I movimenti delle gambe non sono così sciolti e istintivi, deve comandarli con la volontà. Come se il corpo volesse scappare e lui lo obbligasse a camminare con disinvoltura.
"Pof" il sasso arriva sul cappotto. Non fa male, quasi non lo sente. Ma la dissimulazione della paura, l'eccessivo controllo dei movimenti, il desiderio di non dare soddisfazione ai ragazzacci lo segnerà per sempre.

Quel sasso non gli ha fatto male, non gli ha procurato dolore. Gli ha fatto un male diverso. Che male?
Piero non lo sa ancora. Una cosa è certa: ogni volta che la paura lo sorprende, la sua prima reazione è il controllo assoluto di ogni movimento e di ogni reazione. A volte gli è servito, altre volte gli ha procurato non pochi guai.

I compagni di classe lo salutano; tutti in fila si entra dal portone.
Suor Sandra, la portinaia, li saluta ad uno ad uno, gli passa una mano tra i capelli, ma Piero non le sorride. "Sia lodato Gesù Cristo, suor Sandra" e si avvia serio serio al supplizio del compito di aritmetica.
"Sempre sia lodato" arriva l'eco della risposta.

 

L'operazione (52)

Luciana deve essere operata. La mamma l'ha accompagnata a Bologna. Deve sottoporsi ad un intervento al piede. Papà dice che sarà una cosa lunga e tornerà, forse, tra un mese o più. Piero e suo fratello sono tristi.

Una nuova cameriera prenderà il posto di Luciana per tutto il periodo della sua assenza.
Si chiama Bianca e mai nome è stato più appropriato. La sua carnagione è veramente bianchissima. È alta: più alta della mamma. Ha il viso magro, i capelli neri, è molto magra fino alla vita. I fianchi sono invece sovrabbondanti.
La cosa che li sorprende è che Bianca li chiama "signorini". Luciana li chiamava per nome, Bepi invece chiamava Piero: paronsin.

Piero e suo fratello stanno facendo i compiti sul tavolo della cucina. Piero legge la storia di Roma, oggi tocca a Giulio Cesare. Suo fratello scrive in corsivo su un quaderno dalle righe larghe. Sul tavolo le due cartelle, alcuni libri, due astucci, le squadrette ed una riga. "La Gallia è divisa in tre parti…". Tutti i mobili della cucina sono di color verde pallido, il marmo della tavola è bianco ed ha un angolo scheggiato.

Ci sono cose che Piero non capisce ma non osa più chiedere. Quando lo aveva fatto, suor Ausilia, la maestra, lo aveva guardato con occhi strani e raramente gli aveva risposto. Perché la Francia non si chiama più Gallia se è la stessa terra? Perché se tutti parlavano latino oggi ogni stato ha la sua lingua? E, soprattutto, come ha fatto il latino a trasformarsi in italiano?

"Psss" si sente chiamare da suo fratello. Bianca sta riponendo alcune stoviglie nell'armadio a vetri, è chinata in avanti. Con la stecca da disegno Sisi le ha sollevato le gonne.
Due mappamondi bianchissimi e morbidi separati da una "V" nera. Piero resta senza fiato.
Bianca si gira "Su, su, non fate gli stupidini". Piero ha la bocca aperta dalla meraviglia. "Avanti riprendete a studiare, sennò dico tutto alla mamma".

La Gallia, i mappamondi, la Gallia, i mappamondi… Piero ci prova, ma il pensiero torna invariabilmente sui mappamondi. Quelle due cose bianchissime: vorrebbe rivederle, toccarle.
La Gallia, Cesare "… una è abitata dai belgi".

Un'altra domanda alla quale sa già che non avrà risposta. Anche perché non oserà mai porla. Perché, se Cesare era così potente e aveva tutti ai suoi piedi, si dedicava alle guerre e non ai mappamondi?

Suo fratello ha ripreso a scrivere in corsivo. Bianca è uscita dalla cucina. Piero, un po' rosso in volto, cerca di capire cosa abbia spinto Cesare a fare tutto quello che ha fatto. I mobili sono sempre verdi, il marmo è bianco. Come i mappamondi.

 

Il re dei nanetti (49)

A Piero non piace la recita. Ma ogni anno deve comunque subire il supplizio.
Ogni suora fa a gara con le altre per allestire lo spettacolino che sarà più applaudito dai genitori. Iniziano le "prime" poi le "seconde" e via via fino alla "quinta".
Una noia mortale.

Suor Letizia, per esempio, non allestisce una recita, bensì un quadro - lei lo chiama così.
Trenta bambini fermi immobili: chi con un gioco in mano, chi in posa di preghiera, chi in un "fermo immagine" di un'immaginaria corsa. Una faticaccia, ma per fortuna non è la sua maestra.

Quest'anno la sua classe mette in scena "La tribù di nanetti". Alacremente cantando lavorano nel bosco insidiati dal lupo cattivo che alla fine verrà sconfitto.
Piero è il re dei nanetti, non certo per particolari virtù recitative ma semplicemente per il fatto di essere il più alto.

Il costume lo confezionerà la mamma con le sue mani. Ha scelto del panno verde per le calze, le scarpe a punta in sù e la giubba. Invece, per il pagliaccetto ed il cappello a sei punte, della stoffa lucida gialla. Sul cappello ha applicato anche dei campanellini.
E' bellissimo, ma anche vistoso. Piero è un po' imbarazzato.

Le prove si protraggono per una settimana. Il panno verde è fastidioso: è ruvido sulla pelle. Invece il raso giallo è liscio, lucente e molto gradevole al tatto.
Finalmente è pronto, Piero si guarda allo specchio. Si piace, ma prova un vago senso di vergogna.

Dicembre, piove: è il giorno della recita. Assisteranno sia la mamma che la nonna e, forse, verrà addirittura il papà.

"Ho dimenticato qualcosa?" Piero ha la spiacevole sensazione che non sia tutto a posto.
Passa e ripassa la sua parte a memoria "Avanti, miei nanetti, al lavoro" e poi tutti insieme, mimando il canto dei "Sette nani", "Andiam, andiam a lavorar".
Ma quando Checco dirà "Attenti, attenti c'è il lupo" cosa devo dire? Ha sì "Brandite i bastoni…".
"Brandire" ma che razza di parola è.

Insomma è andato tutto bene. Anche il papà ha applaudito. Piero lo ha individuato subito tra il pubblico. E' alto, bello, con gli occhiali e i forti baffi.

Una faticaccia, ma è finita. C'è solo uno spiacevole strascico: da quel giorno quelle pettegole delle sue compagne lo prenderanno in giro chiamandolo "Re dei nanetti".

Ha proprio ragione ad odiare le recite.

 

Anchorage (50)

Quando lo zio tornava da un viaggio Piero era contento. Non solo perché lo zio è allegro e tutta la casa sembra prendere nuova vita, ma soprattutto perché porta sempre qualche giocattolo.

Bepi ha riassettato e arieggiato la stanza del paronsin: è così che anche lo zio viene chiamato. La nonna è allegra ed agitata, Luciana, sotto le direttive di Bepi, è davanti ai fornelli. Piero è in terrazza che aspetta di vedere il taxi arrivare.

La nonna aveva detto che la rotta dell'aereo passava sopra il polo, faceva scalo ad Anchorage e l'aereo, un quadrimotore, aveva un nome bellissimo: si chiamava Super constellation.
Piero l'aveva ascoltata seduto, con i gomiti appoggiati al tavolo e il viso incassato tra le mani. Lo sguardo perso fuori dalla finestra.

Una Fiat 1400 verde e nera si ferma sotto casa. Il taxista scarica le valige, lo zio si prende cura della voluminosa custodia del violoncello. Bepi scende per prendere i bagagli.
La nonna si affaccia alla porta, Piero, con una mano attaccata alla sua gonna, sbircia giù per le scale.

Lo zio torna dal Giappone.
"Ciao Lino", la voce della nonna è un po' tremula e dolcissima. "Ciao mamma, ciao Pucetto".

La nonna, la mamma e lo zio vanno in salotto. Piero va in cucina con Bepi: deve aspettare. C'è un buon profumo di limone e noce moscata, oggi si mangiano i tortellini in brodo all'uso di Romagna.

Il pacco è grande, la carta è gialla e non c'è il nastro. Piero ha le mani appoggiate al tavolo, muove continuamente i piedi. Lo zio estrae una scatoletta metallica con una manovella, un lungo cavo e un elicottero bianco con un disco rosso.
Girando la manovella le pale ruotano e magicamente l'elicottero si solleva e vola.

La cena è finita, Piero va a letto, spegne la luce. L'elicottero è pronto, si chiama Super constellation, è diretto ad Anchorage e poi farà rotta verso il polo.

 

Il santino (49)

La mamma gli ha appena comprato un grembiule nuovo. Nero, lucido, con la cintura solo dietro - papà gli ha detto che si chiama "martingala" - e con il colletto bianco inamidato. Tre striscette rosse sul taschino indicano che è in terza. Un grande fiocco azzurro completa il colletto. Insomma Piero ne è orgoglioso.

Tutti in fila per due si stanno recando nella chiesetta del collegio per le preghiere. E' la cosa più noiosa di tutta la mattinata a scuola. Suor Ausilia cammina di fianco a loro: "Abbiamo visto che hai il grembiule nuovo! Non è necessario che cammini così impettito". Piero diventa tutto rosso mentre Paolo fa un piccolo sogghigno. Tutta l'eccitazione per il regalo svanita in un attimo.

In classe c'è un tabellone. Ogni bambino è individuato da una barchetta di colore diverso. Quella di Piero è bianca e gialla. La barchetta avanza di una posizione ogni volta che l'alunno compie una "buona azione". La barca di Piero è sempre tra le ultime.
Alla fine dell'anno, chi arriva nei primi tre posti riceve, direttamente dalle mani della Superiora, un "santino".

Piero ha salvato due passerotti, li ha alimentati con briciole di pane bagnate nell'acqua. Li ha fatti crescere finché sono volati via. Ma tutto ciò non gli ha procurato alcun punteggio.
Due punti vengono invece assegnati a chi mostra maggior raccoglimento dopo aver fatto la comunione.
Ha anche impedito che Titto desse fuoco ad un formicaio, ma nemmeno questo gli ha fatto ottenere alcun punteggio.

Non racconta più alla suora quelle che lui ritiene "buone azioni". Ha capito che Suor Ausilia le valuta in modo diverso da lui.

Tutti hanno fatto la comunione, Don Antonio ha ripreso a celebrare la messa. Sono tutti con il capo chino. "Questa volta alzo la testa per ultimo" sbircia attraverso le dita i compagni vicini. Qualcuno si è già alzato in piedi. "Aspetto ancora un po': voglio proprio vedere se non ce la faccio". Suor Ausilia è nell'ultimo banco. Quando pensa di aver aspettato abbastanza Piero alza la testa. Gli occhi gli bruciano un po': li ha tenuti troppo tempo chiusi, serrati.
Gabriele è ancora con la testa tra le mani. "Nemmeno questa volta ce l'ho fatta. Non ce la farò mai!"

E' maggio: il mese dei "fioretti". Ogni bambino deve portare a scuola un fiore: simbolo della purezza e delle buone azioni compiute.

Piero sta giocando a "scalone"con il fratellino, non gli piace tanto, ma è l'unico gioco che può fare con Sisi. E' di salute cagionevole e non può stancarsi troppo. Per di più ogni tanto deve sbagliare a lanciare la mattonella di pietra, altrimenti il fratello piange e dice che Piero imbroglia. Comunque è una bella giornata, l'aria profuma già di fiori di bosso e di rose. I due passerotti se ne sono volati via e Piero è contento.
La mamma raccoglie le rose gialle. Prepara un mazzo per la scuola. Ma Piero ha sentito che il fiore che simboleggia la purezza è il giglio. Vuole solo quel fiore, non vuole le rose del giardino.
Fa un tale capriccio che la mamma, contrariamente al solito, si ferma dal fiorista e gli compra un bel giglio bianco: è lungo lungo e profumatissimo. "Voglio proprio vedere se Suor Ausilia non sarà contenta".
Paolo, quello antipatico che non fa mai copiare, ne ha portati tre.

