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Nastri d'argento (44) Sono da poco passati i bombardieri. La grande villa di zio Guido sulle
colline è immersa nel silenzio. Dalla porta posteriore, ombreggiata
da un pergolato di glicine, Piero e le cuginette escono di corsa. Paola, dalle treccine bionde raccolte
con due nastrini, corre davanti a Piero. Sull'aia dietro la casa dei contadini, un soldato tedesco scende dal seggiolino della batteria antiaerea. Altri soldati sono seduti a terra e stanno fumando. Piero passando loro accanto li saluta con la mano. Giorni prima gli avevano regalato un grande bossolo d'ottone. Aveva un odore strano, un po' piccante. Sulla sinistra del prato c'è
un pioppo spezzato dal temporale del giorno prima. È disteso a terra,
ha un aspetto innaturale. I soldati tedeschi, seduti a terra
con la schiena appoggiata al muro della casa
dei contadini, fumano e scherzano tra loro.
Il sapore della calce (45 - 48) Il sasso ha colpito l'angolo della
casa, un pezzo d'intonaco si stacca facendo una nuvoletta di polvere bianca.
Piero mette in tasca la fionda e si avvicina per vedere il segno lasciato
dal sasso. Raccoglie da terra la scheggia di intonaco e involontariamente
la porta alla bocca. La mamma scende le scale che danno in giardino, ha in mano una forbice per potare le rose. Alcune formiche si danno un gran da fare attorno ad un bocciolo ricoperto di piccoli parassiti. "Mamma, sono buone le formiche da
mangiare"? La spiegazione è piaciuta a Piero
che continua. La mamma si siede su un gradino, posa il mazzo di rose accanto a sé e, fissando un punto lontano, inizia a raccontare. "E' successo tre anni fa, era l'estate
del 1945 e tu eri piccolo piccolo. Tutti noi eravamo da poco tornati in
città dalla campagna dove avevamo soggiornato, durante gli ultimi anni
della guerra, nella villa in collina dello zio Guido. La mamma si interrompe: un leggero
sorriso, triste ma bellissimo, le cambia il volto. Quando ha quell'espressione
è ancora più bella. La mamma si volta verso Piero, lo
guarda sorride e gli passa una mano tra i capelli. Poi volge di nuovo
lo sguardo verso un punto lontano.
La visita (51) Era la mamma che lo conduceva a fare visita alla tomba del nonno. Non la seguiva volentieri, si annoiava. Il cimitero è illuminato dal sole
di giugno, le ombre sono corte, i loro passi producono uno strano rumore
sulla ghiaia. Una lucertola è posata su una lastra
di marmo, Piero si ferma. La scritta "con tutto il nostro amore" è parzialmente
nascosta dal lungo corpo verdastro. La testa è immobile leggermente piegata
da un lato e sembra lo guardi. La galleria dove c'è la tomba di famiglia
è buia, c'è uno strano odore nell'aria, un po' piccante, sembra odore
di pepe. Sulla grande lastra di marmo rosa il nome del nonno e due date.
La mamma si dà da fare con i fiori, l'acqua, il vaso. Fuori, l'eternità e il sole di giugno lo aspettano.
Le palle di carta (45) Il recipiente è lo stesso che viene usato per preparare la lisciva. A Piero piace l'odore che esce da quel grosso mastello di legno. Per lui è profumo di pulito. E' il profumo del sabato, quando vengono cambiate le lenzuola. Ora è colmo d'acqua. Bepi vi ha immerso
alcuni giornali vecchi. Le allinea accuratamente su una tavola di legno. Ogni tanto arriva Luciana, le raccoglie in un sacco, sale in soffitta e poi sull'altana. Piero sa che è proibito salire fin lassù, ma in casa non ci sono né la mamma né la nonna. La segue, silenziosamente e senza farsi notare, su per le scale. "Bambina innamorata, stanotte t'ho
sognata…". Luciana canta e Piero la segue furtivamente. Chissà perché
canta sempre canzoni d'amore? "Sul cuore addormentata, e sorridevi
tu…", la voce rimbomba nella scale e si allontana. "Bambina innamorata, la bocca t'ho
baciata…". Non c'è via di scampo. Ormai sta salendo l'ultima rampa. "Quel bacio ti ha destata, non lo scordare più…". Luciana è buona, profuma di sapone e varechina, e canta, canta sempre. Forse non dirà niente. Sull'altana si asciugano al sole le palle di carta. Il combustibile autarchico per il prossimo inverno.
Il quattro (47) Questa mattina il tempo è proprio brutto. È una pioggia mista a neve. Scende di traverso: si sente il suo rumore sui vetri. Piero appoggia il viso alla finestra, un lieve alone si forma sotto il naso: "Che scusa posso trovare per non andare a scuola"? Sa che è un pensiero inutile, la mamma non ci cade mai. Guarda suo fratello che è ancora sotto le coperte, lo invidia un po': lui non va ancora a scuola. Beve il latte con il cacao di malavoglia. I calzettoni di lana pizzicano un po'. Gli cade un pezzo di pane e marmellata nella tazza. Uno schizzo gli macchia i calzoni. Anche Luciana è di malumore stamattina. Una buona notizia: sarà accompagnato a scuola in auto. Bruno, l'autista del papà, è arrivato in anticipo. La mamma gli infila il cappotto, gli tira su il bavero e gli dà il cestino con la merenda. Bruno ha già messo in moto. Piero ha un dubbio: il numero quattro
si scrive con la cuspide a sinistra o a destra? Cerca di ricordare la
pagina del libro, quella con i numeri, ma non riesce a ricordare il quattro.
Sono già arrivati. Bruno scende e
Piero lo prende per mano. Lo porta davanti al portone del collegio e con
il dito mima sul legno il segno del numero. Lo traccia prima in un modo
poi nell'altro. "A sinistra! Ma è la punta che va a sinistra o è il numero che sta a sinistra della punta"? La campanella suona, tutti si affrettano verso le classi. La porta è la prima a sinistra: è grigia e alta. Piero arriva a malapena alla maniglia. La suora è già in classe, sono già tutti seduti. Una breve occhiata di disapprovazione. "Quaderno a quadretti, penna e attenti
alle macchie. Scrivete i numeri dall'uno al dieci". Dalla penna, pietosa come una lacrima, scende una goccia d'inchiostro. Ci mancava anche questa.
Le scuole sono finite (47) Le scuole sono finite, è il primo pomeriggio. Nell'aria sole e profumo di tigli. La mamma l'ha portato a fare visita
alle cuginette. La grande villa è immersa nel silenzio. Piero si annoia ad aspettare. La mamma legge una rivista. L'autista che li ha accompagnati ha seguito il giardiniere sul retro della villa. Un po' più a sinistra un pino
ha i rami che scendono fino a terra. Sul ramo corrono in fila alcune formiche, qualche insetto ronza vicino, più distante frinisce una cicala. Nell'aria un profumo misto di tiglio e di resina. Dal portone centrale escono le cuginette
e lo zio Guido. C'è anche Paola con le treccine bionde fermate da due
nastrini rosa. E' tutta vestita di rosa. Piero scende velocemente dal
pino. Corre incontro a Paola. E' bella, profumata, pulita.
Il signore della cantina (48) Ha un bel cognome. Perlomeno a Piero
piace: si chiama Casagrande. Quest'inverno è molto, ma molto freddo.
