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Considerazioni sulla prova
ontologica di Kurt Gödel sull'esistenza di Dio
La formulazione di Gödel è la seguente:
Assioma 1: Una proprietà è positiva se e soltanto se la sua negazione
è negativa.
Assioma 2: Una proprietà è positiva se contiene necessariamente una proprietà
positiva.
Teorema 1: Una proprietà positiva è logicamente coerente.
Definizione 1: Una cosa è simile a Dio se e soltanto se possiede tutte
le proprietà positive.
Assioma 3: Essere simile a Dio è una proprietà positiva.
Assioma 4: Essere una proprietà positiva è un fatto logico e quindi necessario.
Definizione 2: Una proprietà P è l'essenza di x se e soltanto se x ha
la proprietà P e p è necessariamente minimale.
Teorema 2: se x è simile a Dio, allora il fatto di essere simile a Dio
è l'essenza di x. Definizione 3: X esiste necessariamente se ha una proprietà
essenziale.
Assioma 5: Essere necessariamente esistente è simile a Dio.
Teorema 3: Deve esserci qualche x tale che x è simile a Dio.
Prima di tutto, è meglio chiarire
esattamente il significato dei termini che usa Gödel nella sua dimostrazione,
soprattutto: "assioma", "definizione" e "teorema".
Il termine "assioma" deriva dall'aggettivo
greco a\xioéw, che significa "degno". Per
la logica matematica, con assioma s'intende, nel senso più ampio possibile,
una proprietà o un principio che risultano veri intuitivamente e immediatamente,
senza che ci sia la necessità di ricorrere ad una loro dimostrazione,
e che, eventualmente, assieme ad altri assiomi, consentano di ricavare
per deduzione altre proprietà o altri principi.
Il termine "definizione", sempre in termini di logica matematica, è riferito
alla determinazione esatta d'un concetto, cioè all'individuazione perfetta
d'una nozione. Naturalmente la definizione astrae da qualsiasi implicazione
di tipo ontologico od epistemologico. Esistono tre tipi di definizione:
la prima si chiama definizione esplicativa, e pone l'identità tra il significato
d'un simbolo e quello d'una serie di altri simboli; la seconda è la definizione
semantica, che attribuisce ad un simbolo il significato appartenente ad
un'altra serie di simboli; la terza è la definizione sintattica, che introduce
un nuovo simbolo, che non esiste prima, come abbreviazione di altri simboli.
È evidente che le definizioni esplicative - che pure sono le più importanti
- possono essere completamente false o inadeguate. Per esempio, nell'uso
comune del linguaggio, quando si vuole dire che una persona è capace,
è brava, sa fare bene le cose, si usa dire "sei forte". Questa parola
"forte" non ha nessuna relazione con il concetto proprio di "forte", però
esprime esattamente ciò che si intende a proposito di una persona capace
d'eseguire certe operazioni. Allora, è chiaro, che la definizione che
in questo caso attribuisco a questa persona, non ha alcunché di reale,
perché questa persona può essere debolissima. Tuttavia il concetto che
riesco ad esprimere attraverso la definizione che ottengo ricorrendo all'aggettivo
"forte" chiarisce esattamente quello che voglio dire di questa persona.
Questa è quindi una definizione di tipo esplicativo, che può essere falsa,
in quanto la persona che ho di fronte non è davvero forte, però esprime
esattamente il concetto che voglio esprimere. Gli altri due tipi di definizione
invece ricorrono nell'uso logico-matematico in modo più ristretto , perché
non possono assolutamente mai essere false.
È bene chiarire anche l'ultimo concetto che Gödel usa in questa dimostrazione,
quello indicato dalla parola "teorema". Anche questa parola deriva dal
greco, ed è riferita ad una dottrina trovata speculando e dimostrando
per via deduttiva. Le vie deduttive, per le dimostrazioni di tipo logico,
sono quelle che fanno parte della logica formale, e che sono generalmente
distinguibili in base ad alcuni principi: quello del terzo escluso, il
ponendo ponens, il tollendo tollens ecc.. Si tratta di modi logici matematici
per dedurre determinate cose da alcune ipotesi. (Le altre vie deduttive
sono il sillogismo ipotetico, il sillogismo disgiuntivo, il dilemma costruttivo,
l'assorbimento, la semplificazione, la congiunzione e l'addizione). Quindi,
con il teorema, c'è già un passaggio da alcune situazioni che possono
essere assiomatiche, ipotetiche o definitorie, ad una conclusione ottenuta
attraverso processi logici che rispettano le regole della logica matematica.
Abbiamo così isolato i tre strumenti che Gödel usa per arrivare a dimostrare
che Dio esiste.
Apro ora un breve inciso, che mi pare abbastanza divertente. Ricordo che,
la prima volta che mi è capitato tra le mani questo teorema di Gödel,
ho letto il primo assioma ed ho chiuso il libro, rifiutandomi di continuare
nella mia lettura. Ripreso in mano questo testo alcuni anni più tardi,
anche sulla sollecitazione di Perrella che mi ha chiesto di parlarne,
mi sono accorto di quale fosse stato il motivo di quella mia reazione
di rifiuto. In realtà, il primo assioma pone già i fondamenti incontrovertibili
- per lo meno per quanto appare a me -, per arrivare alla dimostrazione
che Dio esiste. Io, naturalmente, partivo da una posizione totalmente
atea, e trovandomi di fronte a questo assioma ho reagito rifiutandomi
di seguire l'articolazione logica della dimostrazione.