Quel "santino" Piero non lo riceverà mai. Ma le rose rifiutate le ricorderà per sempre.

 

Il prosciutto (51)

La mamma ha preparato una cesta di vimini e sul fondo vi ha posto un panno bianco.

Piero scende in cantina dove si trova la caldaia, la porta è aperta.
A sinistra c'è un cumulo di carbone, proprio a ridosso di una finestrella.
Un signore con la faccia nera e che portava, a mo di copricapo, un sacco sulla testa, arrivava in autunno con un carretto e scaricava il carbone proprio da quella finestrella.
A destra c'è la caldaia di ghisa che Piero, dopo lunghe insistenze, aveva imparato a caricare da Luciana.
Adesso è spenta, è primavera.

La cesta è accanto alla caldaia. La Moma deve avere i gattini. Quando scende in cantina vuole avere accanto la mamma. La chiama e, se la mamma ritarda, torna in casa protestando.

Con Piero scendono la Moma in testa, seguita dalla mamma, per ultimo lui, due o tre passi indietro.
La mamma accarezza di continuo la testa della gattina. Piero è in un angolo, non osa avvicinarsi troppo. Prima uno, poi un altro e poi un altro ancora, escono tre sacchettini; la Moma li rompe e Piero intravede tre minuscoli cosini: sembrano topolini. Uno è tutto bianco, gli altri due sono tigrati. La mamma continua ad accarezzare la gatta: "Brava, brava. E' tutto finito".

Moma lecca di continuo i tre nuovi arrivati e poi fa una cosa strana e un po' schifosa. Si mangia quei tre sacchettini rossi. La mamma guarda Piero: "Hai visto? E' così che si nasce. Avvicinati pure, ma non toccare i gattini. Se vuoi puoi accarezzare la Moma". La gatta ronfa ed è stesa su un fianco. I tre gattini sono già attaccati alla sua pancia e fanno lo stesso movimento che fa la Moma quando è in braccio a qualcuno: muovono ritmicamente le zampette davanti.

Fuori si sentono cantare i merli, dalla finestrella entra un raggio di sole che illumina di giallo il pavimento di cemento grigio. Piero esce dalla porta del garage, vuole raccontare la novità a Titto. Forse nascono così anche i leopardi dei loro giochi.

Da quel giorno Piero non avrebbe più mangiato il prosciutto crudo.

 

La differenza (48)

Al piano di sopra abita una famiglia strana.
Elena è una bimbetta un po' grassottella con treccine bionde e viso sempre sorridente.
Suo papà non c'è quasi mai, è piccolo con capelli e pizzetto bianchi ed ha modi sempre gentili ma formali. Quando il papà di Piero lo saluta usa una formula inconsueta, dice: "Buongiorno senatore".
Sua mamma è molto alta e bionda, porta sempre scarpe bianche con i tacchi alti. Parla in modo strano, per dire "sì" dice "hià" aspirando l'acca come se volesse mangiarla.
A Piero fa un po' paura anche se è sempre gentile. Non guarda mai negli occhi, sembra fissi un punto situato molto al di là dell'interlocutore.

Piero ed Elena giocano spesso insieme. Lei vuole giocare a "casetta", lui con la fionda e l'arco. La via di mezzo è lo "scalone".
Piero si annoia un po', ma lei è simpatica e ride sempre.

È una calda giornata di giugno e, per stare al fresco, hanno disegnato le caselle dello scalone sul pavimento del garage.
Dalle finestrelle entra il sole. I raggi della bicicletta riflettono la sua luce tutt'intorno, creando un'atmosfera irreale. L'aria profuma di sapone da bucato e di benzina.

Per raccogliere la mattonella Elena si china e a Piero torna in mente un vecchio dilemma.
Perché i grandi hanno nomi diversi: alcuni si chiamano uomini altri invece donne?
Anche il papà e la mamma hanno nomi diversi e si vestono in modi diversi - le donne in modo proprio scomodo: Piero aveva provato ad indossare le scarpe della mamma, erano strane e alte, e si faceva fatica a stare in equilibrio.
Deve esserci una diversità oltre al diverso modo di vestire.
Invece i bambini si chiamano tutti "bambini", anche se alcuni sono bambini, altri bambine. Perciò anche loro sono diversi, ma devono essere meno diversi dei grandi.
Qual'è la diversità?
Sarà bene esaminare la questione: lei è bambina e lui bambino.

La ricerca incuriosisce entrambi. Subito scoprono dov'è la differenza. È proprio lì dove se lo aspettavano. La cosa li diverte e decidono di approfondire la conoscenza.

Dalla scala interna Piero sente scendere qualcuno.
Si ricompongono in fretta, le orecchie di entrambi sono rosse e scottano.

"Piero, Elena venite su, la merenda è pronta". La mamma guarda Piero e sorride impercettibilmente. Salendo la scala gli dà un lieve buffetto sul fondoschiena.

 

Gli ospiti (53)

A Piero il sabato piace proprio. È giorno di bagno.

Luciana, con una cesta di vimini, scende in cantina a prendere la legna. Accartoccia qualche pagina di giornale, la copre con piccoli legnetti e accende un fiammifero. Quando la fiamma è bella alta vi pone sopra, con delicatezza, alcuni pezzi di legna più grossi.
Lo scaldabagno è un grosso cilindro di rame sovrastato da un tubo bianco. Sotto la caldaia di ghisa nera. Lo sportellino è chiuso e si sente il crepitio della legna che arde.

Piero e suo fratello entrano nella stanza da bagno in mutande. Il bagno è bello tiepido. Accanto allo scaldabagno una cesta con alcuni pezzi di legno, giornali vecchi e una grossa scatola di fiammiferi.
Saltellando corrono sul tappeto bianco accanto alla vasca. Il pavimento di mattonelle è freddo.
Dentro alla vasca tre cosine nere. Ci sono tre ospiti. Due topolini molto piccoli ed uno un po' più grande.
Si pone subito un problema: bisogna distrarre Luciana che altrimenti avrebbe risolto la questione con una scopa. Piero prende una scatola da scarpe dall'armadio e un po' di formaggio dalla dispensa, mentre suo fratello chiede alla cameriera quali vestiti dovranno mettersi dopo.
Fora la scatola e al suo interno pone il pezzetto di formaggio. Posa delicatamente il tutto dentro la vasca. La trappola funziona. Chiude il forellino con un pezzo di carta e silenziosamente porta la scatola con gli ospiti in camera loro. Un cenno d'assenso a suo fratello e il bagno può iniziare.

La cosa divertente è quando Luciana lava loro la schiena. La spugna è morbida e le mani della cameriera sono delicate, non fa mai un movimento brusco. La spugna gira e gira tra le spalle, scende sui fianchi e anche un po' più giù. Non è solo gradevole, c'è qualcos'altro.
L'unica cosa brutta è l'asciugatura dei capelli. L'asciugamani è morbido, ma Luciana strofina così energicamente che tutti e due protestano. Lei da loro un buffetto sul sedere e la cosa finisce lì.
Le maglie di lana pizzicano sulla pelle, ma sanno che è inutile protestare. Le cose stanno così e, qualsiasi cosa dicano, quelle maglie le dovranno indossare. Profumo di borotalco. Una veloce pettinata, uno strattone al collo della camicia ed il rito è finito.

Corrono immediatamente in camera loro. La scatola è al suo posto. Piero la scuote un po' e sente che gli ospiti ci sono ancora. Sente il leggero ticchettio dei loro passi.
Dove metterli? In cantina corrono il rischio di essere visti da Luciana o peggio ancora da Bepi. Suo fratello ha un'idea. In giardino, in un angolo in fondo c'è una piccola casetta. Una volta c'erano le galline.
Piero raccoglie della paglia da una cassa in garage, suo fratello trasporta il prezioso carico. Adagiano il mucchietto di paglia dentro la casetta, vi posano sopra la scatola tolgono il tappo di carta che chiude il foro. Qualche pezzo di formaggio ancora e soddisfatti tornano in casa.

Luciana li guarda con sospetto: "Cosa avete combinato"? Entrambi fanno scena muta. "Beh, prima o poi lo scoprirò".
Piero estrae da sotto il letto le rotaie del trenino e cominciano a montare il percorso. Luciana prepara la colazione. Tra poco latte e cacao, fettine di pane e marmellata di ciliegie. Piero strizza l'occhio a suo fratello: "Staranno facendo colazione anche loro"? Luciana si gira e li guarda di nuovo con sospetto: "Dopo lo dico alla mamma".
Non c'è nulla da temere. Anche la mamma avrebbe fatto la stessa cosa.

Non rividero più quei tre topolini.

 

Gli strani signori (48)

Uno

Non manca molto all'estate.
Piero sta andando dalla nonna. La mamma lo ha mandato a far visita al nonno che è molto malato. Ha una malattia strana, trema tutto. Anche il nome è strano: Parkinson.

Il fiume forma una piccola cascatella proprio sotto il ponte. Lì l'acqua è più profonda e, appena oltre la cascata, è quasi ferma: verde e trasparente. Si vede il fondo e, a volte, si vedono anche dei pesci. Piero si appoggia al parapetto e cerca di individuarne qualcuno.

Alle sue spalle sente abbaiare. Due volte, "Hau, hau". Si gira subito: gli piacciono i cani.
Sul ponte c'è solo un signore in bicicletta.
Davanti al manubrio ha un portapacchi: è una cassetta di legno legata con degli spaghi. E' vestito in modo strano, calzoni e camicia sono ricoperti di pezze: rattoppi con stoffe di altri colori.
Due, tre pedalate e di nuovo "Hau, hau": è lui.
Poco prima di svoltare giù dal ponte abbaia ancora due volte. Facendolo alza la testa con due scatti repentini. Sembra irrigidirsi tutto. Poi tranquillo riprende a pedalare.

"Nonna, nonna, ho visto un signore che abbaia", la nonna gli passa una mano tra i capelli "E' vestito in modo bizzarro ed ha una bicicletta?"
Gli mette una mano sulla spalla e lo conduce in cucina. Bepi sta versando in una grande ciotola di terracotta bianca la crema al limone, a Piero piace molto. "Vedi, Pucetto, alla fine della guerra una zona della città è stata bombardata. Una bomba è caduta proprio davanti all'ingresso di un rifugio: si sono salvati in pochi. Lui è uno di quelli."
"Beh, ma perché abbaia". "Il trauma, Pucio, il trauma. Dicono che un grande spavento provochi un danno. A lui è rimasto questo particolare sintomo. Per il resto è normalissimo. Si guadagna da vivere facendo il fattorino".

La spiegazione non lo soddisfa molto. Piero si è accorto che molto spesso gli viene detto un vocabolo nuovo, in questo caso: "trauma". E così, i grandi, pensano di avergli tolto i dubbi. Come se nella parola ci fosse dentro anche la spiegazione a tutte le sue domande.
I grandi sono proprio strani.

Due

Si chiama Gaetana.
Ha le scarpe sempre slacciate, le calze le scendono scomposte sulle caviglie, indossa una sottanona scura e due o tre maglioni. Ed è grassa, ma tanto grassa. Ciò che impressiona sono le gambe, le caviglie: due salami giganteschi.

La mamma gli ha detto che ha una malattia che si chiama "elefantiasi". Anche in questa occasione non sono arrivati altri particolari, ma in questo caso la parola sembra contenere già una qualche spiegazione.

Piero la vede al di là della strada, proprio davanti al fruttivendolo. Sta prendendosi delle mele: nessuno mai vuole essere pagato. Lei vive così.
Gli fa un po' paura, specialmente per il suo sguardo.
I capelli sembrerebbero raccolti, ma alcune ciocche grigie le scendono ai lati del viso: "viso" è un'espressione generosa. E' gonfia, la pelle è così tirata che luccica. Le labbra sono sottilissime e sempre semiaperte, i denti radi e gialli. E gli occhi! Sono delle sottili fessure dietro le quali si intravede una palla nera, fissa. Quando ti guarda sembra voglia mangiarti. Almeno questa è l'impressione che ha Piero.