Piero studia in cucina, lì fa un po' più caldo. Bepi sta facendo il bollito,
i vetri sono appannati e l'aria odora di sedano e di brodo. Arriva la mamma, ma non sale subito in casa, prima si attarda un bel po' in cantina. Chiama anche Luciana che scende ad aiutarla. "Vieni Pucetto che ti presento un signore". Un signore in cantina? Boh, che strano. E' piccolo, molto vecchio, i capelli
giallo-bianchi e una barba strana. Non è come quella dello zio: liscia,
ben curata e solo sul mento. Né come i baffi del papà: forti, delimitati
alla perfezione e color pepe-sale. E' invece corta ispida e sembra anche
un po' sporca. La mamma invita questo signore a salire
per la cena, ma lui rifiuta categoricamente, "Gentile signora, preferisco
mangiare qui giù, se per voi non è un disturbo. Un po' di brodo è proprio
quello che ci vuole". Piero è sempre più sorpreso. Oggi è una brillante giornata di fine gennaio, piena di luce, ma gelida. Piero torna da scuola. Cammina accanto al marciapiede, l'erba che cresce sul bordo della strada scricchiola sotto i piedi. Gli piace sentire quel rumore. L'aria profuma di freddo, alcuni prati sono ancora bianchi di brina. Specialmente a ridosso dei muretti che delimitano i giardini Dopo il pranzo la mamma invita il
signore della cantina a salire per il caffè. Si accomodano in salotto
e dopo un po' Piero sente alcune note al pianoforte. Prima incerte, poi
via via più sicure. Infine sente una melodia che riconosce. Piero, qualche giorno prima, era andato a spiare quando era sicuro che fosse uscito. Nella cantina, a ridosso del locale della caldaia, c'era una brandina, un grande fagotto e due gavette metalliche da militare. Il signore dormiva lì. E' primavera. Alla sera non c'è più
bollito, ma pollo arrosto con le patate. Piero ne è felice. "Mamma, dove
è andato il signor Casagrande"? "E' partito, ha detto che non può fermarsi
molto in un luogo". Quella brandina rimarrà in cantina per alcuni anni. Poi la mamma la ha fatta togliere.
Le domande (49) C'erano molte cose che Piero non capiva. Due ore del pomeriggio sono dedicate
all'insegnamento della religione. Piero e i suoi compagni di classe sono
ancora accaldati per aver appena finito di giocare a "bandiera". Tante braccia alzate, alcune domande
si accavallano. Anche Piero ha una domanda, non alza completamente il
braccio, muove lentamente la mano. Alle quattro tornano a casa, Mauro
e Piero hanno da percorrere un tratto di strada in comune. Sono amici,
giocano spesso insieme. La loro maestra è una suora: si chiama
Ausilia. E' un nome strano: la mamma ha detto che significa "che aiuta".
Suor Ausilia spiega, confondendo forza
gravitazionale con forza centrifuga: "Se fai ruotare abbastanza velocemente
un secchiello, l'acqua al suo interno non esce". Restano ancora molte cose che Piero non capisce.
Il sasso (49) La mattinata è veramente fredda.
I rami degli alberi sono ornati di bianco. Un'ultima ragnatela sul roseto
sembra un pizzo di Burano. L'aria profuma, profuma di freddo. Appena imboccata via Cadorna, sulla
destra, c'è un piccolo campo di terreno incolto. Seminascosti tra i cespugli bianchi
ci sono tre ragazzotti, fumano e giocano con le fionde. Uno di loro vede
Piero, mette un sasso nella curamella (la borsa della fionda) e
prende la mira. I movimenti delle gambe non sono così
sciolti e istintivi, deve comandarli con la volontà. Come se il corpo
volesse scappare e lui lo obbligasse a camminare con disinvoltura. Quel sasso non gli ha fatto male,
non gli ha procurato dolore. Gli ha fatto un male diverso. Che male? I compagni di classe lo salutano;
tutti in fila si entra dal portone.
L'operazione (52) Luciana deve essere operata. La mamma l'ha accompagnata a Bologna. Deve sottoporsi ad un intervento al piede. Papà dice che sarà una cosa lunga e tornerà, forse, tra un mese o più. Piero e suo fratello sono tristi. Una nuova cameriera prenderà il posto
di Luciana per tutto il periodo della sua assenza. Piero e suo fratello stanno facendo i compiti sul tavolo della cucina. Piero legge la storia di Roma, oggi tocca a Giulio Cesare. Suo fratello scrive in corsivo su un quaderno dalle righe larghe. Sul tavolo le due cartelle, alcuni libri, due astucci, le squadrette ed una riga. "La Gallia è divisa in tre parti…". Tutti i mobili della cucina sono di color verde pallido, il marmo della tavola è bianco ed ha un angolo scheggiato. Ci sono cose che Piero non capisce ma non osa più chiedere. Quando lo aveva fatto, suor Ausilia, la maestra, lo aveva guardato con occhi strani e raramente gli aveva risposto. Perché la Francia non si chiama più Gallia se è la stessa terra? Perché se tutti parlavano latino oggi ogni stato ha la sua lingua? E, soprattutto, come ha fatto il latino a trasformarsi in italiano? "Psss" si sente chiamare da
suo fratello. Bianca sta riponendo alcune stoviglie nell'armadio a vetri,
è chinata in avanti. Con la stecca da disegno Sisi le ha sollevato le
gonne. La Gallia, i mappamondi, la Gallia,
i mappamondi… Piero ci prova, ma il pensiero torna invariabilmente sui
mappamondi. Quelle due cose bianchissime: vorrebbe rivederle, toccarle.
Un'altra domanda alla quale sa già che non avrà risposta. Anche perché non oserà mai porla. Perché, se Cesare era così potente e aveva tutti ai suoi piedi, si dedicava alle guerre e non ai mappamondi? Suo fratello ha ripreso a scrivere in corsivo. Bianca è uscita dalla cucina. Piero, un po' rosso in volto, cerca di capire cosa abbia spinto Cesare a fare tutto quello che ha fatto. I mobili sono sempre verdi, il marmo è bianco. Come i mappamondi.
Il re dei nanetti (49) A Piero non piace la recita. Ma ogni
anno deve comunque subire il supplizio. Suor Letizia, per esempio, non allestisce
una recita, bensì un quadro - lei lo chiama così. Quest'anno la sua classe mette in
scena "La tribù di nanetti". Alacremente cantando lavorano nel bosco insidiati
dal lupo cattivo che alla fine verrà sconfitto. Il costume lo confezionerà la mamma
con le sue mani. Ha scelto del panno verde per le calze, le scarpe a punta
in sù e la giubba. Invece, per il pagliaccetto ed il cappello a
sei punte, della stoffa lucida gialla. Sul cappello ha applicato anche
dei campanellini. Le prove si protraggono per una settimana.
Il panno verde è fastidioso: è ruvido sulla pelle. Invece il raso giallo
è liscio, lucente e molto gradevole al tatto. Dicembre, piove: è il giorno della recita. Assisteranno sia la mamma che la nonna e, forse, verrà addirittura il papà. "Ho dimenticato qualcosa?" Piero
ha la spiacevole sensazione che non sia tutto a posto. Insomma è andato tutto bene. Anche il papà ha applaudito. Piero lo ha individuato subito tra il pubblico. E' alto, bello, con gli occhiali e i forti baffi. Una faticaccia, ma è finita. C'è solo uno spiacevole strascico: da quel giorno quelle pettegole delle sue compagne lo prenderanno in giro chiamandolo "Re dei nanetti". Ha proprio ragione ad odiare le recite.
Anchorage (50) Quando lo zio tornava da un viaggio Piero era contento. Non solo perché lo zio è allegro e tutta la casa sembra prendere nuova vita, ma soprattutto perché porta sempre qualche giocattolo. Bepi ha riassettato e arieggiato la stanza del paronsin: è così che anche lo zio viene chiamato. La nonna è allegra ed agitata, Luciana, sotto le direttive di Bepi, è davanti ai fornelli. Piero è in terrazza che aspetta di vedere il taxi arrivare. La nonna aveva detto che la rotta
dell'aereo passava sopra il polo, faceva scalo ad Anchorage e l'aereo,
un quadrimotore, aveva un nome bellissimo: si chiamava Super constellation.
