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Commento di Camillo
Dejak* all'intervista di Marcello Cini
Caro Franco,
Ti scrivo questa lettera, scusa la
carta e la matita [la lettera effettivamente è stata scritta a matita:
la stesura al computer è mia], contenente qualche appunto sulla tua intervista
con Marcello Cini, che mi sembra doveroso fare non solo per la tua sollecitazione
culturale di inserirmi, come d'accordo, nel comitato scientifico della
rivista, ma soprattutto perché mi hai mandato, per coinvolgermi suppongo,
proprio questo numero, che però contiene altri interessanti articoli,
soprattutto l'ultimo "Eugenia", che mi ha fatto pensare, scuotendomi.
Ma veniamo all'articolo di Marcello Cini: sacrosante le sue prime affermazioni,
soprattutto in riguardo alla quantomeccanica, che è il suo cavallo di
battaglia.
Non mi sembra invece del tutto ragionevole la sua drastica divisione tra
la scienza sperimentale "uno scienziato che abbia fatto un'esperienza
analitica, legge, in quanto osservatore, i numeri dei suoi strumenti esattamente
come uno che non l'abbia fatta" e quella teorica "i modelli mentali che
il primo si fa della realtà possono essere diversi da quelli del secondo
[…] scorgere l'aspetto soggettivo […] ma soprattutto nel senso collettivo
di Zeitgeist […] della nascita delle teorie scientifiche, mentre in generale
uno scienziato "normale" è più ingenuo".
Vorrei non attaccarmi alla quantomeccanica, che non è da tempo più il
mio campo di ricerca, dove però il tutto inizia con il fatto che una prima
misura a forte precisione può influire su quella della successiva, necessaria
per predire la traiettoria futura nello spazio delle fasi, ma ragionare
più in generale. Qualsiasi evento macroscopico (o mesoscopico) richiede,
per essere analizzato, un numero rilevante di singole determinazioni sperimentali
(nel mio caso di analisi di ecosistemi ambientali con meno di decine di
migliaia di dati sperimentali, estese in tempo e spazio tridimensionale
ed alle specie chimiche prima e biologiche poi, non si può azzardare nessuna
conclusione, che non possa essere smentita in tempi relativamente brevi).
Per questo occorre un piano di campagne di misura, una accurata valutazione
della significatività statistica dei dati, una ricerca ed analisi di serie
storiche di misure precedenti (e di capire, ora sì, lo Zeitgeist che ha
influenzato la loro progettazione e l'accuratezza, non solo la precisione,
delle determinazioni di anni fa) e tant'altro ancora. Quindi qualsiasi
sperimentazione risente dello spirito critico di chi la imposta e non
può essere "adorata" come un'unica "verità indiscutibile". In fin dei
conti gli strumenti scientifici non sono altro che dei tentativi di sostituire,
ai nostri organi di senso, rilevazioni con campo più ampio e precisioni
maggiori: questo avviene certamente per tatto, vista ed udito, un po'
meno per odore e sapore (non solo nell'evoluzione delle specie l'uomo
ha perso certe importanti facoltà, ma sta per essere perduta anche la
straordinaria capacità dei vecchi maestri della chimica di annusare e
di assaggiare con la punta della lingua sostanze anche pericolose). Però
l'organismo umano non si limita a tali rilevazioni, ma le analizza, le
coordina in un piano d'insieme, che potrebbe anche costituire un ottimo
esempio per una pianificazione per una campagna di sperimentazioni.
Vi è nel nostro sistema nervoso una raccolta di informazioni, selezionate,
sulla realtà esterna, da un lato, e la ricostruzione di un modello, riduzionista,
di questa, che permette una valutazione sulle azioni per influire su tale
realtà esterna. Ambedue queste fasi risentono di esperienze precedenti,
sia collettive (evoluzione della specie) che soggettive, in modo non molto
diverso. Quindi non si può considerare lo sperimentatore come il rivelatore
della realtà oggettiva ed il teorico come un suo imperfetto ricostruttore,
esposto ad influenze spurie, salvo non ridurre il primo ad un puro tecnico
dello strumento (o meglio di parte di esso, data l'estrema complessità
ed interdisciplinarietà degli attuali strumenti di misura).