Un'auto rosso mattone è parcheggiata a fianco del marciapiede. E' un'Aurelia B 20, Piero sbircia dal finestrino. Il tachimetro arriva a 220: è una velocità pazzesca. Quella del papà, l'Alfa 1900, arriva fino a 180.
Chissà che rumore fa, che sensazione sarà quella di correre a 220? "Mi piacerebbe fare il pilota da grande".

Gaetana è ancora ferma lì, Piero continua a camminare dall'altra parte della via. Lei è sempre davanti al fruttivendolo, è in sella alla sua bicicletta, non ne scende mai. Ai lati del manubrio due sacchetti di tela. Ma la particolarità è che non ci sono né i pedali né le pedivelle. Per muoversi usa i piedi: si spinge.
La usa come una draisina. Così gli ha detto il papà.

Finalmente arriva all'angolo della via, gira a sinistra. Pochi passi e tra poco è a casa.
Meglio così, "la Gaetana" gli fa sempre un po' di paura.

Tre

Suona sempre il campanello più di una volta. Pedala con vigore e fischia, fischia sempre. Il suo veicolo è un triciclo. Il piano di carico è sul davanti ed è sorretto da due ruote. Piero fatica a capire come si possa sterzare.
Quando lui aveva costruito il carrettino aveva progettato lo sterzo con una sola ruota. Questo triciclo è all'inverso.

Per mestiere fa il fattorino: molti commercianti delle bancarelle in "Piazza delle Erbe" si rivolgono a lui per le consegne. E' sempre vestito da militare. Come i militari della prima guerra: quelli con le fasce alle gambe.
Anche lui ha una strana malattia. "Silf…" o "Sif…" qualcosa. Le fasce gli servono per i dolori alle gambe. Questo è quanto gli ha detto la nonna.

Ernesto, così si chiama, è simpatico, sempre allegro e fischia. Piero ogni tanto gli regala delle monete: è la nonna che gliele mette in mano e lo invita a portale ad Ernesto.
"Viva il Duce" e lo saluta militarmente. Sulla giacca verde ha molti distintivi. "Vedi? Questa è la 'cimice', me l'ha data il podestà in persona". Così dicendo alza la testa con un motto d'orgoglio. Porta di nuovo la mano destra sul frontino del cappello e gira il triciclo. Si alza sui pedali, suona più volte il campanello e parte velocemente fischiando "faccetta nera".

Piero sta interrogando Bepi sul nome di quella malattia: "Si chiama silf... e poi non ricordo. E' una malattia delle gambe"? Bepi guarda verso il soffitto "Oh Signore Iddio, cosa diseo paronsin. E' una malattia che di solito prendono i soldati, i a ciapa dae femane": Bepi ha sempre un accento un po' velenoso quando parla delle donne.
Anche questa spiegazione non gli chiarisce nulla.
La nonna torna a casa "Sai, Pucetto, hanno rubato il triciclo ad Ernesto. Povero, era disperato". "E adesso come farà?" chiede Piero preoccupato. "Vedrai, una soluzione si troverà".

Il giorno successivo tutti i commercianti delle bancarelle si sono autotassati ed hanno acquistato un triciclo nuovo fiammante.

 

L'odore del sapone (50)

I compiti sono finiti. La poesia la ricorda a tratti, ma basterà un ripasso. C'è l'arco da finire.

Lo spago di canapa è resistente e sottile.
Piero deve accoppiare alla lunga verga di ciliegio un bastoncino corto così da formare l'impugnatura e contemporaneamente rinforzare il centro dell'arco. Ci vuole pazienza, la legatura dev'essere continua, così da serrare bene l'asta lunga con il corto rinforzo.
Poi bisogna praticare due incisioni alle estremità dei corni per legarvi la corda dell'arco. Questa non ha ancora deciso con che materiale farla, ma, in "piazza delle frutta", c'è un negozio di pesca dove vendono del filo di nailon grosso e resistente.

Piero scende in cantina a prendere i suoi attrezzi.
Dal garage viene una voce "Vola, colomba bianca vola…": Luciana sta lavando i panni.

Un breve corridoio. Poi la porticina che da accesso, dal retro, al garage.
Al centro, rivolta verso il grande portone che si apre all'esterno, c'è Luciana, è chinata in avanti, struscia ritmicamente un lenzuolo e canta.

"Dille che non sarà più sola....". E' molto chinata.

Piano piano Piero si avvicina, Luciana non lo ha sentito arrivare. Si accuccia, le due bianche cosce lo paralizzano.
Si china un po' di più. Nel mezzo le mutande sono affossate tra due lunari mappamondi.
Facendo più piano possibile si stende a pancia in su posando la testa a terra proprio tra i piedi di Luciana. E' una visione paradisiaca. Piero fatica a respirare.
Chissà che le lenzuola siano molto sporche. L'aria odora di sapone e di varechina.

Luciana, le mutande, il profumo di pulito e la canzone si fondono insieme.

"Cosa fai lì sotto? Sei come un gatto, non ti ho sentito arrivare". Piero diventa tutto rosso, balbetta "Scusami, scusami". Lei sorride "Corri, corri, vai a giocare stupidino".

L'arco lo aspetta, le mani gli tremano un po'. La legatura non viene bene. Sarà meglio finirlo più tardi.

Dal garage viene il canto di Luciana "Diglielo tu che tornerò…"

 

La contessa (49)

L'albero migliore è il bosso. Non è molto alto e i suoi rami formano a volte delle biforcazioni perfette.
La ricerca della forma adatta richiede attenzione e pazienza. Bisogna individuare il ramo biforcuto anche se nascosto dal fogliame e se è visibile solo di profilo. La siepe che separa il giardino di Piero con quello dei vicini è lunga e offre molte possibilità.
La forcella deve avere le corna leggermente arcuate e, soprattutto, i due bracci devono essere dello stesso diametro.
Ci vuole tempo.

La seconda operazione consiste nel segare il ramo prescelto senza farsi vedere né dalla mamma né dai vicini. Ma questo, per Piero, non è mai un problema.

Piero scende in garage di corsa. Ora deve far sparire la parte terminale dei due rami. La siepe stessa è sempre un buon nascondiglio.
La forcella della fionda è bellissima, ha solo un piccolo nodo sull'impugnatura. Con pazienza e una raspa si può rimediare.
La base del manico va arrotondata, sulle due corna vanno fatte le incisioni per l'alloggiamento degli elastici.

Con la fiamma del gas toglie i residui della lavorazione delle parti terminali.
Questa operazione va condotta in cucina. Piero deve aspettare che la mamma sia fuori casa e che Luciana e Bepi siano impegnati altrove.

Dopo la scoperta di un negozio che vende prodotti in gomma e che fornisce elastici perfetti non è più necessario cercare una vecchia camera d'aria di bicicletta.
L'alloggiamento dei sassi è un disco di cuoio: la tomaia di una scarpa vecchia va benissimo.
Per le legature Piero non ha problemi, ha trovato a casa dei nonni un grosso rotolo di refe che veniva usato in cucina per gli arrosti. La nonna non gli ha mai negato nulla. Il filo è sottile senza essere tagliente ed è così resistente che non si rompe strappandolo con le mani.
Anche Titto e gli altri amici si forniscono da lui per le legature.

Piero aveva trovato in cantina due piatti in alluminio che erano diventati i bersagli preferiti. Il bello è il rumore che fanno quando sono colpiti.

Non lo diceva agli amici, ma era orgoglioso di avere sempre la fionda più bella. Su questa ha fatto anche alcune incisioni decorative.

Il tutto è nato da una scommessa.
Sulla grondaia della villa di fronte c'è un passero: "Lo prendo al primo colpo".

Piero sa che la mamma, se lo avesse saputo, lo avrebbe castigato e nemmeno a lui piaceva colpire gli uccellini, ma quella volta la sfida ha avuto il sopravvento.

Plog, il sasso colpisce la grondaia. Il passero vola via, ma il rumore gli è piaciuto molto.
E' piaciuto anche a Titto. Così anche lui prova a colpirla .

La villa è una specie di castelletto. Le finestre sono tutte bifore. Il primo piano è in mattoni a vista mentre i due piani superiori sono decorati con un disegno geometrico, un giglio fiorentino stilizzato: rosso e beige.
L'ultima finestra della torretta ha i vetri a formelle piombate della stessa forma delle decorazioni della facciata.

Un sasso colpisce una formella e lascia un buco nero sulla grande vetrata. Il gioco viene da sé: chi colpirà le formelle più vicine a quella già centrata?
Pochi minuti dopo la grande vetrata è tutta bucherellata.
Piero e Titto sanno che l'hanno combinata grossa. Titto scappa a casa sua, Piero nasconde la fionda sopra l'armadio in camera. Ma non sarà sufficiente.

La punizione arriva, la mamma è molto seria. Piero non l'ha mai vista così. "Andrai a chiedere scusa alla contessa". Piero è rosso in volto, ma non osa replicare.

Il salotto della contessa è tutto in legno nero. Due grandi librerie con le ante in vetro opaco incombono a sinistra. Dietro la grande scrivania la contessa è tutta vestita di nero, solo un piccolo pizzo bianco spunta dal collo: "Vi ascolto Piero, cosa avete da dire?".

La sedia savonarola è scomoda e dura. Piero si sente piccolo piccolo, tiene le mani sulle ginocchia, non osa alzare lo sguardo "Sono stato uno sciocco, è stato uno stupido gioco. La prego di…"
"Alzate la testa Piero ed abbiate il coraggio di guardarmi in viso".

Piero non dimenticherà mai quegli occhi. Grigi, fissi, inespressivi. Lo hanno fatto sentire un verme, anzi ancora meno: un nulla. Punizione peggiore la mamma non poteva trovarla.

Chiude il grande cancello di ferro battuto dietro di sé. La testa gli gira un po', attraversa la strada e rientra nel suo giardino. Dalla siepe arriva un leggero profumo di fiori di bosso.
D'ora in avanti userà come bersaglio solo i piatti di alluminio.

 

La gara (51)

La cosa più difficile è trovare due cuscinetti a sfera uguali. Il terzo può essere diverso.

L'unico posto dove cercarli è dal meccanico. L'officina è poco distante, vi si aggiustano bici e moto.
Piero sa che il meccanico non è onesto. Tempo prima gli aveva sostituito una camera d'aria nuova ma forata con una vecchia e tutta rattoppata. Ma è l'unico posto dove cercare.

C'è un bidone dove il meccanico butta i pezzi non più utilizzabili. Con trenta lire lo lascia prendere ciò che vuole. Ci vuole pazienza e costanza. Ogni due o tre giorni Piero va a rovistare nel bidone.

Per il mozzo dell'asse posteriore va bene un manico di scopa giustamente accorciato. In cantina ci sono alcune casse di legno molto robuste, sui lati delle quali ci sono delle scritte in inglese. La base di una cassa è un ottimo pianale. Due lati devono essere segati per arrivare alla forma voluta: un trapezio.

Il grosso problema è la costruzione del manubrio su cui va fissato il terzo cuscinetto: quello che farà da guida. Ci vuole un perno robusto per permettere al manubrio di girare. La costruzione prenderà molto tempo. Gli attrezzi di cui dispone Piero sono pochi: una tenaglia, una pinza, due cacciaviti, una raspa ed una sega.
I fori costituiscono una bella difficoltà.

E' umido e fa freddo, dalle finestrelle del garage entra poca luce, l'aria odora di nebbia, benzina e sapone da bucato. La primavera è lontanissima.