Una Fiat 1400 verde e nera si ferma
sotto casa. Il taxista scarica le valige, lo zio si prende cura della
voluminosa custodia del violoncello. Bepi scende per prendere i bagagli. Lo zio torna dal Giappone. La nonna, la mamma e lo zio vanno in salotto. Piero va in cucina con Bepi: deve aspettare. C'è un buon profumo di limone e noce moscata, oggi si mangiano i tortellini in brodo all'uso di Romagna. Il pacco è grande, la carta è
gialla e non c'è il nastro. Piero ha le mani appoggiate al tavolo,
muove continuamente i piedi. Lo zio estrae una scatoletta metallica con
una manovella, un lungo cavo e un elicottero bianco con un disco rosso.
La cena è finita, Piero va a letto, spegne la luce. L'elicottero è pronto, si chiama Super constellation, è diretto ad Anchorage e poi farà rotta verso il polo.
Il santino (49) La mamma gli ha appena comprato un grembiule nuovo. Nero, lucido, con la cintura solo dietro - papà gli ha detto che si chiama "martingala" - e con il colletto bianco inamidato. Tre striscette rosse sul taschino indicano che è in terza. Un grande fiocco azzurro completa il colletto. Insomma Piero ne è orgoglioso. Tutti in fila per due si stanno recando nella chiesetta del collegio per le preghiere. E' la cosa più noiosa di tutta la mattinata a scuola. Suor Ausilia cammina di fianco a loro: "Abbiamo visto che hai il grembiule nuovo! Non è necessario che cammini così impettito". Piero diventa tutto rosso mentre Paolo fa un piccolo sogghigno. Tutta l'eccitazione per il regalo svanita in un attimo. In classe c'è un tabellone. Ogni bambino
è individuato da una barchetta di colore diverso. Quella di Piero è bianca
e gialla. La barchetta avanza di una posizione ogni volta che l'alunno
compie una "buona azione". La barca di Piero è sempre tra le ultime. Piero ha salvato due passerotti, li
ha alimentati con briciole di pane bagnate nell'acqua. Li ha fatti crescere
finché sono volati via. Ma tutto ciò non gli ha procurato alcun punteggio.
Non racconta più alla suora quelle che lui ritiene "buone azioni". Ha capito che Suor Ausilia le valuta in modo diverso da lui. Tutti hanno fatto la comunione, Don
Antonio ha ripreso a celebrare la messa. Sono tutti con il capo chino.
"Questa volta alzo la testa per ultimo" sbircia attraverso le dita i compagni
vicini. Qualcuno si è già alzato in piedi. "Aspetto ancora un po': voglio
proprio vedere se non ce la faccio". Suor Ausilia è nell'ultimo banco.
Quando pensa di aver aspettato abbastanza Piero alza la testa. Gli occhi
gli bruciano un po': li ha tenuti troppo tempo chiusi, serrati. E' maggio: il mese dei "fioretti". Ogni bambino deve portare a scuola un fiore: simbolo della purezza e delle buone azioni compiute. Piero sta giocando a "scalone"con
il fratellino, non gli piace tanto, ma è l'unico gioco che può fare con
Sisi. E' di salute cagionevole e non può stancarsi troppo. Per di più
ogni tanto deve sbagliare a lanciare la mattonella di pietra, altrimenti
il fratello piange e dice che Piero imbroglia. Comunque è una bella giornata,
l'aria profuma già di fiori di bosso e di rose. I due passerotti se ne
sono volati via e Piero è contento. Quel "santino" Piero non lo riceverà mai. Ma le rose rifiutate le ricorderà per sempre.
Il prosciutto (51) La mamma ha preparato una cesta di vimini e sul fondo vi ha posto un panno bianco. Piero scende in cantina dove si trova
la caldaia, la porta è aperta. La cesta è accanto alla caldaia. La Moma deve avere i gattini. Quando scende in cantina vuole avere accanto la mamma. La chiama e, se la mamma ritarda, torna in casa protestando. Con Piero scendono la Moma in testa,
seguita dalla mamma, per ultimo lui, due o tre passi indietro. Moma lecca di continuo i tre nuovi arrivati e poi fa una cosa strana e un po' schifosa. Si mangia quei tre sacchettini rossi. La mamma guarda Piero: "Hai visto? E' così che si nasce. Avvicinati pure, ma non toccare i gattini. Se vuoi puoi accarezzare la Moma". La gatta ronfa ed è stesa su un fianco. I tre gattini sono già attaccati alla sua pancia e fanno lo stesso movimento che fa la Moma quando è in braccio a qualcuno: muovono ritmicamente le zampette davanti. Fuori si sentono cantare i merli, dalla finestrella entra un raggio di sole che illumina di giallo il pavimento di cemento grigio. Piero esce dalla porta del garage, vuole raccontare la novità a Titto. Forse nascono così anche i leopardi dei loro giochi. Da quel giorno Piero non avrebbe più mangiato il prosciutto crudo.
La differenza (48) Al piano di sopra abita una famiglia
strana. Piero ed Elena giocano spesso insieme.
Lei vuole giocare a "casetta", lui con la fionda e l'arco. La via di mezzo
è lo "scalone". È una calda giornata di giugno e,
per stare al fresco, hanno disegnato le caselle dello scalone sul pavimento
del garage. Per raccogliere la mattonella Elena
si china e a Piero torna in mente un vecchio dilemma. La ricerca incuriosisce entrambi. Subito scoprono dov'è la differenza. È proprio lì dove se lo aspettavano. La cosa li diverte e decidono di approfondire la conoscenza. Dalla scala interna Piero sente scendere
qualcuno. "Piero, Elena venite su, la merenda è pronta". La mamma guarda Piero e sorride impercettibilmente. Salendo la scala gli dà un lieve buffetto sul fondoschiena.
Gli ospiti (53) A Piero il sabato piace proprio. È giorno di bagno. Luciana, con una cesta di vimini,
scende in cantina a prendere la legna. Accartoccia qualche pagina di giornale,
la copre con piccoli legnetti e accende un fiammifero. Quando la fiamma
è bella alta vi pone sopra, con delicatezza, alcuni pezzi di legna più
grossi. Piero e suo fratello entrano nella
stanza da bagno in mutande. Il bagno è bello tiepido. Accanto allo scaldabagno
una cesta con alcuni pezzi di legno, giornali vecchi e una grossa scatola
di fiammiferi. La cosa divertente è quando Luciana
lava loro la schiena. La spugna è morbida e le mani della cameriera sono
delicate, non fa mai un movimento brusco. La spugna gira e gira tra le
spalle, scende sui fianchi e anche un po' più giù. Non è solo gradevole,
c'è qualcos'altro. Corrono immediatamente in camera loro.
La scatola è al suo posto. Piero la scuote un po' e sente che gli ospiti
ci sono ancora. Sente il leggero ticchettio dei loro passi. Luciana li guarda con sospetto: "Cosa
avete combinato"? Entrambi fanno scena muta. "Beh, prima o poi lo scoprirò".
Non rividero più quei tre topolini.
Gli strani signori (48) Uno Non manca molto all'estate. Il fiume forma una piccola cascatella proprio sotto il ponte. Lì l'acqua è più profonda e, appena oltre la cascata, è quasi ferma: verde e trasparente. Si vede il fondo e, a volte, si vedono anche dei pesci. Piero si appoggia al parapetto e cerca di individuarne qualcuno. Alle sue spalle sente abbaiare. Due
volte, "Hau, hau". Si gira subito: gli piacciono i cani. "Nonna, nonna, ho visto un signore
che abbaia", la nonna gli passa una mano tra i capelli "E' vestito in
modo bizzarro ed ha una bicicletta?" La spiegazione non lo soddisfa molto.
