corallo dell'isola di Chale

 
Emilio Filippini. Colombo Filippini

 

Commento di Camillo Dejak* all'intervista di Marcello Cini

Caro Franco,

Ti scrivo questa lettera, scusa la carta e la matita [la lettera effettivamente è stata scritta a matita: la stesura al computer è mia], contenente qualche appunto sulla tua intervista con Marcello Cini, che mi sembra doveroso fare non solo per la tua sollecitazione culturale di inserirmi, come d'accordo, nel comitato scientifico della rivista, ma soprattutto perché mi hai mandato, per coinvolgermi suppongo, proprio questo numero, che però contiene altri interessanti articoli, soprattutto l'ultimo "Eugenia", che mi ha fatto pensare, scuotendomi. Ma veniamo all'articolo di Marcello Cini: sacrosante le sue prime affermazioni, soprattutto in riguardo alla quantomeccanica, che è il suo cavallo di battaglia.
Non mi sembra invece del tutto ragionevole la sua drastica divisione tra la scienza sperimentale "uno scienziato che abbia fatto un'esperienza analitica, legge, in quanto osservatore, i numeri dei suoi strumenti esattamente come uno che non l'abbia fatta" e quella teorica "i modelli mentali che il primo si fa della realtà possono essere diversi da quelli del secondo […] scorgere l'aspetto soggettivo […] ma soprattutto nel senso collettivo di Zeitgeist […] della nascita delle teorie scientifiche, mentre in generale uno scienziato "normale" è più ingenuo".
Vorrei non attaccarmi alla quantomeccanica, che non è da tempo più il mio campo di ricerca, dove però il tutto inizia con il fatto che una prima misura a forte precisione può influire su quella della successiva, necessaria per predire la traiettoria futura nello spazio delle fasi, ma ragionare più in generale. Qualsiasi evento macroscopico (o mesoscopico) richiede, per essere analizzato, un numero rilevante di singole determinazioni sperimentali (nel mio caso di analisi di ecosistemi ambientali con meno di decine di migliaia di dati sperimentali, estese in tempo e spazio tridimensionale ed alle specie chimiche prima e biologiche poi, non si può azzardare nessuna conclusione, che non possa essere smentita in tempi relativamente brevi). Per questo occorre un piano di campagne di misura, una accurata valutazione della significatività statistica dei dati, una ricerca ed analisi di serie storiche di misure precedenti (e di capire, ora sì, lo Zeitgeist che ha influenzato la loro progettazione e l'accuratezza, non solo la precisione, delle determinazioni di anni fa) e tant'altro ancora. Quindi qualsiasi sperimentazione risente dello spirito critico di chi la imposta e non può essere "adorata" come un'unica "verità indiscutibile". In fin dei conti gli strumenti scientifici non sono altro che dei tentativi di sostituire, ai nostri organi di senso, rilevazioni con campo più ampio e precisioni maggiori: questo avviene certamente per tatto, vista ed udito, un po' meno per odore e sapore (non solo nell'evoluzione delle specie l'uomo ha perso certe importanti facoltà, ma sta per essere perduta anche la straordinaria capacità dei vecchi maestri della chimica di annusare e di assaggiare con la punta della lingua sostanze anche pericolose). Però l'organismo umano non si limita a tali rilevazioni, ma le analizza, le coordina in un piano d'insieme, che potrebbe anche costituire un ottimo esempio per una pianificazione per una campagna di sperimentazioni.
Vi è nel nostro sistema nervoso una raccolta di informazioni, selezionate, sulla realtà esterna, da un lato, e la ricostruzione di un modello, riduzionista, di questa, che permette una valutazione sulle azioni per influire su tale realtà esterna. Ambedue queste fasi risentono di esperienze precedenti, sia collettive (evoluzione della specie) che soggettive, in modo non molto diverso. Quindi non si può considerare lo sperimentatore come il rivelatore della realtà oggettiva ed il teorico come un suo imperfetto ricostruttore, esposto ad influenze spurie, salvo non ridurre il primo ad un puro tecnico dello strumento (o meglio di parte di esso, data l'estrema complessità ed interdisciplinarietà degli attuali strumenti di misura).
Tu mi chiederai ora come questo possa inscriversi nella tua domanda a Marcello. Inizialmente ha sorpreso anche me la tua analogia tra teorico ed "analizzante" e tra sperimentatore ed "analista", perché mi aspettavo il contrario. Ma a ben pensarci è più giusta questa analogia, in quanto il teorico si è fatto un modello di un aspetto della sua scienza, come l'analizzato si è fatto un modello del proprio "io". Ora lo sperimentatore gli rivela un nuovo insieme di determinazioni sperimentali, non ancora considerata per ragioni di lasso di tempo considerato, di spazio troppo delimitato o di estensione interdisciplinare, ed egli non ripudia la sua precedente teoria ma la modifica, la completa, la perfeziona: analogamente l'analista fa tornare alla mente dell'analizzante ricordi sottovalutati o sogni mai interpretati oppure analogie mai considerate, e con questo lo aiuta a modificare, completare e perfezionare l'immagine di se stesso e quindi anche i comportamenti derivanti. In quanto all'ultima tua domanda, in due parti, alla prima Marcello risponde solo parzialmente: vorrei aggiungere che il ricercatore non solo fa parte della comunità scientifica internazionale, come giustamente evidenziato, ma quasi sempre cresce come allievo di una Scuola scientifica, a cui oggigiorno viene cooptato per entusiasmo e predisposizione, ma anche per il suo giovanile apporto di spirito critico: quindi partecipa comunque a discussioni, spero più informali che formali, su tutto quel che concerne la ricerca. Il cambiamento di tematica da parte dei ricercatori più maturi o capiscuola è in genere molto più consapevole, e prima di affrontare una tematica nuova (costa più o meno un anno di inattività del gruppo) ne valuta bene tutti gli aspetti. La scelta casuale di una nuova tematica mi sembra quindi un evento così raro, che (per il teorema della probabilità composta) credo poter escludere praticamente almeno nei nostri campi, scelte uguali e contemporanee. La seconda parte della tua domanda è invece molto più interessante e la mia risposta