Bisogna arroventare il tondino di ferro per praticare il buco. Le soluzioni sono due. O usare la caldaia, ma bisogna stare molto attenti perché è facile che il tondino fonda. O salire in cucina e usare i fornelli a gas, in questo caso molte cose devono coincidere e andare per il verso giusto: la mamma deve essere uscita, Luciana deve essere impegnata nella pulizia delle stanze e Bepi deve essere fuori casa per la spesa. Poi è necessario arieggiare la cucina per non lasciare traccia dell'odore di legno bruciato.
I fori sono tre ed il tondino di ferro non è certo un trapano, il lavoro va portato avanti a rate. Insomma è una cosa lunga, ma c'è tutto l'inverno davanti.

Piero ha trovato della carta vetrata e sta lisciando i bordi del suo carrettino. Non è venuto male, lo sterzo si muove bene e i due cuscinetti posteriori sono grossi e girano perfettamente. E' in legno grezzo: il colore, Piero, non lo ha trovato. I raggi del sole entrano obliqui ed illuminano di giallo il pavimento in cemento del garage. La pagella del secondo trimestre è andata abbastanza bene, tranne che in italiano. La maestra dice che Piero scrive sempre cose strane.

Si accuccia sul pianale con la gamba sinistra piegata, con le mani afferra il manubrio e con la gamba destra si dà una leggera spinta. Il carrettino parte veloce e silenzioso sul pavimento liscio del garage. Ancora qualche finitura e sarà pronto.

Titto ha trovato un barattolo di colore, il suo carrettino è tutto rosso. E' proprio bello, ma Piero nota che il sistema di guida non è ben fatto. Gli creerà dei problemi.
Le prime prove le fanno sull'asfalto della strada davanti a casa di Piero. In quella via non passa mai nessuno.
Non spingono ancora al massimo, sono solo delle prove. Anche quello di Titto va bene, solo che in curva tende ad inclinarsi un po'.

La gara vera e propria la faranno sul marciapiedi. Il motivo è semplice: la pavimentazione è in piastrelle con cubetti in rilievo, come dei blocchetti di cioccolato. Il rumore che producono i carrettini è stupendo.

La gara è stata vinta da Piero. Il carrettino rosso si è capovolto in curva e Titto si è "sbucciato" le nocche.
La vittoria non ha un buon sapore.
Però è primavera, ci sono delle lievi modifiche da apportare al carrettino e tra poco le scuole saranno finite. Ci sono già le prime rondini in cielo.

Piero non vede l'ora di raccontare alla mamma tutti i particolari della gara. Ma la mamma lo guarda con severità, non lo ascolta nemmeno. Il carrettino viene confiscato.
Qualche vicino di casa deve avere protestato per il rumore.

Tanto lavoro per nulla.

 

Il tappeto di saggina (48)

In cima alla scala c'è un ampio pianerottolo. In corrispondenza, al piano di sopra, c'è un terrazzo.
La ringhiera è in colonnine di pietra bianca. La porta è a volta e accanto ci sono due finestrelle alte e strette che danno luce all'ingresso. Davanti alla porta c'è un tappeto di saggina.

Il mese di marzo piace molto a Piero. L'inverno è finito, tra poco ci sono le vacanze di Pasqua e le giornate si stanno allungando. Ma soprattutto ci sono i temporali.

Le divisioni gli sono riuscite tutte e ha imparato a memoria tutti i capoluoghi della Lombardia. Insomma i compiti sono finiti. Luciana sta abbassando le tapparelle: non vuole che si sporchino i vetri. C'è aria di burrasca.
Da ovest avanzano dei nuvoloni neri. Si sente già qualche lontano rimbombo.

Piero esce e si siede sul tappeto di saggina. Annusa l'aria, ha un odore strano. E' lo stesso odore che sente vicino alle macchine da stampa del papà. L'odore dei motori elettrici.
Il papà gli ha spiegato che è l'ozono. Piero non sa bene cosa sia, ha capito che è l'odore delle scintille, ma non capisce come le scintille possano avere un odore. Ma il papà ha detto che si chiama così, perciò è così.

Il cielo è scuro scuro. I tuoni si fanno sempre più frequenti. Già si vedono i primi lampi.
Piero è affascinato dal temporale. Dopo un lampo comincia a contare lentamente… cinque, sei ed ecco il tuono. Tre, quattro ed eccone un altro. Sempre più vicini. Un fulmine cade poco distante, lampo e tuono sono simultanei. Un brivido alla schiena. E' paura, ma una paura piacevole.

Il tappeto di saggina punge un po' sulle gambe di Piero, ma quel contatto sulla pelle gli da una piacevole sensazione. Cinque, sei poi il tuono. Setto otto, poi un brontolio distante. Il temporale si allontana, la pioggia diminuisce d'intensità.

Oltre la casa dei vicini si vede una linea azzurra. Luciana alza le tapparelle e apre le finestre. Il sole fa brillare tutte le foglie del roseto, l'aria profuma di terra bagnata.

C'è la gru del meccano da finire. Il temporale è passato. Piero passa la mano su quella specie di spazzola rossa. E' piacevole il ruvido contatto con quelle fibre lunghe e un po' pungenti.

 

Una cosa Piero l'ha capita (48)

Le rose della mamma sono fiorite. Sono tutte gialle.
Tutte. Tranne l'ultimo rosaio, più basso degli altri, a sinistra del giardino. Le sue rose sono rosso scuro, vellutate. Sono un po' più piccole delle altre e meno numerose.
In salotto non manca mai un vaso di rose gialle.
Quelle rosse invece la mamma non le recide mai, restano sul loro stelo finché non perdono tutti i petali.

L'erbetta sotto le palme non è ancora stata rasata. Tra l'erba qualche punto bianco: le margherite. In un angolo una macchietta azzurra, sono alcuni "nontiscordardimé". La mamma dice che si chiamano anche "occhi della Madonna". Ha anche raccontato a Piero la storia del loro nome.

Sulla siepe cominciano a spuntare i primi grappoli di fiori di bosso. Già qualche ape si posa ora su uno ora sull'altro.
Il sole è alto. Il pilastrino alla base del basso corrimano della scala d'ingresso, su cui è seduto Piero, è tiepido. Sente il suo calore attraverso la stoffa dei calzoni.
Il panino con burro e marmellata è buonissimo. La mamma, quando lo ha dato a Piero, gli ha passato la mano tra i capelli.

Dal ciliegio sul retro arriva perentorio il canto di un merlo. Alcuni passeri si chiamano dalla grondaia della casa al pioppo del giardino dei vicini. Le rondini passano veloci sopra il tetto girando in circolo, sembra giochino a rincorrersi gridando.

Ancora poche settimane e sarebbero partiti per Cattolica.

Piero appoggia la schiena sul corrimano di pietra e sente un piacevole tepore.
Chiude gli occhi e sulle palpebre si forma un alone nero che poi diventa rosso, giallo e via via cambia forma: sembra un caleidoscopio. Ha una sensazione di beatitudine.

Un pensiero fulmineo gli attraversa la mente: "Come descrivere alla mamma la sua felicità?".
Ha la profonda consapevolezza che le parole non siano sufficienti, non siano adatte. Come se fossero oggetti senza cuore, freddi e incapaci di trasmettere il calore, la vita, la gioia e l'intensità di ciò che Piero sta provando.
"Come dire con le parole tutte le infinite emozioni che sono racchiuse in un solo attimo e come dire ogni unico ed irripetibile attimo"?
La comunicazione è monca, oppure esiste un'altra forma di comunicazione, magari su un altro piano?

Ma una cosa l'ha capita: le parole, le parole normali, non bastano.

 

Le zie Armene (49)

Il martedì era proprio una brutta giornata.
La mamma inviava Piero ad imparare le "buone maniere" dalle zie. Non erano proprio sue zie, ma cugine della mamma. Erano armene ed avevano un cognome stranissimo.

La prima cosa che Piero deve fare, dopo aver salutato "come si deve", chinando leggermente il capo - solo leggermente, né troppo, né troppo poco - è di mostrare alla zia Antonia le mani. A volte deve tornare a lavarle anche più di una volta, le unghie lo tradiscono sempre.

Queste zie erano figlie di una sorella della nonna. Si chiamava Ermenegilda, ma tutti la chiamavano Gilda.
Non c'era mai, era sempre a letto malata. Piero la ricorda così.
Le rare volte che era alzata, indossava una veste da camera ed era seduta su una poltrona in "manicomio". Non era un manicomio, ma una stanza così chiamata perché era adibita a lavori di ricamo e cucito. Dentro vi regnava una grande confusione e a Piero piaceva molto. Ma erano rare le volte in cui Piero vi aveva accesso.

I problemi cominciano quando vanno a tavola. Piero aspetta che si siedano le zie.
Antonia a capotavola a destra, accanto a lei una bacchettina sottile di bambù; Bruna all'altro capotavola e Piero al centro. Davanti a lui nessuno.
Piero doveva guardare davanti a sé, poteva voltarsi sole se interpellato.

Vedeva un grande e basso armadio con quattro ante e sopra un quadro a cui la famiglia dava un gran valore. Di quel quadro ricorda solo un personaggio in basso a sinistra.

Dalla strada arriva lo stridente rumore delle ruote del tram. Una campanella tintinna per avvisare il suo passaggio dopo la stretta e cieca curva dietro il Duomo.
Contemporaneamente entra Nina con un vassoio ed una zuppiera. E' vestita di nero e con una ridicola coroncina bianca in testa che le zie la chiamano "crinolina".
Piero spera che non ci sia minestra in brodo. Ha sempre problemi con gli ultimi anellini di pasta: non deve fare rumore e non deve lasciare nulla sul piatto.
Oggi, per fortuna, c'è pasta al ragù. Prende con circospezione un pezzo di pane, il più piccolo che sia riuscito ad individuare: sa che deve finirlo tutto e deve fare meno briciole possibile.
Ha sete, il ragù è un po' salato, ma non può bere. Gli sarà possibile solo dopo aver finito il primo piatto.
Ma i veri problemi verranno con la frutta. Se ci sono arance è nei guai, con le mele o le pere se la cava, con le banane poi è una pacchia. Ma queste ci sono raramente: a causa della guerra, dicono.

Piero maledice la guerra.
Davanti a sé il quadro, un ragazzino ha intinto un dito in un vaso e se lo sta portando alla bocca. Piero non capisce perché le zie diano tanta importanza a quel quadro.

Finalmente è l'ora del caffè. Piero deve solo aspettare che le zie lo bevano, poi, dopo aver chiesto il permesso, può alzarsi.
La cerimonia dei saluti e dei ringraziamenti e finalmente può prendere la bicicletta e tornare a casa ai suoi giochi.

Molti anni più tardi una seconda cugina di Piero erediterà un quadro di Jacopo da Bassano.

 

Il giornale (53)

È domenica. È passata un'ora dal pranzo.

La nonna si è ritirata in camera sua. Il papà riposa a letto. La mamma è in salotto, sulla sua poltrona, legge o dorme. Luciana non c'è, ha la giornata di festa.

La casa è in silenzio. Solo dalla cucina viene un vago borbottare.
Piero e suo fratellino si avvicinano di soppiatto alla porta socchiusa cha dà nella grande cucina. Il regno di Bepi.
È tutto in ordine: sui fornelli non c'è più nessuna pentola, la tavola è sgombra, la porta che dà sulla terrazza è aperta per "cambiare l'aria". Bepi è seduto sulla sedia di paglia con il giornale aperto sul tavolo.
Con un dito segue passo passo la riga che sta leggendo, è un necrologio: "Gio-vanni Ta-le di an-ni 37 è de-ce-duto dopo lu-nga ma-lattia…".
Il suo modo di leggere incuriosisce Piero e il fratello. Ma più di tutto i suoi intercalari: "Oh poareto".
Piero con il gomito tocca suo fratello.
"Mària-vergoa, che giovine". Sì, diceva proprio così, poneva l'accento sulla prima "a" di Maria. E legava insieme le parole Maria e vergine.
"El sarà morto de timore". Traduceva "grave malattia" in "timore", cioè "tumore".
"E po, varda che bel'omo". Solo molto più tardi avrebbero capito quell'osservazione.
A quel punto scappavano nello loro camera a ridere, colti da quel fou rire che tanto innervosiva il papà.