Piero si è accorto che molto spesso gli viene detto un vocabolo nuovo,
in questo caso: "trauma". E così, i grandi, pensano di avergli tolto i
dubbi. Come se nella parola ci fosse dentro anche la spiegazione a tutte
le sue domande. Due Si chiama Gaetana. La mamma gli ha detto che ha una malattia che si chiama "elefantiasi". Anche in questa occasione non sono arrivati altri particolari, ma in questo caso la parola sembra contenere già una qualche spiegazione. Piero la vede al di là della strada,
proprio davanti al fruttivendolo. Sta prendendosi delle mele: nessuno
mai vuole essere pagato. Lei vive così. Un'auto rosso mattone è parcheggiata
a fianco del marciapiede. E' un'Aurelia B 20, Piero sbircia dal finestrino.
Il tachimetro arriva a 220: è una velocità pazzesca. Quella del papà,
l'Alfa 1900, arriva fino a 180. Gaetana è ancora ferma lì, Piero continua
a camminare dall'altra parte della via. Lei è sempre davanti al fruttivendolo,
è in sella alla sua bicicletta, non ne scende mai. Ai lati del manubrio
due sacchetti di tela. Ma la particolarità è che non ci sono né i pedali
né le pedivelle. Per muoversi usa i piedi: si spinge. Finalmente arriva all'angolo della
via, gira a sinistra. Pochi passi e tra poco è a casa. Tre Suona sempre il campanello più di
una volta. Pedala con vigore e fischia, fischia sempre. Il suo veicolo
è un triciclo. Il piano di carico è sul davanti ed è sorretto da due ruote.
Piero fatica a capire come si possa sterzare. Per mestiere fa il fattorino: molti
commercianti delle bancarelle in "Piazza delle Erbe" si rivolgono a lui
per le consegne. E' sempre vestito da militare. Come i militari della
prima guerra: quelli con le fasce alle gambe. Ernesto, così si chiama, è simpatico,
sempre allegro e fischia. Piero ogni tanto gli regala delle monete: è
la nonna che gliele mette in mano e lo invita a portale ad Ernesto. Piero sta interrogando Bepi sul nome
di quella malattia: "Si chiama silf... e poi non ricordo. E' una malattia
delle gambe"? Bepi guarda verso il soffitto "Oh Signore Iddio, cosa
diseo paronsin. E' una malattia che di solito prendono i soldati,
i a ciapa dae femane": Bepi ha sempre un accento un po' velenoso
quando parla delle donne. Il giorno successivo tutti i commercianti delle bancarelle si sono autotassati ed hanno acquistato un triciclo nuovo fiammante.
L'odore del sapone (50) I compiti sono finiti. La poesia la ricorda a tratti, ma basterà un ripasso. C'è l'arco da finire. Lo spago di canapa è resistente e
sottile. Piero scende in cantina a prendere
i suoi attrezzi. Un breve corridoio. Poi la porticina
che da accesso, dal retro, al garage. "Dille che non sarà più sola....". E' molto chinata. Piano piano Piero si avvicina, Luciana
non lo ha sentito arrivare. Si accuccia, le due bianche cosce lo paralizzano.
Luciana, le mutande, il profumo di pulito e la canzone si fondono insieme. "Cosa fai lì sotto? Sei come un gatto, non ti ho sentito arrivare". Piero diventa tutto rosso, balbetta "Scusami, scusami". Lei sorride "Corri, corri, vai a giocare stupidino". L'arco lo aspetta, le mani gli tremano un po'. La legatura non viene bene. Sarà meglio finirlo più tardi. Dal garage viene il canto di Luciana "Diglielo tu che tornerò…"
La contessa (49) L'albero migliore è il bosso. Non
è molto alto e i suoi rami formano a volte delle biforcazioni perfette.
La seconda operazione consiste nel segare il ramo prescelto senza farsi vedere né dalla mamma né dai vicini. Ma questo, per Piero, non è mai un problema. Piero scende in garage di corsa. Ora
deve far sparire la parte terminale dei due rami. La siepe stessa è sempre
un buon nascondiglio. Con la fiamma del gas toglie i residui
della lavorazione delle parti terminali. Dopo la scoperta di un negozio che
vende prodotti in gomma e che fornisce elastici perfetti non è più necessario
cercare una vecchia camera d'aria di bicicletta. Piero aveva trovato in cantina due piatti in alluminio che erano diventati i bersagli preferiti. Il bello è il rumore che fanno quando sono colpiti. Non lo diceva agli amici, ma era orgoglioso di avere sempre la fionda più bella. Su questa ha fatto anche alcune incisioni decorative. Il tutto è nato da una scommessa.
Piero sa che la mamma, se lo avesse saputo, lo avrebbe castigato e nemmeno a lui piaceva colpire gli uccellini, ma quella volta la sfida ha avuto il sopravvento. Plog, il sasso colpisce la
grondaia. Il passero vola via, ma il rumore gli è piaciuto molto. La villa è una specie di castelletto.
Le finestre sono tutte bifore. Il primo piano è in mattoni a vista mentre
i due piani superiori sono decorati con un disegno geometrico, un giglio
fiorentino stilizzato: rosso e beige. Un sasso colpisce una formella e lascia
un buco nero sulla grande vetrata. Il gioco viene da sé: chi colpirà le
formelle più vicine a quella già centrata? La punizione arriva, la mamma è molto seria. Piero non l'ha mai vista così. "Andrai a chiedere scusa alla contessa". Piero è rosso in volto, ma non osa replicare. Il salotto della contessa è tutto in legno nero. Due grandi librerie con le ante in vetro opaco incombono a sinistra. Dietro la grande scrivania la contessa è tutta vestita di nero, solo un piccolo pizzo bianco spunta dal collo: "Vi ascolto Piero, cosa avete da dire?". La sedia savonarola è scomoda e dura.
Piero si sente piccolo piccolo, tiene le mani sulle ginocchia, non osa
alzare lo sguardo "Sono stato uno sciocco, è stato uno stupido gioco.
La prego di…" Piero non dimenticherà mai quegli occhi. Grigi, fissi, inespressivi. Lo hanno fatto sentire un verme, anzi ancora meno: un nulla. Punizione peggiore la mamma non poteva trovarla. Chiude il grande cancello di ferro
battuto dietro di sé. La testa gli gira un po', attraversa la strada e
rientra nel suo giardino. Dalla siepe arriva un leggero profumo di fiori
di bosso.
La gara (51) La cosa più difficile è trovare due cuscinetti a sfera uguali. Il terzo può essere diverso. L'unico posto dove cercarli è dal
meccanico. L'officina è poco distante, vi si aggiustano bici e moto. C'è un bidone dove il meccanico butta i pezzi non più utilizzabili. Con trenta lire lo lascia prendere ciò che vuole. Ci vuole pazienza e costanza. Ogni due o tre giorni Piero va a rovistare nel bidone. Per il mozzo dell'asse posteriore va bene un manico di scopa giustamente accorciato. In cantina ci sono alcune casse di legno molto robuste, sui lati delle quali ci sono delle scritte in inglese. La base di una cassa è un ottimo pianale. Due lati devono essere segati per arrivare alla forma voluta: un trapezio. Il grosso problema è la costruzione
del manubrio su cui va fissato il terzo cuscinetto: quello che farà da
guida. Ci vuole un perno robusto per permettere al manubrio di girare.
La costruzione prenderà molto tempo. Gli attrezzi di cui dispone Piero
sono pochi: una tenaglia, una pinza, due cacciaviti, una raspa ed una
sega. E' umido e fa freddo, dalle finestrelle del garage entra poca luce, l'aria odora di nebbia, benzina e sapone da bucato. La primavera è lontanissima. Bisogna arroventare il tondino di
ferro per praticare il buco. Le soluzioni sono due. O usare la caldaia,
ma bisogna stare molto attenti perché è facile che il tondino
fonda. O salire in cucina e usare i fornelli a gas, in questo caso molte
cose devono coincidere e andare per il verso giusto: la
mamma deve essere uscita, Luciana deve essere impegnata nella pulizia
delle stanze e Bepi deve essere fuori casa per la spesa. Poi è necessario
arieggiare la cucina per non lasciare traccia dell'odore di legno bruciato.