Tu mi chiederai ora come questo possa inscriversi nella tua domanda a
Marcello. Inizialmente ha sorpreso anche me la tua analogia tra teorico
ed "analizzante" e tra sperimentatore ed "analista", perché mi aspettavo
il contrario. Ma a ben pensarci è più giusta questa analogia, in quanto
il teorico si è fatto un modello di un aspetto della sua scienza, come
l'analizzato si è fatto un modello del proprio "io". Ora lo sperimentatore
gli rivela un nuovo insieme di determinazioni sperimentali, non ancora
considerata per ragioni di lasso di tempo considerato, di spazio troppo
delimitato o di estensione interdisciplinare, ed egli non ripudia la sua
precedente teoria ma la modifica, la completa, la perfeziona: analogamente
l'analista fa tornare alla mente dell'analizzante ricordi sottovalutati
o sogni mai interpretati oppure analogie mai considerate, e con questo
lo aiuta a modificare, completare e perfezionare l'immagine di se stesso
e quindi anche i comportamenti derivanti. In quanto all'ultima tua domanda,
in due parti, alla prima Marcello risponde solo parzialmente: vorrei aggiungere
che il ricercatore non solo fa parte della comunità scientifica internazionale,
come giustamente evidenziato, ma quasi sempre cresce come allievo di una
Scuola scientifica, a cui oggigiorno viene cooptato per entusiasmo e predisposizione,
ma anche per il suo giovanile apporto di spirito critico: quindi partecipa
comunque a discussioni, spero più informali che formali, su tutto quel
che concerne la ricerca. Il cambiamento di tematica da parte dei ricercatori
più maturi o capiscuola è in genere molto più consapevole, e prima di
affrontare una tematica nuova (costa più o meno un anno di inattività
del gruppo) ne valuta bene tutti gli aspetti. La scelta casuale di una
nuova tematica mi sembra quindi un evento così raro, che (per il teorema
della probabilità composta) credo poter escludere praticamente almeno
nei nostri campi, scelte uguali e contemporanee. La seconda parte della
tua domanda è invece molto più interessante e la mia risposta sarebbe
un po' diversa, anche se condivido in pieno lo sdegnato rifiuto ad ogni
intervento repressivo da parte della politica e lo scetticismo rispetto
a moratorie della comunità scientifica. Ritengo che nella scelta di tematiche
di ricerca scientifica vi sono quattro funzioni distinte da attribuire
solo a quattro operatori distinti: questo non per aprioristici pregiudizi,
ma perché ciascun operatore deve essere sottoposto ad un feedback, che
garantisca la non eccentricità. In primo luogo la comunità scientifica
deve controllare la serietà della ricerca, ossia che i percorsi ed i mezzi
usati siano adatti a raggiungere lo scopo prefissato: concordo con la
descrizione dei meccanismi di funzionamento del feedback esposti da Marcello
Cini. In secondo luogo il mercato non può essere che esso stesso a controllare
l'efficacia delle applicazioni eventuali di risultati di una ricerca e
quindi a sopperire ulteriori finanziamenti oltre quelli della mano pubblica,
sempre comunque insufficienti: basta sentire le lamentele di ricercatori
in paesi che riservano fondi tripli o quadrupli di quelli italiani! Forse
nella brevettabilità qualcosa può essere cambiato, ma questo fa parte
delle ultime due funzioni.
L'assicurare l'assoluta incolumità dei ricercatori stessi ed ancora più
della popolazione in genere, va fatto dalla politica, che, per quanto
detto sopra e non solo da me, non deve intervenire se non con una rigorosa
analisi costi benefici, basata su precise determinazioni, non di certezze,
utopistiche, ma di probabilità (od almeno verosimiglianze) quantificabili
di danno. È rarissima una sciagura che non abbia avuto segni premonitori
con probabilità quantificabili e, se avvenute, non certamente predette
da principi di precauzione di base probabilistica, causa il numero infinito
di rischi possibili di questo genere da cui cautelarsi. Le campagne elettorali,
che rappresentano la validazione di scelte politiche, si svolgono generalmente
su argomenti quantificabili! Non è a caso che forze politiche (partito
dei Verdi), che si allontanano da questo terreno, siano sempre in calo
di consensi! La quarta ed ultima funzione è quella etica, bioetica ed
ecoetica: qui è più difficile individuare l'operatore più appropriato;
esclusi, come già detto, Stato, comunità scientifica ed il mercato che
può fare solo un'azione indiretta, in quanto segue le preferenze dei clienti,
ma è alterato nel senso che ha possibilità di influire, per interessi
dei produttori, sui consumatori mediante pubblicità, d'altra parte sui
mass-media si vende di più se si semina paura più che rassicurazione.
Quindi rimane solo che ha la capacità di recepire antiche saggezze popolari
(basate su percezioni non quantificabili ma ripetute attraverso generazioni)
e trasformarle, ritualizzandole, in precetti di comportamenti virtuosi.
In questo senso le religioni sono certamente interessanti, non solo ma
anche tutti i gruppi di opinione pubblica purché apartitici, che abbiano
radici nel tempo e quindi un nome ed una tradizione da difendere. Vorrei
ricordare che la famosa BSE (alias mucca pazza) fu scoperta, con relativo
premio Nobel, dalla malattia Kuru di tribù polinesiane che praticano ancora
l'antico rito dell'encefalofagia (ricordiamo, da noi, il famoso foro occipitale).
La sindrome fu debellata riuscendo a persuadere gli operatori della religione
locale animista di bandire tale rito. Se vi fosse stata una consultazione
intereligiosa forse avremmo evitato di foraggiare il bestiame con farine
di cervelli di pecore che si grattavano (scraper: ossia affette da BSE).