La casa è ora nel completo silenzio. In cucina Bepi ha posato la testa sul tavolo e russa lievemente. Piero e il fratellino leggono il "Corriere dei piccoli", ogni tanto sollevano lo sguardo. Piero strizza l'occhio al fratello che sorride.

 

Mattonelle rosse (50)

Quando arrivava tutta la casa era in fermento. La nonna lo riceveva con grande ossequio e lo chiamava "maestro".

Bepi in cucina puliva il servizio di porcellana cinese, preparava il tè, il latte, tagliava a fettine un limone, riempiva la zuccheriera e posava il tutto su un grande vassoio d'argento.

Piero non capiva il motivo di questo trambusto per un maestro.

Il grosso signore vestito sempre di bianco entrava con lo zio nel salotto grande. La porta veniva chiusa e nessuno poteva più entrare.
Quando il campanello in cucina suonava, Bepi prendeva il vassoio e, prima di entrare, bussava. Nell'occasione Piero sbirciava dentro. Lo zio aveva accanto il suo grande strumento e il signore in bianco teneva appoggiata sulle ginocchia una chitarra di color chiaro, sul tavolo fogli di carta sparpagliati, in fondo la sagoma scura del pianoforte. Dalle due grandi finestre la luce illuminava una pianta di asparago posta sopra una colonna a forma di dragone.

Dopo il ritorno di Bepi nella cucina, in casa non si udiva più alcun rumore.

Dal salotto prima alcune note disgiunte. Un breve tema. Poi la musica iniziava, si fermava, riprendeva. Ogni tanto si sentiva un conversare incomprensibile.

Piero si siede sul pavimento lucido di mattonelle esagonali rosse del corridoio, vicino alla porta del salotto. Gli piace ascoltare quei suoni, la voce quasi umana del violoncello e il canto veloce e struggente della chitarra.

Il profumo di cera, il fresco contatto con le mattonelle e quelle note si fondono insieme.

Nel salotto Andrés Segovia e lo zio Lino provano un concerto per chitarra e violoncello.

 

L'imbarazzo (52)

Bepi è malato, è tornato a casa sua da un bel po'. Al posto suo è arrivata una nuova signora.

Oggi a tavola ci sono solo la nonna e Piero. A capotavola c'è, come sempre, lei. Il compito di suonare il campanello lo ha Piero: la nonna è troppo distante dal pulsante.
Il pollo arrosto non è buono come quello che sa cucinare Bepi, ma le alette, la parte preferita da Piero, sono saporite e croccanti. E poi ci sono le patatine, quelle sono sempre buone.

A scuola non è andata tanto bene, le poesie a memoria lo mettono sempre in difficoltà. Fuori piove, il colore del cielo è grigio uniforme. Il riscaldamento non è ancora stato acceso e in casa è un po' umido. Insomma è una brutta giornata. Ma a Piero piace stare con la nonna, è sempre serena. I suoi vestiti sono invariabilmente neri, ma c'è sempre qualcosa che li rallegra: una spilla, un fiore o un fazzolettino bianco. I capelli sono sempre pettinati perfettamente, sono bianchi con lo chignon.

A Piero la nonna dà un senso di sicurezza.

Si allunga per suonare il campanello. Poco dopo entra Ida: è questo il nome della nuova donna.
E' vecchia, piccola, cammina dondolando e si vede che non ha mai portato il grembiulino bianco: lo indossa con impaccio. Ha i denti come quelli di un pettine: c'è uno spazio tra uno e l'altro, inoltre ha i capelli radi. Insomma è proprio bruttina. Piero non riesce a non fissarla con curiosità.

"Cossa voeo iù" scortesemente Ida dice a Piero. Per un attimo in sala da pranzo scende il silenzio.

Piero non ha mai visto gli occhi della nonna così seri. "Non si permetta mai più di rivolgersi a Piero in questo modo. D'ora in avanti lo chiamerà signorino Piero". La sua voce non è alterata né di tono alto, ma è tagliente, perentoria. Ida barcolla per un attimo. Piero non capisce se è per il suo modo di incedere o per il rimprovero ricevuto. Il resto del pranzo prosegue nel più assoluto silenzio.

Piero è un po' imbarazzato: gli dispiace di aver procurato una mortificazione a Ida, anche se non gli è per niente simpatica.

Fuori continua a piovere, la nonna beve il suo caffè, Piero chiede il permesso di alzarsi, "Sì" e la nonna gli passa una mano tra i capelli.

A Piero la nonna dà un senso di sicurezza.

 

L'altro maestro (50)

A volte veniva, a pranzo dalla nonna, un altro "maestro".
Anche in queste occasioni Piero non capiva la ragione di tanto trambusto. Né capiva in che diavolo di scuola insegnasse visto che era molto vecchio e grassissimo.

Il latte e cacao lo preparava sempre Bepi. Quando, come questa mattina, lo prepara Luciana, Piero capisce che c'è qualche novità. Bepi è uscito presto per fare una spesa più grossa.
Le novità gli piacciono, ma non tutte. Intanto Luciana mette meno cacao nella tazza, e ciò non gli piace. Poi a pranzo ci saranno tutte quelle posate e quei bicchieri. Perché poi così tanti? Boh. Inoltre dovrà stare a tavola molto di più e non potrà finire la costruzione con il Meccano.
Insomma le novità sono belle ma hanno una contropartita.

"Prego maestro, el se comoda" dice Bepi facendo un lieve inchino.
"Ciao Tono" dice lo zio arrivando dal salotto. "Ciao Lino, oh c'è anche Pucetto, ciao birichen" risponde il maestro.

Ha i calzoni molto larghi e un pullover che cade da tutte le parti, al posto delle scarpe porta sempre dei sandali, anche d'inverno. Sottobraccio ha un'enorme cartella tutta sporca di colori.
Ma ciò che impressiona di più Piero è il suo modo di parlare. Sembra che usi solo una vocale: la "e".
"Dime cheme se endà el vieio en oriente?". Che significa, Piero ormai lo capisce molto bene: dimmi come è andato il viaggio in oriente, cioè in Giappone?
Anche quando ride, ride con la "e": "he, he, he, pieve sempre en Iepon eh?".

A Piero pareva che anche gli occhi fossero a forma di "e": due sottili fessure arcuate. La bocca pure: una linea sottile ed ondulata. Insomma è tutto una "e".

Non gli è molto simpatico, gli tira sempre le orecchie e lo pizzica sulle guance. E' una cosa che Piero detesta.
Però capisce che non è assolutamente uno stupido. Intanto lo zio lo considera molto, poi conosce i nomi di tutti i pittori e descrive i quadri, che anche Piero ha visto, facendo notare particolari che lui non avrebbe mai osservato.
E' bello ascoltarlo, ma a distanza.

Il sole entra dalle finestre. Le foglioline della pianta di asparago, che scendono dal treppiede a forma di dragone, brillano. Brilla anche il pulviscolo nell'aria. Tre mosche volano con traiettorie a zig zag attorno al lampadario dorato. Le voci della mamma, della nonna, dello zio e di Tono sembrano lontane. Gli occhi sembrano volersi chiudere. Il pranzo è stato lunghissimo.

Piero non ne può più. Finalmente arriva il caffè. La nonna e la mamma si alzano, Lino accende una sigaretta e Tono un sigaro. Anche Piero può alzarsi e, anche se è tardissimo, può giocare un po' con il Meccano prima di fare i compiti.
"Ciao birichen, vien que che te tire na receta", Piero non osa rifiutare e si sottopone all'antipaticissimo rito della tirata d'orecchi. Lo zio gli da un buffetto sulla testa e finalmente il Meccano.

In salotto lo zio esegue per Tono Zancanaro l'attacco del "Quintetto con pianoforte in la maggiore, opera 81 " di Dvorak. Sul tavolo gli ultimi bozzetti in carboncino del "Pra' della valle".

 

L'avventura (47)

Il luogo preferito per i loro giochi è il giardino di Piero.

È sostanzialmente diviso in due parti.
Due aiuole con al centro una palma stanno ai lati della scala che porta all'ingresso. Un roseto ripara dalla strada questa parte del giardino. La siepe di rose è l'orgoglio della mamma, la cura tutti i giorni.
Sul fianco della casa una discesa che porta al garage. In fondo pochi scalini salgono sul retro. Un prato incolto con un ciliegio, un fico e due alberi di albicocche.

Le loro armi sono una spada di legno, due Kriss - avevano appena letto Salgari - sempre di legno e, il pezzo forte, è un flobert che spara pallini di gomma.

Piero e Titto sono dispersi nella foresta.
I serpenti sono nascosti tra l'erba, un leopardo è tra i rami di un baobab - trasfigurazione del fico. Per attraversare le cascate si arrampicano sul muretto divisorio del giardino dei vicini; sotto, il fiume è infestato da ippopotami e coccodrilli.
Ogni tanto rischiano di soccombere, ma un preciso colpo di fucile riesce, all'ultimo momento, a salvarli.

Dalla finestra una voce: "Piero vieni su. È l'ora della merenda".

Il profumo dei fiori di bosso della siepe sul retro, riempie l'aria. Le api ronzano tra i grappoli bianchi. Tra poco le scuole sono finite. Le rose gialle sembrano luci tra le foglie.

Piero entra in casa, si stende sul pavimento lucido e fresco. Appoggia il viso accaldato sul marmo verde scuro.

Dalla cucina la mamma lo chiama: il panino di burro e marmellata è pronto.

 

Il sapore dell'acqua (48)

Dietro la tenda a quadretti bianchi e blu c'è un piccolo locale. La mamma lo chiama sbratta-cucina. Sulla parete di fondo c'è un lavello di pietra con un lungo rubinetto d'ottone.
A sinistra, un mobile alto triangolare che serve da ripostiglio per le scope, c'è anche lo spazzettone per lucidare i pavimenti.
A destra, un mobiletto basso di legno foderato all'interno di lamiera zincata. La ghiacciaia.

D'estate dalla strada si sente il suono di una trombetta. È l'uomo del ghiaccio.
Ha un carretto coperto da una tela blu, sotto le grandi stecche di ghiaccio. Le rompe con uno strano arnese e ne avvolge un pezzo nello strofinaccio bianco con il quale Luciana è scesa.

Appeso al rubinetto d'ottone c'è un mestolo di metallo smaltato in blu. L'interno della coppa è invece di colore bianco. Il bordo è di un blu un po' più scuro.
Quando Piero sale in casa accaldato dai giochi in giardino, corre in quel localino, apre il rubinetto d'ottone e, per bere, usa quel mestolo. L'acqua è fresca ed ha un buon sapore.
Solo quella è veramente buona. Non quella con l'idrolitina che Luciana ha messo nella ghiacciaia.

Il giorno dopo sarebbero partiti per le vacanza a Cattolica. La mamma è indaffarata nel preparare le valige, Luciana la sta aiutando. Il fratellino è in giardino che gioca.
Piero sale a bere, si appoggia al lavello di pietra rosa, riempie il mestolo blu e, in quel momento, formula uno strano pensiero: "chissà se quando sarò grande avrò ancora il piacere di bere da questo mestolo così bello quest'acqua così buona."

Sente gli amici chiamarlo dal giardino. Scende di corsa.

 

Il pindolo (49)

Il bastone è già pronto. Sessanta centimetri di manico di scopa.
Non era stato un vero e proprio furto, la scopa era vecchia e Luciana l'aveva riposta in cantina. Per segarla ha usato la sega da falegname: quella con il bilanciere in mezzo, da un lato la lama e dall'altro la corda per tenere la lama tesa.
Ora deve fare il "pindolo" vero e proprio, il materiale è sempre quello: il manico di scopa. Quindici centimetri vanno bene. Il pezzo è già tagliato, deve solo rendere coniche le due estremità. La forma da raggiungere è quella di un corto siluro con due punte.