Piero ha trovato della carta vetrata e sta lisciando i bordi del suo carrettino. Non è venuto male, lo sterzo si muove bene e i due cuscinetti posteriori sono grossi e girano perfettamente. E' in legno grezzo: il colore, Piero, non lo ha trovato. I raggi del sole entrano obliqui ed illuminano di giallo il pavimento in cemento del garage. La pagella del secondo trimestre è andata abbastanza bene, tranne che in italiano. La maestra dice che Piero scrive sempre cose strane. Si accuccia sul pianale con la gamba sinistra piegata, con le mani afferra il manubrio e con la gamba destra si dà una leggera spinta. Il carrettino parte veloce e silenzioso sul pavimento liscio del garage. Ancora qualche finitura e sarà pronto. Titto ha trovato un barattolo di colore,
il suo carrettino è tutto rosso. E' proprio bello, ma Piero nota che il
sistema di guida non è ben fatto. Gli creerà dei problemi. La gara vera e propria la faranno sul marciapiedi. Il motivo è semplice: la pavimentazione è in piastrelle con cubetti in rilievo, come dei blocchetti di cioccolato. Il rumore che producono i carrettini è stupendo. La gara è stata vinta da Piero. Il
carrettino rosso si è capovolto in curva e Titto si è "sbucciato" le nocche.
Piero non vede l'ora di raccontare
alla mamma tutti i particolari della gara. Ma la mamma lo guarda con severità,
non lo ascolta nemmeno. Il carrettino viene confiscato. Tanto lavoro per nulla.
Il tappeto di saggina (48) In cima alla scala c'è un ampio pianerottolo.
In corrispondenza, al piano di sopra, c'è un terrazzo. Il mese di marzo piace molto a Piero. L'inverno è finito, tra poco ci sono le vacanze di Pasqua e le giornate si stanno allungando. Ma soprattutto ci sono i temporali. Le divisioni gli sono riuscite tutte
e ha imparato a memoria tutti i capoluoghi della Lombardia. Insomma i
compiti sono finiti. Luciana sta abbassando le tapparelle: non vuole che
si sporchino i vetri. C'è aria di burrasca. Piero esce e si siede sul tappeto
di saggina. Annusa l'aria, ha un odore strano. E' lo stesso odore che
sente vicino alle macchine da stampa del papà. L'odore dei motori elettrici.
Il cielo è scuro scuro. I tuoni si
fanno sempre più frequenti. Già si vedono i primi lampi. Il tappeto di saggina punge un po' sulle gambe di Piero, ma quel contatto sulla pelle gli da una piacevole sensazione. Cinque, sei poi il tuono. Setto otto, poi un brontolio distante. Il temporale si allontana, la pioggia diminuisce d'intensità. Oltre la casa dei vicini si vede una linea azzurra. Luciana alza le tapparelle e apre le finestre. Il sole fa brillare tutte le foglie del roseto, l'aria profuma di terra bagnata. C'è la gru del meccano da finire. Il temporale è passato. Piero passa la mano su quella specie di spazzola rossa. E' piacevole il ruvido contatto con quelle fibre lunghe e un po' pungenti.
Una cosa Piero l'ha capita (48) Le rose della mamma sono fiorite.
Sono tutte gialle. L'erbetta sotto le palme non è ancora stata rasata. Tra l'erba qualche punto bianco: le margherite. In un angolo una macchietta azzurra, sono alcuni "nontiscordardimé". La mamma dice che si chiamano anche "occhi della Madonna". Ha anche raccontato a Piero la storia del loro nome. Sulla siepe cominciano a spuntare
i primi grappoli di fiori di bosso. Già qualche ape si posa ora su uno
ora sull'altro. Dal ciliegio sul retro arriva perentorio il canto di un merlo. Alcuni passeri si chiamano dalla grondaia della casa al pioppo del giardino dei vicini. Le rondini passano veloci sopra il tetto girando in circolo, sembra giochino a rincorrersi gridando. Ancora poche settimane e sarebbero partiti per Cattolica. Piero appoggia la schiena sul corrimano
di pietra e sente un piacevole tepore. Un pensiero fulmineo gli attraversa
la mente: "Come descrivere alla mamma la sua felicità?". Ma una cosa l'ha capita: le parole, le parole normali, non bastano.
Le zie Armene (49) Il martedì era proprio una brutta
giornata. La prima cosa che Piero deve fare, dopo aver salutato "come si deve", chinando leggermente il capo - solo leggermente, né troppo, né troppo poco - è di mostrare alla zia Antonia le mani. A volte deve tornare a lavarle anche più di una volta, le unghie lo tradiscono sempre. Queste zie erano figlie di una sorella
della nonna. Si chiamava Ermenegilda, ma tutti la chiamavano Gilda. I problemi cominciano quando vanno
a tavola. Piero aspetta che si siedano le zie. Vedeva un grande e basso armadio con quattro ante e sopra un quadro a cui la famiglia dava un gran valore. Di quel quadro ricorda solo un personaggio in basso a sinistra. Dalla strada arriva lo stridente rumore
delle ruote del tram. Una campanella tintinna per avvisare il suo passaggio
dopo la stretta e cieca curva dietro il Duomo. Piero maledice la guerra. Finalmente è l'ora del caffè. Piero
deve solo aspettare che le zie lo bevano, poi, dopo aver chiesto il permesso,
può alzarsi. Molti anni più tardi una seconda cugina di Piero erediterà un quadro di Jacopo da Bassano.
Il giornale (53) È domenica. È passata un'ora dal pranzo. La nonna si è ritirata in camera sua. Il papà riposa a letto. La mamma è in salotto, sulla sua poltrona, legge o dorme. Luciana non c'è, ha la giornata di festa. La casa è in silenzio. Solo dalla
cucina viene un vago borbottare. La casa è ora nel completo silenzio. In cucina Bepi ha posato la testa sul tavolo e russa lievemente. Piero e il fratellino leggono il "Corriere dei piccoli", ogni tanto sollevano lo sguardo. Piero strizza l'occhio al fratello che sorride.
Mattonelle rosse (50) Quando arrivava tutta la casa era in fermento. La nonna lo riceveva con grande ossequio e lo chiamava "maestro". Bepi in cucina puliva il servizio di porcellana cinese, preparava il tè, il latte, tagliava a fettine un limone, riempiva la zuccheriera e posava il tutto su un grande vassoio d'argento. Piero non capiva il motivo di questo trambusto per un maestro. Il grosso signore vestito sempre di
bianco entrava con lo zio nel salotto grande. La porta veniva chiusa e
nessuno poteva più entrare. Dopo il ritorno di Bepi nella cucina, in casa non si udiva più alcun rumore. Dal salotto prima alcune note disgiunte. Un breve tema. Poi la musica iniziava, si fermava, riprendeva. Ogni tanto si sentiva un conversare incomprensibile. Piero si siede sul pavimento lucido di mattonelle esagonali rosse del corridoio, vicino alla porta del salotto. Gli piace ascoltare quei suoni, la voce quasi umana del violoncello e il canto veloce e struggente della chitarra. Il profumo di cera, il fresco contatto con le mattonelle e quelle note si fondono insieme. Nel salotto Andrés Segovia e lo zio Lino provano un concerto per chitarra e violoncello.
L'imbarazzo (52) Bepi è malato, è tornato a casa sua da un bel po'. Al posto suo è arrivata una nuova signora. Oggi a tavola ci sono solo la nonna
e Piero. A capotavola c'è, come sempre, lei. Il compito di suonare il
campanello lo ha Piero: la nonna è troppo distante dal pulsante. A scuola non è andata tanto bene, le poesie a memoria lo mettono sempre in difficoltà. Fuori piove, il colore del cielo è grigio uniforme. Il riscaldamento non è ancora stato acceso e in casa è un po' umido. Insomma è una brutta giornata. Ma a Piero piace stare con la nonna, è sempre serena. I suoi vestiti sono invariabilmente neri, ma c'è sempre qualcosa che li rallegra: una spilla, un fiore o un fazzolettino bianco. I capelli sono sempre pettinati perfettamente, sono bianchi con lo chignon. A Piero la nonna dà un senso di sicurezza. Si allunga per suonare il campanello.