sarebbe un po' diversa, anche se condivido in pieno lo sdegnato rifiuto ad ogni intervento repressivo da parte della politica e lo scetticismo rispetto a moratorie della comunità scientifica. Ritengo che nella scelta di tematiche di ricerca scientifica vi sono quattro funzioni distinte da attribuire solo a quattro operatori distinti: questo non per aprioristici pregiudizi, ma perché ciascun operatore deve essere sottoposto ad un feedback, che garantisca la non eccentricità. In primo luogo la comunità scientifica deve controllare la serietà della ricerca, ossia che i percorsi ed i mezzi usati siano adatti a raggiungere lo scopo prefissato: concordo con la descrizione dei meccanismi di funzionamento del feedback esposti da Marcello Cini. In secondo luogo il mercato non può essere che esso stesso a controllare l'efficacia delle applicazioni eventuali di risultati di una ricerca e quindi a sopperire ulteriori finanziamenti oltre quelli della mano pubblica, sempre comunque insufficienti: basta sentire le lamentele di ricercatori in paesi che riservano fondi tripli o quadrupli di quelli italiani! Forse nella brevettabilità qualcosa può essere cambiato, ma questo fa parte delle ultime due funzioni.
L'assicurare l'assoluta incolumità dei ricercatori stessi ed ancora più della popolazione in genere, va fatto dalla politica, che, per quanto detto sopra e non solo da me, non deve intervenire se non con una rigorosa analisi costi benefici, basata su precise determinazioni, non di certezze, utopistiche, ma di probabilità (od almeno verosimiglianze) quantificabili di danno. È rarissima una sciagura che non abbia avuto segni premonitori con probabilità quantificabili e, se avvenute, non certamente predette da principi di precauzione di base probabilistica, causa il numero infinito di rischi possibili di questo genere da cui cautelarsi. Le campagne elettorali, che rappresentano la validazione di scelte politiche, si svolgono generalmente su argomenti quantificabili! Non è a caso che forze politiche (partito dei Verdi), che si allontanano da questo terreno, siano sempre in calo di consensi! La quarta ed ultima funzione è quella etica, bioetica ed ecoetica: qui è più difficile individuare l'operatore più appropriato; esclusi, come già detto, Stato, comunità scientifica ed il mercato che può fare solo un'azione indiretta, in quanto segue le preferenze dei clienti, ma è alterato nel senso che ha possibilità di influire, per interessi dei produttori, sui consumatori mediante pubblicità, d'altra parte sui mass-media si vende di più se si semina paura più che rassicurazione. Quindi rimane solo che ha la capacità di recepire antiche saggezze popolari (basate su percezioni non quantificabili ma ripetute attraverso generazioni) e trasformarle, ritualizzandole, in precetti di comportamenti virtuosi. In questo senso le religioni sono certamente interessanti, non solo ma anche tutti i gruppi di opinione pubblica purché apartitici, che abbiano radici nel tempo e quindi un nome ed una tradizione da difendere. Vorrei ricordare che la famosa BSE (alias mucca pazza) fu scoperta, con relativo premio Nobel, dalla malattia Kuru di tribù polinesiane che praticano ancora l'antico rito dell'encefalofagia (ricordiamo, da noi, il famoso foro occipitale). La sindrome fu debellata riuscendo a persuadere gli operatori della religione locale animista di bandire tale rito. Se vi fosse stata una consultazione intereligiosa forse avremmo evitato di foraggiare il bestiame con farine di cervelli di pecore che si grattavano (scraper: ossia affette da BSE).
Mi rendo conto che è più facile per piccoli gruppi di religione animista di adeguare le loro ritualizzazioni a necessità moderne, che per le grandi religioni monoteiste che hanno forme di isteresi, per forza di cose, più accentuate. Un esempio, ben più importante di tali isteresi, è l'incapacità di aggiornare l'interpretazione del biblico "andate e moltiplicatevi e riempite la terra" (mil'ù [mie'ù] in antico ebraico, replete nella fedele traduzione latina): non ha certamente più senso chiedere a chi è già sovrappopolato di procreare senza limiti, e restare indifferenti davanti alle famiglie con un solo figlio (comprovanti maggiori peccati cosiddetti mortali) in terre ricche, le quali cominciano a risentire già ora della carenza di mano d'opera. Una morale demografica che tende ad una procreazione sostenibile e quindi sostitutiva (2,3 figli per coppia, dicono i demografi) sarebbe da introdurre nelle revisioni delle interpretazioni dell'Antico Testamento, oggi già in atto, conseguenti alle nuove fonti tratte dai "rotoli del Mar Morto"!
Ma torniamo al problema qui trattato: innovazioni in concetti etici, che possano influire sulla comunità scientifica, sulla politica, sul mercato, compreso quello dei mass-media, richiedono ataviche sensibilità ai desideri dei popoli, ponderazione nelle conclusioni dopo serene ma approfondite discussioni e soprattutto capacità di valutare, senza pregiudizi, ricadute sulle future generazioni, che rappresentano l'essenza della sostenibilità. Quindi i colloqui interreligiosi in atto ad Assisi potrebbero proficuamente, se volessero, affrontare temi di questo genere ed evitare pronunciamenti unilaterali e prematuri. Ma in questa società postmoderna dell'informazione per le scelte etiche che piovono dall'alto c'è sempre meno spazio. Come nel mondo fisico, se si va verso l'equilibrio, la vita certamente non nasce né dal cristallino ed ordinatissimo mondo solido né dal disordine estremo del gas perfetto: è il liquido con i suoi clusters a rendere possibili forme di autorganizzazione e quindi strutture sempre più progredite. Così nella nostra attuale società sono le spontanee organizzazioni, senza fini di ordine da imporre dall'alto (quindi né politici né religiosi), che si aggregano spontaneamente per approfondimenti culturali ed interventi (con i soli loro mezzi, lì dove le istituzioni mostrano lacune), forse le più idonee per iniziare a formare un'opinione pubblica su questi argomenti: siamo ancora lontani da tali autorganizzazioni dal basso, ma la società dell'informazione ha la caratteristica di progredire velocemente!