E' primavera inoltrata, già alcune ciliegie cominciano a colorarsi. Piero ha sottratto il grosso coltello da cucina che Bepi usa per tagliare gli ossi: con questo fa una prima sgrezzatura. Deve fare presto: se Bepi se ne accorge sono guai.
Luciana stende le lenzuola fuori dalla finestra e canta. Questa volta si è data all'opera "Amami Alfredo, amami quanto io t'amo…". E' proprio fissata con le canzoni d'amore.
Piero ripone il maltolto nel cassetto della cucina: questa volta è andata bene. Ora deve finire il lavoro con la raspa e poi con la carta vetrata. Ci vuole pazienza e precisione, le punte devono essere perfette. Ma Piero ne ha di pazienza.

Luciana ritira le lenzuola stese e strizza l'occhio a Piero che dal giardino la saluta con la mano, deve aver capito che ne ha combinata qualcuna. "Amami Alfredo…", canta sempre lo stesso pezzo. Si sporge un po', i due grandi seni si appoggiano al davanzale. Un leggero turbamento.
C'è il pindolo da finire. Piero sale le scalette che portano sul retro del giardino. Un salto: il ramo è basso, un altro ramo e si siede sulla biforcazione del ciliegio. E' lì che gli piace portare a termine i lavori delicati. Nessuno lo disturba e nessuno lo vede.

I merli cantano, qualcuno sembra proprio intonare una melodia. A forza di sentire Luciana hanno imparato anche loro.
Se sta fermo immobile, si posano anche sui rami del ciliegio.
E' bello guardarlo: si posa, gira il capo, ti osserva immobile. Due salti ed è vicino ad una ciliegia, si ferma di nuovo e zac l'ha già nel becco. Frrr e se n'è andato.
Tra poco ne arriverà un altro, o è sempre lo stesso. Piero distingue i maschi dalle femmine, ma un maschio dall'altro proprio no. Chissà se è sempre lui?

Comincia il lavoro con la raspa, il bastoncino tra le ginocchia, l'attrezzo tenuto dal manico e dalla punta: per fare un lavoro preciso. Lavora piano, così se arriva un altro merlo non lo spaventa. Gli insetti ronzano, un cane abbaia in lontananza, la Moma è stesa al sole e sembra dormire, Luciana canta e lui si sente parte del ciliegio. Frrr ne è arrivato un altro, stesse manfrine e via con la sua ciliegia nel becco.
Quelle ciliegie non sono mai arrivate sulla tavola. La mamma dice che sono buone: si chiamano "duroni", ma Piero è riuscito ad assaggiarne solo qualcuna lì sull'albero. Non gli era sembrata molto buona, forse era ancora acerba.

Alcuni amici chiamano quel gioco "lippa", ma a lui piace molto di più "pindolo", gli sembra più adatto. La carta vetrata è di grana molto fine, gli piace sentire le punte lavorate lisce, senza asperità. E' bello vedere il lavoro che via via si perfeziona sempre di più.
Tra poco il pindolo sarà finito. Le partite con Titto sono sempre incerte, anche lui è bravo.

"Pucio, Pucio, su che la merenda è pronta". Luciana si sporge dalla finestra e fa cenno con la mano. Piero scende dall'albero e si avvia verso la cucina passando dal garage, la Moma lo segue.
Sa che tra poco il ciliegio sarà frequentato da numerosi ospiti e la cosa gli fa piacere. La partita comincerà più tardi: ma questa è un'altra storia.

 

Il signore col cappello (48)

La scala di pietra che porta al piano rialzato della casa ha una bella forma. I bassi corrimano sono due archi di cerchio, sembrano due braccia aperte, accoglienti.

Era passata l'ora dell'odiato ma obbligatorio riposino. Piero non aveva dormito, aveva incollato le figurine nell'album degli animali.
Gli mancava sempre il "Sindetociste". Ne mancavano anche altri, ma quel nome non riusciva ad associarlo ad alcuna forma: la didascalia diceva essere un protozoo. Nemmeno Titto lo aveva.

Un imbianchino sta dipingendo il cancello di ferro che conduce alla rampa del garage. Usa un colore rosso: lo chiama "minio", dice che serve per proteggere dalla ruggine. Il colore finale lo avrebbe dato dopo.
Piero è seduto sull'ultimo scalino di pietra con il panino di burro e marmellata in mano.

Dopo aver finito il panino progetta di creare un lago per i coccodrilli usando il lungo tubo di gomma che è in garage. Ha già scavato la buca, non gli resta che riempirla d'acqua. Suo fratello e Titto non sanno nulla di questo lago.

Piero osserva il signore con il pennello. Ha un cappello di carta di giornale, inumidito sul bordo. Gocce di sudore gli cadono dal mento e dal naso. Ha un'espressione seria. "Perché ha scelto un mestiere così faticoso? Non è meglio stare dietro una scrivania come fa il papà"? Piero non capisce e si ripromette "non farò mai quel lavoro".

Una goccia di marmellata gli cade sulla gamba. Corre verso il garage per lavarsi con il tubo di gomma. Odia l'appiccicaticcio che lascia la marmellata.
Passando davanti al cancello saluta con la mano il signore col cappello di carta che ricambia il saluto sorridendo. Piero non capisce cosa ci sia da sorridere.

L'acqua che esce dal tubo verde è fresca, si bagna anche la scarpa. Prima che arrivino Titto e suo fratello riempirà il suo lago

 

L'arco (52)

Spesso una parte delle vacanze estive la trascorrevano in un paese delle Dolomiti.
"La montagna fa bene ai bambini. Li prepara per l'inverno. E ossigena bene i loro polmoni". Sono queste le frasi che Piero odia. Non gli piace per nulla abbandonare i cuginetti di Cattolica, il mare, la spiaggia e il sole. In montagna piove sempre! E poi cosa vuol dire "ossigenare i polmoni"? Non respirano anche al mare? Boh. Comunque deve adattarsi. Si sarebbe inventato nuovi giochi, diversi: in quel paese non c'erano molti bambini. Certo non tanti quanto al mare.

"Sì, sì, Luciana, metti in valigia anche quel maglione". La mamma e Luciana sono alle prese con i bagagli. Un paio di giorni in città e poi sarebbero partiti in macchina per Sappada.

Piero e suo fratellino giocano in giardino con due spade di legno "Attenti a non farvi male con quei bastoni" dice la mamma dalla finestra "Tu, che sei più grande, dovresti capire che è un gioco pericoloso". Sempre la stessa storia: tu sei più grande, stai attento a non fargli male, lui non può stancarsi, non farlo arrabbiare. Che barba!

Piero odia i viaggi in macchina, gli viene sempre mal di stomaco. Il treno è molto, ma molto più bello: si possono leggere i giornalini senza che giri la testa, si può fare pipì e nelle stazioni c'è sempre un uomo con i panini e l'aranciata. I panini non sono poi così buoni, sono sempre un po' secchi, ma hanno un sapore tutto particolare. Per Piero è un sapore di viaggio, di avventura.

"Toccato". Si era distratto un attimo e suo fratello lo ha colpito sulla pancia. "Hai vinto, va bene hai vinto. Adesso basta vado su, sono stanco". Doveva mettere in valigia, di nascosto, un coltellino, una lima e una tenaglia: questi attrezzi gli sarebbero serviti per costruirsi i giochi. Fondamentalmente, l'arco e la lancia.

"Oggi andiamo oltre il torrente sui prati dell'altra sponda. Vedrete quanti ciclamini ci sono". Il ponte è costituito da quattro tronchi di pino su cui sono appoggiate delle assi di legno, sotto l'acqua è limpida, si vede anche qualche trota, ma la mamma non vuole che peschino. "Non va bene far del male a quei poveri pesciolini. Lasciateli stare, stanno tanto bene così".

Piero ha con sé il suo arco, ha anche inciso una decorazione a spirale lungo i corni. E' un arco molto bello e robusto, ci ha impiegato molto a tagliare il ramo: era grosso e duro. La freccia, una sola, è di legno. Sulla punta ha incastrato un chiodo e lo ha fissato con uno spago legato stretto stretto. Sulla coda ha fissato tre pezzetti di penna di gallina. E' perfetta: proprio come quelle degli indiani.

La mamma si siede sotto un abete, appoggia la schiena sul tronco, apre il suo libro. "Su, su andate a giocare, ma fate i bravi, non litigate come stamattina".
Piero aveva un modo sicuro per far arrabbiare suo fratello: gli diceva arini furini. Non significava nulla, né sapeva da dove venissero quelle parole, ma era una specie di dichiarazione di guerra in codice.
Suo fratello sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il dispetto. Quello che a Piero piaceva di più era riuscire a schiacciare, con il pollice, il naso del fratellino: questo lo mandava in bestia. Durante la colazione il dispetto era riuscito e suo fratello, in risposta, gli aveva lanciato un panino, ma era stato un lancio maldestro. Il pane aveva colpito la tazza di caffè-latte combinando un disastro. Si erano buscati entrambi uno scapaccione.

Hanno raccolto un bel mazzo di ciclamini e lo hanno portato alla mamma. "Grazie, che gentili siete, su sedetevi qui, sarete stanchi". Piero non è stanco per nulla. Suo fratello si siede accanto alla mamma "Leggimi qualcosa, mamma". "Va bene, Sisi" ed estrae dalla borsa un altro libro: "Ti leggo Til, mago e incantatore." E comincia: "Gran festa nel paese, pel giorno della sagra! Siedi più vicino così senti meglio".
Piero ha già letto tutto il libro di Fernando Palazzi. Gli era piaciuto e gli erano piaciute molto anche le illustrazioni. Soprattutto il cappello con la lunga piuma di Til Ulenspighel.

Correndo al trotto e immaginando di avere anche lui il cappello piumato, sale sulla piccola altura accanto al prato. L'aria profuma di resina e ciclamini, l'erba è cosparsa di aghi di pino. Ogni passo è accompagnato da un lievissimo fruscio. Due corvi volano lenti, sembrano quasi fermi. Li vede tra i rami dell'abete. Due figure nere nello smalto azzurro del cielo.
Lontano, sotto un pino, la mamma e Sisi. Uno vicino all'altra.

"Adesso gli faccio vedere quanto sono bravo". Incocca la freccia e mira al tronco di quell'albero laggiù.
Un ramo, appena sfiorato dalla freccia, aggiusta il tiro secondo i dettami dell'inconscio. La freccia si dirige dritta verso suo fratello che, richiamato dal fruscio delle penne o mosso da qualche misteriosa forza, fa appena in tempo a ripararsi con il gomito. La punta della freccia si conficca nel suo braccio.
A Piero gira la testa "Dio mio, cos'ho fatto, non volevo, non volevo". La mamma lo guarda e non dice nulla, ma non l'ha mai vista così seria.

I corvi sono diventati quattro, volano lenti nell'azzurro splendente, ma nessuno li nota.
La mamma prende in braccio Sisi. La corsa in paese, la farmacia, il cotone e il disinfettante, la fasciatura e l'iniezione antitetanica. Tutto in silenzio, un silenzio terribile. La mamma non parla più. Nemmeno il fratello piange, lo guarda con occhi strani ed interrogativi.

Piero non si è mai sentito peggio. Non ha provato nemmeno a giustificarsi. Sa che l'ha combinata grossa. Soprattutto non capisce cosa l'abbia spinto a fare quel gesto.
Non era lui. Lui non l'avrebbe mai fatto.
Eppure l'ha fatto lui. Quella vocina dentro "Sono bravo, sono bravo. Posso colpire proprio quel tronco". Bastava averci pensato.
Ma non aveva pensato: aveva fatto.

La montagna non gli piace proprio.

 

La sete (53)

L'arco è ben fatto. Non è eccessivamente lungo, ma il legno è robusto e flessibile al punto giusto. Le frecce hanno visto tempi migliori quando ancora costituivano l'impalcatura di un ombrello, ma ora si adattano bene a fare il loro mestiere. Sulla cocca Piero ha fissato tre pezzetti di penna di gallina. Il tiro risulta preciso e diritto.