Poco dopo entra Ida: è questo il nome della nuova donna. "Cossa voeo iù" scortesemente Ida dice a Piero. Per un attimo in sala da pranzo scende il silenzio. Piero non ha mai visto gli occhi della nonna così seri. "Non si permetta mai più di rivolgersi a Piero in questo modo. D'ora in avanti lo chiamerà signorino Piero". La sua voce non è alterata né di tono alto, ma è tagliente, perentoria. Ida barcolla per un attimo. Piero non capisce se è per il suo modo di incedere o per il rimprovero ricevuto. Il resto del pranzo prosegue nel più assoluto silenzio. Piero è un po' imbarazzato: gli dispiace di aver procurato una mortificazione a Ida, anche se non gli è per niente simpatica. Fuori continua a piovere, la nonna beve il suo caffè, Piero chiede il permesso di alzarsi, "Sì" e la nonna gli passa una mano tra i capelli. A Piero la nonna dà un senso di sicurezza.
L'altro maestro (50) A volte veniva, a pranzo dalla nonna,
un altro "maestro". Il latte e cacao lo preparava sempre
Bepi. Quando, come questa mattina, lo prepara Luciana, Piero capisce che
c'è qualche novità. Bepi è uscito presto per fare una spesa più grossa.
"Prego maestro, el se comoda"
dice Bepi facendo un lieve inchino. Ha i calzoni molto larghi e un pullover
che cade da tutte le parti, al posto delle scarpe porta sempre dei sandali,
anche d'inverno. Sottobraccio ha un'enorme cartella tutta sporca di colori.
A Piero pareva che anche gli occhi fossero a forma di "e": due sottili fessure arcuate. La bocca pure: una linea sottile ed ondulata. Insomma è tutto una "e". Non gli è molto simpatico, gli tira
sempre le orecchie e lo pizzica sulle guance. E' una cosa che Piero detesta.
Il sole entra dalle finestre. Le foglioline della pianta di asparago, che scendono dal treppiede a forma di dragone, brillano. Brilla anche il pulviscolo nell'aria. Tre mosche volano con traiettorie a zig zag attorno al lampadario dorato. Le voci della mamma, della nonna, dello zio e di Tono sembrano lontane. Gli occhi sembrano volersi chiudere. Il pranzo è stato lunghissimo. Piero non ne può più. Finalmente arriva
il caffè. La nonna e la mamma si alzano, Lino accende una sigaretta e
Tono un sigaro. Anche Piero può alzarsi e, anche se è tardissimo, può
giocare un po' con il Meccano prima di fare i compiti. In salotto lo zio esegue per Tono Zancanaro l'attacco del "Quintetto con pianoforte in la maggiore, opera 81 " di Dvorak. Sul tavolo gli ultimi bozzetti in carboncino del "Pra' della valle".
L'avventura (47) Il luogo preferito per i loro giochi è il giardino di Piero. È sostanzialmente diviso in due parti.
Le loro armi sono una spada di legno, due Kriss - avevano appena letto Salgari - sempre di legno e, il pezzo forte, è un flobert che spara pallini di gomma. Piero e Titto sono dispersi nella
foresta. Dalla finestra una voce: "Piero vieni su. È l'ora della merenda". Il profumo dei fiori di bosso della siepe sul retro, riempie l'aria. Le api ronzano tra i grappoli bianchi. Tra poco le scuole sono finite. Le rose gialle sembrano luci tra le foglie. Piero entra in casa, si stende sul pavimento lucido e fresco. Appoggia il viso accaldato sul marmo verde scuro. Dalla cucina la mamma lo chiama: il panino di burro e marmellata è pronto.
Il sapore dell'acqua (48) Dietro la tenda a quadretti bianchi
e blu c'è un piccolo locale. La mamma lo chiama sbratta-cucina. Sulla
parete di fondo c'è un lavello di pietra con un lungo rubinetto
d'ottone. D'estate dalla strada si sente il
suono di una trombetta. È l'uomo del ghiaccio. Appeso al rubinetto d'ottone c'è un
mestolo di metallo smaltato in blu. L'interno della coppa è invece di
colore bianco. Il bordo è di un blu un po' più scuro. Il giorno dopo sarebbero partiti per
le vacanza a Cattolica. La mamma è indaffarata nel preparare le valige,
Luciana la sta aiutando. Il fratellino è in giardino che gioca. Sente gli amici chiamarlo dal giardino. Scende di corsa.
Il pindolo (49) Il bastone è già pronto. Sessanta
centimetri di manico di scopa. E' primavera inoltrata, già alcune
ciliegie cominciano a colorarsi. Piero ha sottratto il grosso coltello
da cucina che Bepi usa per tagliare gli ossi: con questo fa una prima
sgrezzatura. Deve fare presto: se Bepi se ne accorge sono guai. Luciana ritira le lenzuola stese e
strizza l'occhio a Piero che dal giardino la saluta con la mano, deve
aver capito che ne ha combinata qualcuna. "Amami Alfredo…", canta sempre
lo stesso pezzo. Si sporge un po', i due grandi seni si appoggiano al
davanzale. Un leggero turbamento. I merli cantano, qualcuno sembra proprio
intonare una melodia. A forza di sentire Luciana hanno imparato anche
loro. Comincia il lavoro con la raspa, il
bastoncino tra le ginocchia, l'attrezzo tenuto dal manico e dalla punta:
per fare un lavoro preciso. Lavora piano, così se arriva un altro merlo
non lo spaventa. Gli insetti ronzano, un cane abbaia in lontananza, la
Moma è stesa al sole e sembra dormire, Luciana canta e lui si sente parte
del ciliegio. Frrr ne è arrivato un altro, stesse manfrine e via
con la sua ciliegia nel becco. Alcuni amici chiamano quel gioco "lippa",
ma a lui piace molto di più "pindolo", gli sembra più adatto. La carta
vetrata è di grana molto fine, gli piace sentire le punte lavorate lisce,
senza asperità. E' bello vedere il lavoro che via via si perfeziona sempre
di più. "Pucio, Pucio, su che la merenda
è pronta". Luciana si sporge dalla finestra e fa cenno con la mano. Piero
scende dall'albero e si avvia verso la cucina passando dal garage, la
Moma lo segue.