Ciao

Camillo Dejak

 

 

* Il prof. Camillo Dejak è nato nel 1923, laureato con lode in fisica nel 1946, professore incaricato alla Università di Bologna e Ferrara nel periodo 1948-1961.
Vincitore nel primo concorso italiano, a cattedra di Chimica Teorica nel 1960 diventa professore ordinario di tale disciplina prima, e di Chimica Fisica poi, all'Università di Cagliari.
Nel 1970 si trasferisce all'Università di Venezia, dove concorre a far partire la nuova Facoltà di Chimica Industriale. In essa è tra i promotori più attivi dei corsi di laurea in Scienze Ambientali ed Informatica e quindi alla trasformazione in Facoltà di Scienze.
Ha pubblicato più di 200 lavori scientifici, prima sul chemismo, sia teorico che sperimentale, di soluzioni acquose di elettroliti forti, tematica tra le principali della Scuola bolognese del prof. Bonino, sviluppandone assieme agli allievi cagliaritani gli aspetti più moderni termodinamico-statistici. Successivamente con i suoi collaboratori veneziani si è dedicato ad impostare rigorosamente le problematiche chimico-fisico-ambientali e soprattutto di modellistica interdisciplinare, incentrata però sulla biochimicofisica di corpi idrici.
Ha pubblicato, in particolare, sul tema delle tematiche di termodinamica sia fenomenologica che statistica ed evolutiva.
Già come professore incaricato è stato membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, sezione Università, e successivamente di vari comitati tecnico-scientifici (acque della Sardegna, legge speciale per la Laguna di Venezia, depurazione delle acque di Porto Marghera e, presidente, di quello di sorveglianza sulle centrali ENEL veneziane, per la quale ha curato tre serie di ampi studi chimico-ambientali), di consigli d'amministrazione (dell'Istituto Regionale Veneto per lo Sviluppo Economico IRSEV, per più di un decennio dell'ENEA e dell'Istituto Nazionale d'Ortica, dove ha collaborato alla costituzione di centri di ricerca su sistemi complessi, sia a Firenze che a Trieste-Venezia) e di consigli di ricerca (comitato chimica e del P.F. metallurgia del CNR), nonché membro elettivo del Consiglio Provinciale di Venezia, nel quale ha presieduto la commissione Scuola e Cultura.
Da quasi cinquant'anni fa parte della SCI, già rianimatore e presidente della sezione Sarda, membro della divisione Chimico-Fisica e tra i principali promotori di quella di Chimica Ambientale.
E' stato insignito della medaglia d'oro per la Scuola e di altri titoli onorifici. Ha fornito consulenze di chimica e termodinamica, ambientali, a diversi enti pubblici ed aziende private.

 

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