Mi rendo conto che è più facile per piccoli gruppi di religione animista
di adeguare le loro ritualizzazioni a necessità moderne, che per le grandi
religioni monoteiste che hanno forme di isteresi, per forza di cose, più
accentuate. Un esempio, ben più importante di tali isteresi, è l'incapacità
di aggiornare l'interpretazione del biblico "andate e moltiplicatevi e
riempite la terra" (mil'ù [mie'ù] in antico ebraico, replete nella fedele
traduzione latina): non ha certamente più senso chiedere a chi è già sovrappopolato
di procreare senza limiti, e restare indifferenti davanti alle famiglie
con un solo figlio (comprovanti maggiori peccati cosiddetti mortali) in
terre ricche, le quali cominciano a risentire già ora della carenza di
mano d'opera. Una morale demografica che tende ad una procreazione sostenibile
e quindi sostitutiva (2,3 figli per coppia, dicono i demografi) sarebbe
da introdurre nelle revisioni delle interpretazioni dell'Antico Testamento,
oggi già in atto, conseguenti alle nuove fonti tratte dai "rotoli del
Mar Morto"!
Ma torniamo al problema qui trattato: innovazioni in concetti etici, che
possano influire sulla comunità scientifica, sulla politica, sul mercato,
compreso quello dei mass-media, richiedono ataviche sensibilità ai desideri
dei popoli, ponderazione nelle conclusioni dopo serene ma approfondite
discussioni e soprattutto capacità di valutare, senza pregiudizi, ricadute
sulle future generazioni, che rappresentano l'essenza della sostenibilità.
Quindi i colloqui interreligiosi in atto ad Assisi potrebbero proficuamente,
se volessero, affrontare temi di questo genere ed evitare pronunciamenti
unilaterali e prematuri. Ma in questa società postmoderna dell'informazione
per le scelte etiche che piovono dall'alto c'è sempre meno spazio. Come
nel mondo fisico, se si va verso l'equilibrio, la vita certamente non
nasce né dal cristallino ed ordinatissimo mondo solido né dal disordine
estremo del gas perfetto: è il liquido con i suoi clusters a rendere possibili
forme di autorganizzazione e quindi strutture sempre più progredite. Così
nella nostra attuale società sono le spontanee organizzazioni, senza fini
di ordine da imporre dall'alto (quindi né politici né religiosi), che
si aggregano spontaneamente per approfondimenti culturali ed interventi
(con i soli loro mezzi, lì dove le istituzioni mostrano lacune), forse
le più idonee per iniziare a formare un'opinione pubblica su questi argomenti:
siamo ancora lontani da tali autorganizzazioni dal basso, ma la società
dell'informazione ha la caratteristica di progredire velocemente!
Ciao
Camillo Dejak
* Il
prof. Camillo Dejak è nato nel 1923, laureato con lode in fisica nel 1946,
professore incaricato alla Università di Bologna e Ferrara nel periodo
1948-1961.
Vincitore nel primo concorso italiano, a cattedra di Chimica Teorica nel
1960 diventa professore ordinario di tale disciplina prima, e di Chimica
Fisica poi, all'Università di Cagliari.
Nel 1970 si trasferisce all'Università di Venezia, dove concorre a far
partire la nuova Facoltà di Chimica Industriale. In essa è tra i promotori
più attivi dei corsi di laurea in Scienze Ambientali ed Informatica e
quindi alla trasformazione in Facoltà di Scienze.
Ha pubblicato più di 200 lavori scientifici, prima sul chemismo, sia teorico
che sperimentale, di soluzioni acquose di elettroliti forti, tematica
tra le principali della Scuola bolognese del prof. Bonino, sviluppandone
assieme agli allievi cagliaritani gli aspetti più moderni termodinamico-statistici.
Successivamente con i suoi collaboratori veneziani si è dedicato ad impostare
rigorosamente le problematiche chimico-fisico-ambientali e soprattutto
di modellistica interdisciplinare, incentrata però sulla biochimicofisica
di corpi idrici.
Ha pubblicato, in particolare, sul tema delle tematiche di termodinamica
sia fenomenologica che statistica ed evolutiva.
Già come professore incaricato è stato membro del Consiglio Superiore
della Pubblica Istruzione, sezione Università, e successivamente di vari
comitati tecnico-scientifici (acque della Sardegna, legge speciale per
la Laguna di Venezia, depurazione delle acque di Porto Marghera e, presidente,
di quello di sorveglianza sulle centrali ENEL veneziane, per la quale
ha curato tre serie di ampi studi chimico-ambientali), di consigli d'amministrazione
(dell'Istituto Regionale Veneto per lo Sviluppo Economico IRSEV, per più
di un decennio dell'ENEA e dell'Istituto Nazionale d'Ortica, dove ha collaborato
alla costituzione di centri di ricerca su sistemi complessi, sia a Firenze
che a Trieste-Venezia) e di consigli di ricerca (comitato chimica e del
P.F. metallurgia del CNR), nonché membro elettivo del Consiglio Provinciale
di Venezia, nel quale ha presieduto la commissione Scuola e Cultura.
Da quasi cinquant'anni fa parte della SCI, già rianimatore e presidente
della sezione Sarda, membro della divisione Chimico-Fisica e tra i principali
promotori di quella di Chimica Ambientale.
E' stato insignito della medaglia d'oro per la Scuola e di altri titoli
onorifici. Ha fornito consulenze di chimica e termodinamica, ambientali,
a diversi enti pubblici ed aziende private.

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