Il signore col cappello (48) La scala di pietra che porta al piano rialzato della casa ha una bella forma. I bassi corrimano sono due archi di cerchio, sembrano due braccia aperte, accoglienti. Era passata l'ora dell'odiato ma obbligatorio
riposino. Piero non aveva dormito, aveva incollato le figurine nell'album
degli animali. Un imbianchino sta dipingendo il cancello
di ferro che conduce alla rampa del garage. Usa un colore rosso: lo chiama
"minio", dice che serve per proteggere dalla ruggine. Il colore finale
lo avrebbe dato dopo. Dopo aver finito il panino progetta di creare un lago per i coccodrilli usando il lungo tubo di gomma che è in garage. Ha già scavato la buca, non gli resta che riempirla d'acqua. Suo fratello e Titto non sanno nulla di questo lago. Piero osserva il signore con il pennello. Ha un cappello di carta di giornale, inumidito sul bordo. Gocce di sudore gli cadono dal mento e dal naso. Ha un'espressione seria. "Perché ha scelto un mestiere così faticoso? Non è meglio stare dietro una scrivania come fa il papà"? Piero non capisce e si ripromette "non farò mai quel lavoro". Una goccia di marmellata gli cade
sulla gamba. Corre verso il garage per lavarsi con il tubo di gomma. Odia
l'appiccicaticcio che lascia la marmellata. L'acqua che esce dal tubo verde è fresca, si bagna anche la scarpa. Prima che arrivino Titto e suo fratello riempirà il suo lago
L'arco (52) Spesso una parte delle vacanze estive
la trascorrevano in un paese delle Dolomiti. "Sì, sì, Luciana, metti in valigia anche quel maglione". La mamma e Luciana sono alle prese con i bagagli. Un paio di giorni in città e poi sarebbero partiti in macchina per Sappada. Piero e suo fratellino giocano in giardino con due spade di legno "Attenti a non farvi male con quei bastoni" dice la mamma dalla finestra "Tu, che sei più grande, dovresti capire che è un gioco pericoloso". Sempre la stessa storia: tu sei più grande, stai attento a non fargli male, lui non può stancarsi, non farlo arrabbiare. Che barba! Piero odia i viaggi in macchina, gli viene sempre mal di stomaco. Il treno è molto, ma molto più bello: si possono leggere i giornalini senza che giri la testa, si può fare pipì e nelle stazioni c'è sempre un uomo con i panini e l'aranciata. I panini non sono poi così buoni, sono sempre un po' secchi, ma hanno un sapore tutto particolare. Per Piero è un sapore di viaggio, di avventura. "Toccato". Si era distratto un attimo e suo fratello lo ha colpito sulla pancia. "Hai vinto, va bene hai vinto. Adesso basta vado su, sono stanco". Doveva mettere in valigia, di nascosto, un coltellino, una lima e una tenaglia: questi attrezzi gli sarebbero serviti per costruirsi i giochi. Fondamentalmente, l'arco e la lancia. "Oggi andiamo oltre il torrente sui prati dell'altra sponda. Vedrete quanti ciclamini ci sono". Il ponte è costituito da quattro tronchi di pino su cui sono appoggiate delle assi di legno, sotto l'acqua è limpida, si vede anche qualche trota, ma la mamma non vuole che peschino. "Non va bene far del male a quei poveri pesciolini. Lasciateli stare, stanno tanto bene così". Piero ha con sé il suo arco, ha anche inciso una decorazione a spirale lungo i corni. E' un arco molto bello e robusto, ci ha impiegato molto a tagliare il ramo: era grosso e duro. La freccia, una sola, è di legno. Sulla punta ha incastrato un chiodo e lo ha fissato con uno spago legato stretto stretto. Sulla coda ha fissato tre pezzetti di penna di gallina. E' perfetta: proprio come quelle degli indiani. La mamma si siede sotto un abete,
appoggia la schiena sul tronco, apre il suo libro. "Su, su andate a giocare,
ma fate i bravi, non litigate come stamattina". Hanno raccolto un bel mazzo di ciclamini
e lo hanno portato alla mamma. "Grazie, che gentili siete, su sedetevi
qui, sarete stanchi". Piero non è stanco per nulla. Suo fratello si siede
accanto alla mamma "Leggimi qualcosa, mamma". "Va bene, Sisi" ed estrae
dalla borsa un altro libro: "Ti leggo Til, mago e incantatore."
E comincia: "Gran festa nel paese, pel giorno della sagra! Siedi
più vicino così senti meglio". Correndo al trotto e immaginando di
avere anche lui il cappello piumato, sale sulla piccola altura accanto
al prato. L'aria profuma di resina e ciclamini, l'erba è cosparsa di aghi
di pino. Ogni passo è accompagnato da un lievissimo fruscio. Due corvi
volano lenti, sembrano quasi fermi. Li vede tra i rami dell'abete. Due
figure nere nello smalto azzurro del cielo. "Adesso gli faccio vedere quanto sono
bravo". Incocca la freccia e mira al tronco di quell'albero laggiù. I corvi sono diventati quattro, volano
lenti nell'azzurro splendente, ma nessuno li nota. Piero non si è mai sentito peggio.
Non ha provato nemmeno a giustificarsi. Sa che l'ha combinata grossa.
Soprattutto non capisce cosa l'abbia spinto a fare quel gesto. La montagna non gli piace proprio.
La sete (53) L'arco è ben fatto. Non è eccessivamente lungo, ma il legno è robusto e flessibile al punto giusto. Le frecce hanno visto tempi migliori quando ancora costituivano l'impalcatura di un ombrello, ma ora si adattano bene a fare il loro mestiere. Sulla cocca Piero ha fissato tre pezzetti di penna di gallina. Il tiro risulta preciso e diritto. "Adesso tocca a me, tu hai già fatto
i tuoi tre tiri" Il giardino è assolato, nemmeno gli
alberi sono sufficienti a ripararli dal sole di luglio. Il bersaglio è
al centro di una tavola di legno appoggiata alla parete della casa. "Ho sete, vado su un attimo". Di corsa torna verso l'ingresso, girato
l'angolo della cucina, Piero va letteralmente a sbattere contro Luciana.
Piero è stordito, Luciana sorride,
gli fa una carezza "Su, su, pasticcione, c'è Titto che ti chiama". "Piero, Piero, cosa fai? Torni giù?
Sono stufo d'aspettare". "Venticinque a venti. Beh, cosa avevi
oggi? Di solito tiri meglio" dice Titto estraendo l'ultima freccia da
bersaglio. La testa gli gira ancora, negli occhi
ha ancora l'immagine di quelle bianchissime scodelle con la punta nera.
Il respiro è ancora affrettato. Qualche cicala ha preso a cantare. La
Moma si dirige piano verso il garage. Gli insetti ronzano in sintonia
con un altro ronzio. Titto continua a parlare, ma lui non sente nulla
di ciò che dice.
La felicità (54) Finalmente il pacco è arrivato. Il problema più grosso è stato quello
della copertura in seta delle ali. La tela non si tendeva bene. La soluzione
l'aveva fornita magicamente Bepi. Un giorno stava parlando con Luciana
e Piero l'aveva sentito dire che lavare la seta è un problema, specialmente
se non è mai stata bagnata, perché ha la caratteristica di restringersi.
Nel pacco oltre al motore c'è un libretto di istruzioni, un contenitore per il carburante e un'elica. Il sole d'aprile entra obliquamente
dalle finestrelle del garage, nell'aria si vede brillare il pulviscolo,
sul tavolo una piccola morsa serra i fissaggi del motore. Oggi deve rinunciare, adesso bisogna studiare. Domani compito di matematica. Un dipendente del papà è venuto a pranzo. E' addetto alle macchine da stampa, forse se ne intende anche di motorini. Piero intavola il discorso sul suo problema. Bruno, così si chiama, sorride "Va be' andiamo a vedere". Osserva per un po' il "testa rossa",
legge le istruzioni, regola lo "spillo" di alimentazione. Un paio di colpi
e "Breee", il motore parte. Fa un rumore meraviglioso. Un po' forte
per la verità. Ma bellissimo. Muove di un paio di tacche lo spillo finché
i giri non arrivano al massimo, un'altra regolazione per abbassare il
regime. E' necessario rodare il motore: per un'ora deve girare piano.
Piero lo vorrebbe abbracciare: è un genio. Domani il motore sarà rodato. Bisogna montarlo sull'aeromodello, regolarne l'inclinazione e collegarlo al serbatoio. Domenica è tutto a posto. Piero si
avvia al piccolo aeroporto vicino a casa. Lì c'è un campo riservato agli
aeromodellisti. L'aereo parte e vola. Incredibile, vola. Una leggera inclinazione della manopola dei cavi e l'aereo cabra. La piega un po' in giù e l'aereo scende. La rimette dritta e il volo continua in orizzontale. Il rumore è stupendo, il sole d'aprile scalda già un po', l'aria profuma di erba tagliata. Il campo è perfettamente rasato. E' bastato distrarsi un attimo, c'è
solo silenzio. L'aereo giace a pancia in su. Il carrello è rotto, l'elica
spezzata e la tela di un'ala è tagliata.