"Adesso tocca a me, tu hai già fatto i tuoi tre tiri"
"No, non vale, uno mi è scivolato. Tu mi hai distratto". C'è sempre qualche scusa se una freccia va fuori bersaglio.
"E va bé - acconsente Piero - fanne un altro, ma un altro solo, sennò non gioco più".

Il giardino è assolato, nemmeno gli alberi sono sufficienti a ripararli dal sole di luglio. Il bersaglio è al centro di una tavola di legno appoggiata alla parete della casa.
Silenzio… solo le loro voci che contano i punti, nemmeno le cicale hanno voglia di cantare. I merli non si posano più sul ciliegio, le rondini sembrano scomparse. Si sente solo il canto di un passero sul pioppo dei vicini. La Moma dorme tra l'erba sotto al fico.
La casa ha tutte le imposte chiuse.
La mamma è a Cattolica con il fratellino, il papà non è tornato a casa per il pranzo. Arriverà stasera e, forse, lo porterà fuori a cena. In un ristorante.
Piero non vede l'ora: non è mai stato allo "Storione", lo ha visto solo da fuori. Tutto illuminato da grandi lampadari e pieno di camerieri vestiti di bianco che corrono avanti e indietro.

"Ho sete, vado su un attimo".
"Bevi dalla pompa, così fai prima" suggerisce Titto.
"No, no, preferisco l'acqua della cucina".
Sale le scale di corsa, la casa è in penombra, tutte le imposte sono chiuse, entra un po' di luce solo dalla porta d'ingresso.
La cucina è in fondo al corridoio. E' lì che c'è il lavello di marmo rosa, il rubinetto d'ottone, il mestolo bianco e blu e l'acqua freschissima. Com'è dolce l'acqua quando si ha sete.

Di corsa torna verso l'ingresso, girato l'angolo della cucina, Piero va letteralmente a sbattere contro Luciana.
Si è appena svegliata e stiracchiandosi si sta dirigendo in bagno.
E' in sottoveste, in sottoveste nera. Un braccio in alto con il pugno chiuso, l'altro è piegato e con il dorso della mano copre uno sbadiglio. Nella scollatura due meravigliose colline bianche. Piero ansima… anche per la corsa.
Senza dire nulla e senza sapere bene cosa stia facendo le prende il seno tra le mani e vi affonda il viso.
E' morbido e profuma di sapone e di varechina. Gli manca il fiato, solleva il viso e guarda il viso buono di Luciana. Lei sorride, lo guarda gli prende una mano e si siede sul pavimento fresco di marmo verde, Piero la abbraccia, lei si stende.
E' tutto morbido, morbidissimo, lei profuma come non mai. L'odore della cera del pavimento sembra stordirlo, gli gira la testa. Sente le mani di lei che gli aprono i bottoni.
Tutto è sempre più morbido. Ricorda l'estate scorsa: quella di "Casablanca" e lei risponde al bacio. Ancora quel meraviglioso sapore di fragole.
Lei posa le mani sui fianchi di Piero, lo accompagna un po'. Basta poco e una nuova sensazione lo fa tremare tutto. Le cosce bianchissime sono appena aperte, il seno illumina il corridoio.

Piero è stordito, Luciana sorride, gli fa una carezza "Su, su, pasticcione, c'è Titto che ti chiama".
Il bianco luminoso del seno e delle cosce, il colore verde del marmo, il sapore di fragole, l'odore di sapone, varechina e cera si fondono in un'unica miscela. Bellissima

"Piero, Piero, cosa fai? Torni giù? Sono stufo d'aspettare".
Era già da un po' che Titto lo chiamava, ma non lo aveva sentito.
Le mani gli tremano, è più accaldato di prima, gocce di sudore gli entrano negli occhi e bruciano.
"Vengo, vengo subito. Aspettami arrivo".

"Venticinque a venti. Beh, cosa avevi oggi? Di solito tiri meglio" dice Titto estraendo l'ultima freccia da bersaglio.
L'imposta del bagno si apre, Luciana li saluta con la mano e scompare nel buio della stanza.

La testa gli gira ancora, negli occhi ha ancora l'immagine di quelle bianchissime scodelle con la punta nera. Il respiro è ancora affrettato. Qualche cicala ha preso a cantare. La Moma si dirige piano verso il garage. Gli insetti ronzano in sintonia con un altro ronzio. Titto continua a parlare, ma lui non sente nulla di ciò che dice.
Dalla finestra aperta arriva una voce. Luciana canta, canta sempre: "Grazie dei fior… tra tutti gli altri li ho riconosciuti…"

 

La felicità (54)

Finalmente il pacco è arrivato.
In città esiste un negozio di aeromodellismo, ma non è molto fornito. Perciò il motore "testa rossa" era stato ordinato a Milano.
Piero ha già costruito il modello. E' un aereo da acrobazia. Ci ha lavorato per tutto l'inverno e, pur avendo commesso molti errori, alla fine ci è riuscito.

Il problema più grosso è stato quello della copertura in seta delle ali. La tela non si tendeva bene. La soluzione l'aveva fornita magicamente Bepi. Un giorno stava parlando con Luciana e Piero l'aveva sentito dire che lavare la seta è un problema, specialmente se non è mai stata bagnata, perché ha la caratteristica di restringersi.
Questo difetto del tessuto si è rivelato la soluzione del problema. Una volta bagnata, la seta, asciugandosi, si era tesa perfettamente. Dopo era stato sufficiente dare due "mani" di vernice.

Nel pacco oltre al motore c'è un libretto di istruzioni, un contenitore per il carburante e un'elica.

Il sole d'aprile entra obliquamente dalle finestrelle del garage, nell'aria si vede brillare il pulviscolo, sul tavolo una piccola morsa serra i fissaggi del motore.
Non parte.
A volte fa un breve scoppiettio, ma poi si ferma subito. Piero ha già preso due dolorosi colpi sul dito medio: quello che usa per l'avviamento.

Oggi deve rinunciare, adesso bisogna studiare. Domani compito di matematica.

Un dipendente del papà è venuto a pranzo. E' addetto alle macchine da stampa, forse se ne intende anche di motorini. Piero intavola il discorso sul suo problema. Bruno, così si chiama, sorride "Va be' andiamo a vedere".

Osserva per un po' il "testa rossa", legge le istruzioni, regola lo "spillo" di alimentazione. Un paio di colpi e "Breee", il motore parte. Fa un rumore meraviglioso. Un po' forte per la verità. Ma bellissimo. Muove di un paio di tacche lo spillo finché i giri non arrivano al massimo, un'altra regolazione per abbassare il regime. E' necessario rodare il motore: per un'ora deve girare piano. Piero lo vorrebbe abbracciare: è un genio.
Bruno gli passa una mano sulla testa "Hai capito come si fa?".

Domani il motore sarà rodato. Bisogna montarlo sull'aeromodello, regolarne l'inclinazione e collegarlo al serbatoio.

Domenica è tutto a posto. Piero si avvia al piccolo aeroporto vicino a casa. Lì c'è un campo riservato agli aeromodellisti.
I cavi sono tesi, il motore è partito subito, un amico regge il modellino, Piero è pronto. Via.

L'aereo parte e vola. Incredibile, vola. Una leggera inclinazione della manopola dei cavi e l'aereo cabra. La piega un po' in giù e l'aereo scende. La rimette dritta e il volo continua in orizzontale. Il rumore è stupendo, il sole d'aprile scalda già un po', l'aria profuma di erba tagliata. Il campo è perfettamente rasato.

E' bastato distrarsi un attimo, c'è solo silenzio. L'aereo giace a pancia in su. Il carrello è rotto, l'elica spezzata e la tela di un'ala è tagliata.
La felicità è proprio breve.

 

Bailey (55)

La cosa più difficile è non farsi prendere in castagna, altrimenti sarebbero stai guai grossi. La scusa è sempre quella del giro in bici. "Andiamo in campagna, vengono anche Titto, Mauro…"
"Va bene Pucetto, ma porta con te anche tuo fratello".

Ecco il primo ostacolo. Non era possibile andare con Sisi: se avesse fatto la spia, addio bici e chissà quant'altro.
"Ma mamma, siamo tutti grandi, Sisi non ce la fa a starci dietro, noi corriamo. Forse faremo anche qualche salita. Nemmeno Titto porta suo fratello"
La salute del fratellino è cagionevole e, di fronte alla possibilità che possa stancarsi troppo, la mamma si convince. "Va bene, va bene, per questa volta vai pure, ma la prossima volta porti anche lui".

Secondo ostacolo: costume ed asciugamani. "Porto qualcosa per la merenda". Lo zaino da montagna andava bene: è capiente e non impiccia nel pedalare. "Mi arrangio io a prendere i panini e il thermos". Il costume e l'asciugamani li aveva già nascosti la sera prima. "Cosa serve lo zaino per due panini? Vuoi fare bella figura con gli amici"? "No, no, è perché così pedalo meglio".

E' una bellissima giornata di metà giugno, ormai le scuole sono alla fine. Per il rotto della cuffia quest'anno sarà promosso.
Ha sempre qualche problema in italiano e in francese. La professoressa dice che nei temi parla sempre di cose strane e soprattutto di animali, anche dei più insignificanti, come i ragni, le formiche, le api… "Dice lei che sono insignificanti! A me invece piacciono". Inoltre le poesie a memoria lo mettono sempre in difficoltà, non parliamo poi dei vocaboli del francese: non li ricorda mai.

Il ponte è dietro il piccolo aeroporto. Dieci minuti di bici e ci si arriva. E' un ponte Bailey della ferrovia, attraversa il Bacchiglione. Non è fare il bagno che li interessa. E' una prova. E' una questione da uomini.
Tuffarsi dal ponte è la prova da superare. O si è uomini o non lo si è.
E' un bel salto, sembra di non toccare mai l'acqua. Se poi in quel momento passa il treno allora è ancora meglio. Il rumore e le vibrazioni del metallo danno un bel brivido.

La prova l'hanno superata tutti tranne Mariolino. Ma in fondo lui è il più piccolo: ha un anno di meno.

Poi, quel giorno, arriva la prova "super".
"Dicono che un ragazzo del 'Portello' è saltato giù dalla capriata del ponte" butta lì Mauro.
"Ma va, è impossibile!"
"No. No, è vero! Lo hanno visto. Deve essere proprio un tipo 'togo' per fare una cosa così".
"Ma come ha fatto a salire lassù"?

Qualcuno ha già iniziato la merenda, sono seduti in cerchio vicino alla sponda del fiume. Commentano le emozioni del tuffo: discorsi da uomini.
A Piero rimane una pulce nell'orecchio. Si avvicina all'imbocco del ponte, da dove parte l'arco della capriata. Il difficile è salire il primo tratto, la pendenza è molta, ma ci sono i grossi chiodi ribattuti: si riesce a fare presa.
Non che gli piaccia fare l'eroe di fronte agli amici, ma è una specie di sfida a se stesso. Poi non soffre di vertigini.

Afferrandosi con le mani al bordo delle putrelle e spingendo con i piedi riesce ad arrivare lassù. Un po' come aveva visto fare da degli indigeni che salivano sulle palme in un film di pirati.

E' altissimo, sente un brivido sotto la pianta dei piedi. Si accuccia per sicurezza.
"Cosa fai, sei matto? Scendi, scendi!" Le voci degli amici gli arrivano lontane.
Adesso o mai più. Un breve attimo di indecisione e giù. Il tempo sembra cambiare il suo ritmo. Vede gli amici laggiù, la campagna tutt'intorno, una barchetta appena dopo la curva del fiume, un aliante che decolla trainato da un Piper. L'acqua si avvicina piano. Poponf tante bollicine. Quanto fondo è andato, non torna più su. Poi l'aria e il sole. Bello, bellissimo. L'aria ha un sapore meraviglioso.