Bailey (55) La cosa più difficile è non farsi
prendere in castagna, altrimenti sarebbero stai guai grossi. La scusa
è sempre quella del giro in bici. "Andiamo in campagna, vengono anche
Titto, Mauro…" Ecco il primo ostacolo. Non era possibile
andare con Sisi: se avesse fatto la spia, addio bici e chissà quant'altro.
Secondo ostacolo: costume ed asciugamani. "Porto qualcosa per la merenda". Lo zaino da montagna andava bene: è capiente e non impiccia nel pedalare. "Mi arrangio io a prendere i panini e il thermos". Il costume e l'asciugamani li aveva già nascosti la sera prima. "Cosa serve lo zaino per due panini? Vuoi fare bella figura con gli amici"? "No, no, è perché così pedalo meglio". E' una bellissima giornata di metà
giugno, ormai le scuole sono alla fine. Per il rotto della cuffia quest'anno
sarà promosso. Il ponte è dietro il piccolo aeroporto.
Dieci minuti di bici e ci si arriva. E' un ponte Bailey della ferrovia,
attraversa il Bacchiglione. Non è fare il bagno che li interessa. E' una
prova. E' una questione da uomini. La prova l'hanno superata tutti tranne Mariolino. Ma in fondo lui è il più piccolo: ha un anno di meno. Poi, quel giorno, arriva la prova
"super". Qualcuno ha già iniziato la merenda,
sono seduti in cerchio vicino alla sponda del fiume. Commentano le emozioni
del tuffo: discorsi da uomini. Afferrandosi con le mani al bordo delle putrelle e spingendo con i piedi riesce ad arrivare lassù. Un po' come aveva visto fare da degli indigeni che salivano sulle palme in un film di pirati. E' altissimo, sente un brivido sotto
la pianta dei piedi. Si accuccia per sicurezza. "Tu sei matto, non hai tutte le rotelle a posto" però si accorge che lo guardano con ammirazione ed invidia. Un pensiero gli attraversa la mente "Pensa se fosse passato un treno. Sarebbe stato il massimo. Chissà come vibra l'arcata lassù". Si stende al sole; i commenti continuano, ma Piero non li sente più. Sente il sole sulla pelle, il sapore dell'aria, il ronzio degli insetti, il motore del Piper lontano, il rumore dei remi della barchetta che passa davanti a loro. "Fatta, fatta. Ce l'ho fatta." Quella sera avrebbe dormito benissimo. E' un po' più forte. Ha superato la sfida. "Ma quale sfida, nessuno lo aveva sfidato. No, non è vero" pensa. "La sfida c'è stata. E' una sfida strana che ogni tanto una vocina da dentro gli lancia: 'tu non ce la fai, tu non ce la fai'. E' sempre quella più difficile". "Piero cos'hai, ti senti male? Non parli più". "No, no, Mauro, stavo solo pensando: la vita è bella, proprio bella".
Un poeta (58) Il suo insegnante d'Italiano si chiama
Alessi, Giulio Alessi ed è un poeta. Ma questo ancora Piero non lo sa,
lo scoprirà molti anni più tardi. "Come è andata la festina a casa di
Pino"? Alessi dava sempre dei titoli molto belli, ma anche lui a volte non aveva molta voglia di pensare. Il tema di oggi - il titolo esatto Piero non lo ricorda- ma pressappoco dice: "Come vedi il tuo futuro". Piero ha scritto molto, soprattutto
si è dilungato in una specie di proporzione. Campanella, tutti si affrettano a consegnare i fogli protocollo. Alessi è seduto alla cattedra "Bene babbioni (il professore si riferisce ad un tipo di scimmia non molto intelligente), ci vediamo lunedì. Non so se riuscirò a correggerli tutti per quel giorno". Le scale, qualche sigaretta accesa,
il braccio sulle spalle di un compagno, i libri tenuti insieme da un elastico.
Fuori c'è il sole. Il professore arriva con un pacco
di fogli protocollo. Tutti in silenzio. Alessi commenta sempre i temi
e non fa sconti a nessuno, è spesso tagliente e sarcastico. "Che cosa hai scritto per prendere nove"? Mah. Piero non capisce, però è contento. Quando esce dall'aula saluta con la mano il professore che lo guarda appena e risponde con un lieve cenno della mano. Molti, ma molti anni dopo Piero trova in una libreria di Remenders un libro dalla copertina bianca. "Le poesie" di Giulio Alessi. Apre a caso pagina 136: Riposo. … Anche Piero asciuga una breve lacrima
con il dito della mano destra.
Lo spillo (58) Il bus è il numero nove. Ferma proprio prima del ponte. L'argine corre per un po' diritto poi gira a sinistra facendo una larga curva e termina alla confluenza con un altro fiume. La lingua di terra tra i due fiumi è coperta di vegetazione, soprattutto pioppi. E' la prima volta che escono insieme, si chiama Dori, frequenta una scuola vicino a quella di Piero. "Ciao mi chiamo Piero, facciamo un pezzo di strada insieme?" "Sì", e le gambe di Piero hanno cominciato a tremare. Si erano conosciuti così. E' bionda e porta i capelli raccolti, ma qualche ciuffo cade disordinato. La pelle è bianchissima e le mani sono sottili e curate. E la voce. Ah, la voce è stupenda. Bassa e roca. Quando ride, e lo fa spesso, non emette quello stupido hi hi come le sue compagne, ma una sorta di ho ho ho ripetuto tre volte. Quel riso lo ha affascinato. E' fine estate, Piero è tornato da poco in città e lei ha accettato di uscire. Camminano lungo l'argine e si tengono per mano, l'erba è alta, alcuni fiori gialli costeggiano il sentiero. Sono quelli che poi formano una leggera pallina di semi fatti come i paracadute. Qualche insetto fa sentire il suo volo nel silenzio della campagna. Si siedono sul limitare della lingua di terra alla confluenza dei due fiumi, sotto un pioppo. Il sole, di quel giorno dei primi
di settembre, è ancora caldo. Uno spillo chiude la scollatura della camicetta,
un po' sopra il primo bottone. L'acqua fa un lievissimo rumore, il ronzio
degli insetti ora è più forte ora è appena percettibile. "Ciao, ti posso telefonare domani"? Poi arriva l'inverno. Forse quest'anno non avrà materie
ad ottobre. La primavera, esplosa all'improvviso,
lo rende un po' svogliato. Non si applica nello studio, pensa sempre ad
altro. Specie a Marilena. L'autobus è lo stesso: il numero nove. Anche l'argine è quello, il posto gli piace molto. Quei due fiumi gli fanno sognare posti esotici e meravigliosi. Marilena si siede sotto l'ultimo pioppo, le foglie sono verde chiaro, ancora piccole. Piero si stende, incrocia le mani sotto la testa e guarda il cielo. E' uno smalto azzurro abbagliante, uniforme tra le foglioline. Una foglia bruna è rimasta appesa ad un ramo, allunga il braccio, la stacca: è quella. Lo spillo è ancora lì, un po' ruggine, ma è lì. Un lampo gli attraversa la mente.
Quanti giorni, quanti minuti, quanti secondi. Tutto passato. Lo spillo:
era ieri, è passato un anno. Le dita che lo toccano sono le stesse. Piero
è lo stesso. Marilena gli sfiora una mano, Piero
le sorride, infila la foglia con lo spillo in tasca. Avvicina il viso
a quello di lei.
Il primo esame (61) Per tutto l'invero e la primavera
Piero si è alzato molto presto. E' già giugno. "Prego signor … si accomodi". Piero non se ne è accorto, ma sono
già passati più di quaranta minuti. La giornata è radiosa, il cielo luminoso.
Tutto gli sembra bellissimo. L'ufficio del papà è poco distante. Tata è sul terrazzo. Piero, dalla
strada la vede, alza il pollice e poi le prime tre dita della mano destra.
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