"Tu sei matto, non hai tutte le rotelle a posto" però si accorge che lo guardano con ammirazione ed invidia. Un pensiero gli attraversa la mente "Pensa se fosse passato un treno. Sarebbe stato il massimo. Chissà come vibra l'arcata lassù".

Si stende al sole; i commenti continuano, ma Piero non li sente più. Sente il sole sulla pelle, il sapore dell'aria, il ronzio degli insetti, il motore del Piper lontano, il rumore dei remi della barchetta che passa davanti a loro. "Fatta, fatta. Ce l'ho fatta."

Quella sera avrebbe dormito benissimo. E' un po' più forte. Ha superato la sfida. "Ma quale sfida, nessuno lo aveva sfidato. No, non è vero" pensa. "La sfida c'è stata. E' una sfida strana che ogni tanto una vocina da dentro gli lancia: 'tu non ce la fai, tu non ce la fai'. E' sempre quella più difficile".

"Piero cos'hai, ti senti male? Non parli più". "No, no, Mauro, stavo solo pensando: la vita è bella, proprio bella".

 

Un poeta (58)

Il suo insegnante d'Italiano si chiama Alessi, Giulio Alessi ed è un poeta. Ma questo ancora Piero non lo sa, lo scoprirà molti anni più tardi.
E' il primo professore che non disdegna i suoi temi. Una volta gli ha dato anche un otto. Piero è rimasto molto sorpreso, era abituato solo a critiche e spesso gli veniva detto che era andato "fuori tema".

"Come è andata la festina a casa di Pino"?
"Bella, bella, ho conosciuto una bellissima ragazza, si chiama Elettra, abbiamo ballato sempre insieme. Ma non sono riuscito a baciarla".
"Chi ha portato i dischi"?
Sono tutti fuori dall'aula, è l'ora dell'intervallo. Qualcuno fuma una sigaretta, Piero ne offre sempre agli amici, lui fuma già da molti anni.
"Io ho portato il quarantacinque di Paul Anka: You are my destiny. E' un 'lento' bellissimo. Ed anche quello di Sidney Bechet: Star dust. E conosci quello di Harry Belafonte: Island in the sun"?
Drrrin: la campanella. Tutti in classe. Compito d'italiano.

Alessi dava sempre dei titoli molto belli, ma anche lui a volte non aveva molta voglia di pensare. Il tema di oggi - il titolo esatto Piero non lo ricorda- ma pressappoco dice: "Come vedi il tuo futuro".

Piero ha scritto molto, soprattutto si è dilungato in una specie di proporzione.
La proporzione era questa: se ieri pensavo di diventare così o colà ed invece oggi sono in una maniera diversa, non certo così come avevo immaginato, allora anche per il futuro accadrà la stessa cosa. Penso di diventare chissà chi ed invece semplicemente sarò molto meno di quanto penso ora. Si è spinto fino ad immaginarsi papà. Ed ha scritto qualcosa del genere: "Sentirmi chiamare papà mi risulta molto difficile. E' come se una parola che ha un contenuto sacro fosse applicata a me che di sacro non ho nulla. Non me la sento addosso.
E poi gli anni, quanti anni. Lontano inaccessibile futuro. E poi il passato sembra ieri ed invece il tempo dei fiori di bosso è lontano, lontano".

Campanella, tutti si affrettano a consegnare i fogli protocollo. Alessi è seduto alla cattedra "Bene babbioni (il professore si riferisce ad un tipo di scimmia non molto intelligente), ci vediamo lunedì. Non so se riuscirò a correggerli tutti per quel giorno".

Le scale, qualche sigaretta accesa, il braccio sulle spalle di un compagno, i libri tenuti insieme da un elastico. Fuori c'è il sole.
"Elettra, quella bionda con gli occhi verdi"?
"Sì, proprio lei"
"Mah - Piero - quella non bacia mai nessuno".
Un sottile dolore lo attraversa e pensa: "Mai nessuno? Beh io devo riuscirci. Io non sono mica nessuno".

Il professore arriva con un pacco di fogli protocollo. Tutti in silenzio. Alessi commenta sempre i temi e non fa sconti a nessuno, è spesso tagliente e sarcastico.
Arriva il turno di Piero: "Niente da dire, devi scrivere un po' meglio, la tua grafia è spesso incomprensibile". Non aggiunge altro, non un commento sul contenuto. Piero coglie una impercettibile incrinazione della voce del professore che, con un dito, sfiora la parte esterna dell'occhio destro. Boh, che strano. Sul retro del foglio, in matita blu. Nove.

"Che cosa hai scritto per prendere nove"? Mah. Piero non capisce, però è contento. Quando esce dall'aula saluta con la mano il professore che lo guarda appena e risponde con un lieve cenno della mano.

Molti, ma molti anni dopo Piero trova in una libreria di Remenders un libro dalla copertina bianca. "Le poesie" di Giulio Alessi. Apre a caso pagina 136: Riposo.


Nel canneto c'è un fragile ponte
di legno; così il mio passaggio.
Una mano da stringere,
un frutto nella notte,
un'illusione fuggente,
e poi a contare le primavere
senza più la tristezza
e il rumoroso silenzio delle inutili parole.

Anche Piero asciuga una breve lacrima con il dito della mano destra.
Strani i disegni della vita, sottili i fili che la tengono insieme. Quella ragazza di nome Elettra Piero non la baciò mai.

 

Lo spillo (58)

Il bus è il numero nove. Ferma proprio prima del ponte. L'argine corre per un po' diritto poi gira a sinistra facendo una larga curva e termina alla confluenza con un altro fiume. La lingua di terra tra i due fiumi è coperta di vegetazione, soprattutto pioppi.

E' la prima volta che escono insieme, si chiama Dori, frequenta una scuola vicino a quella di Piero. "Ciao mi chiamo Piero, facciamo un pezzo di strada insieme?" "Sì", e le gambe di Piero hanno cominciato a tremare. Si erano conosciuti così.

E' bionda e porta i capelli raccolti, ma qualche ciuffo cade disordinato. La pelle è bianchissima e le mani sono sottili e curate. E la voce. Ah, la voce è stupenda. Bassa e roca. Quando ride, e lo fa spesso, non emette quello stupido hi hi come le sue compagne, ma una sorta di ho ho ho ripetuto tre volte. Quel riso lo ha affascinato.

E' fine estate, Piero è tornato da poco in città e lei ha accettato di uscire. Camminano lungo l'argine e si tengono per mano, l'erba è alta, alcuni fiori gialli costeggiano il sentiero. Sono quelli che poi formano una leggera pallina di semi fatti come i paracadute. Qualche insetto fa sentire il suo volo nel silenzio della campagna. Si siedono sul limitare della lingua di terra alla confluenza dei due fiumi, sotto un pioppo.

Il sole, di quel giorno dei primi di settembre, è ancora caldo. Uno spillo chiude la scollatura della camicetta, un po' sopra il primo bottone. L'acqua fa un lievissimo rumore, il ronzio degli insetti ora è più forte ora è appena percettibile.
La testa gli gira. Da un basso ramo pendono alcune foglie che dondolano lentamente. Piero allunga un braccio e appunta lo spillo sulla foglia proprio sopra la sua testa.

"Ciao, ti posso telefonare domani"?
"Sì, chiama un po' prima di cena, verso le sette e mezzo". Il cuore batte forte e corre verso casa. La vita è bellissima.

Poi arriva l'inverno.

Forse quest'anno non avrà materie ad ottobre.
All'improvviso ha scoperto che, contrariamente a quanto pensava, le cose le capisce benissimo, specie matematica e scienze. Un po' meno l'inglese, qui ha appena la sufficienza.

La primavera, esplosa all'improvviso, lo rende un po' svogliato. Non si applica nello studio, pensa sempre ad altro. Specie a Marilena.
L'ha conosciuta ad una "festina" a casa di Pino. E' bellissima, sempre sorridente, solare e "generosa". Ha uno strano modo di parlare: usa spessissimo, e a volte a sproposito, l'avverbio "quindi". A Piero piace questo vezzo.

L'autobus è lo stesso: il numero nove. Anche l'argine è quello, il posto gli piace molto. Quei due fiumi gli fanno sognare posti esotici e meravigliosi. Marilena si siede sotto l'ultimo pioppo, le foglie sono verde chiaro, ancora piccole. Piero si stende, incrocia le mani sotto la testa e guarda il cielo. E' uno smalto azzurro abbagliante, uniforme tra le foglioline.

Una foglia bruna è rimasta appesa ad un ramo, allunga il braccio, la stacca: è quella. Lo spillo è ancora lì, un po' ruggine, ma è lì.

Un lampo gli attraversa la mente. Quanti giorni, quanti minuti, quanti secondi. Tutto passato. Lo spillo: era ieri, è passato un anno. Le dita che lo toccano sono le stesse. Piero è lo stesso.
No non è possibile quel Piero non c'è più. Quello impazziva per Dori. Chi è Piero? Quello o questo? Che differenza c'è? E' lo stesso, ma contemporaneamente un altro. Il mistero del tempo getta il suo seme nella mente di Piero.

Marilena gli sfiora una mano, Piero le sorride, infila la foglia con lo spillo in tasca. Avvicina il viso a quello di lei.
Al tempo ci penserà domani.

 

Il primo esame (61)

Per tutto l'invero e la primavera Piero si è alzato molto presto. E' già giugno.
Alle sei suona la sveglia. La casa è nel completo silenzio, la caffettiera borbotta, i gatti si strusciano sulle gambe.
Apre le finestre, il profumo dei tigli entra discretamente in camera, un gatto si accomoda accanto al libro. Ultimo ripasso del teorema di Weierstrass e corollari.
Ci sono alcune dimostrazioni, come questa, che a Piero piacciono molto: le trova agili, eleganti. La bellezza è anche in un teorema di matematica.

"Prego signor … si accomodi".
Oggi c'è proprio lui che interroga, niente meno che Scorza Dragoni. Abito nero, farfallina nera su una camicia bianchissima, capelli folti e bianchi, e occhi… ciò che impressiona sono proprio gli occhi: due punti che ti perforano. Ha appena rifilato due "dodici".
Sulla cattedra è posata una lavagna, un gessetto ed un cancellino.
"Non ci sono errori nella prova scritta. Vuole sottoporsi all'esame orale"? Piero consegna "libretto" e "statino". Deglutisce.
"Mi dimostri il teorema di Pincherle-Borel". Il gessetto inizia a scrivere e prosegue senza esitazioni.

Piero non se ne è accorto, ma sono già passati più di quaranta minuti.
"Bene Signor … vediamo se posso darle la lode"
Un attimo di vertigine: la lode?
"Mi definisca il massimo comun divisore tra due numeri interi ordinari".
"Il massimo comun divisore d dei numeri interi ordinari a e b, dei quali quello al denominatore non è nullo, è ecc."
"Prego"?
"Mi correggo. Il massimo comun divisore d dei numeri interi ordinari a e b, non entrambi nulli, è ecc.".

La giornata è radiosa, il cielo luminoso. Tutto gli sembra bellissimo. L'ufficio del papà è poco distante.
"Ciao papà, trenta, ho commesso un'imperfezione. Peccato". Il papà lo guarda attraverso le spesse lenti, i grossi baffi nascondono un sorriso.
L'aria profuma di carta stampata, il ticchettio delle macchine compositrici è continuo, entra Bruno "Giorno Commendatore, ciao Pucio, allora come è andata"?
Il papà estrae una banconota dal portafogli, Piero saluta tutti e si avvia verso casa della sua ragazza.

Tata è sul terrazzo. Piero, dalla strada la vede, alza il pollice e poi le prime tre dita della mano destra.
"Lo sapevo, lo sapevo" dice abbracciandolo. "Vieni ti preparo un caffè".
Gli gira ancora un po' la testa. Il caffè è buonissimo, il terrazzo è tutto fiorito, i gerani rosso vivo gli ricordano le rose che la mamma non coglieva mai. Il sole scalda. La felicità non è assoluta, ma, questa volta, sembra duratura.
Non scorderà mai quell'imperfezione.

 

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