Il primo assioma è assolutamente incontrovertibile, e non contiene niente
di segreto. Però contiene delle implicazioni che cercherò di chiarire.
Esso è formulato in questo modo: "Una proprietà è positiva se e soltanto
se la sua negazione è negativa". Sembra totalmente ovvio, eppure tanto
ovvio non è. Infatti, per rendere più vivace l'esposizione, chiediamoci
che cos'è una proprietà positiva? Proprietà positiva è una proprietà che
nulla toglie a ciò che si dice. Allora dobbiamo pure chiederci se esistono
o non esistono delle proprietà positive. Per esempio, se io dico: "Questo
è un foglio di carta", esserlo è una proprietà positiva di quest'oggetto?
Stando alla definizione che ne abbiamo dato, certamente sì. Si potrebbe
obiettare che la proprietà positiva non è certamente dalla parte dell'oggetto
(il foglio di carta): se non c'è qualcuno che afferma ciò non ci si può
aspettare che il foglio in sé possa dire della sua proprietà positiva
die esistere o meno. Quindi è necessario un soggetto che affermi qualcosa
affinché ci sia una proprietà positiva. Allora possiamo chiederci quale
può essere una proprietà positiva sul versante del soggetto.
Si potrebbe obiettare che la proprietà positiva non è dalla parte dell'oggetto
(foglio di carta), ma è attribuita ad esso da qualcuno che afferma ciò:
il foglio in sé nulla può dire della sua proprietà positiva di esistere.
Quindi è necessario un soggetto che affermi qualcosa affinché un qualsiasi
oggetto abbia una proprietà positiva.
Chiediamoci allora quale possa essere una minima proprietà positiva dalla
parte del soggetto. A questo riguardo una minima proprietà positiva del
soggetto può essere "io penso". Quest'affermazione, stando a quanto ci
ha insegnato Cartesio, è incontrovertibile. Se esiste la proprietà positiva,
"io penso", dice Cartesio, esiste anche un'altra proprietà positiva, "io
sono". Le proprietà positive, quindi, sono già due: "io penso", "io sono".
Ora, se esistono due proprietà positive - e facciamo attenzione a questo
giochetto -, noi possiamo numerarle e sommarle. Ora, la somma di queste
due proprietà positive è positiva? Certamente: una proprietà positiva
più un'altra proprietà positiva produce sempre una proprietà positiva.
Chiamiamola allora terza proprietà positiva, come somma delle prime due.
Ora le proprietà positive sono tre. Sommiamole ancora: ne viene una quarta.
Ne consegue che, se c'è una proprietà positiva, ci sono infinite proprietà
positive. Tutto questo possiamo affermarlo solo a partire dal primo assioma,
e già vedete dove comincia ad andare a parare il nostro amico Gödel. Si
potrebbe ora obiettare che, in realtà, il nostro ragionamento è partito
non da una proprietà positiva ma da due: "io penso" e "io sono". Supponiamo
di partire ancora da "io penso" e di non seguire più Cartesio concludendo
che "io sono".
"Io penso", come abbiamo visto, è una proprietà positiva, a questo punto
ci si può chiedere: chi pensa? e che cosa pensa? Si capisce immediatamente
che la primitiva affermazione "io penso" si è divisa in due proprietà
positive: il pensante ed il pensato. A questo punto dalle due proprietà
positive si può passare alla terza nello stesso modo visto sopra, e così
via.
Una volta che abbiamo assodato che il primo assioma è indiscutibile, vediamo
che la sua negazione, invece, non dica nulla attorno al soggetto di cui
stiamo parlando. "Io non penso" è una contraddizione autoevidente. Mentre
"Io non sono" è ancor più fortemente contraddittoria perché è un'affermazione
di qualcuno che è. Quindi è necessario che la negazione d'una proprietà
positiva sia negativa.
Il secondo assioma è formulato in questo modo: "Una proprietà è positiva
se contiene necessariamente una proprietà positiva". È chiaro che qui
incominciamo ad ampliare il concetto di proprietà positiva, perché possono
esserci delle proprietà positive che contengono delle negazioni, che però
al loro interno devono contenere delle proprietà positive. Ad esempio,
se io dico: "Io non sono svizzero, ma sono italiano", questa frase, nel
suo complesso, esprime una proprietà positiva, pur contenendo al suo interno
una proprietà negativa. Di conseguenza una proprietà è positiva se al
suo interno contiene almeno una proprietà positiva. Anche la sola negazione
"io non sono svizzero" contiene la proprietà positiva di essere: non sono
svizzero, ma sono.
Vediamo ora il primo teorema: "Una proprietà positiva è logicamente coerente".
"Logicamente coerente" vuol dire che l'enunciato non contiene delle autocontraddizioni.
Non occorre dimostrarlo, perché è perfettamente evidente; se io affermo
una proprietà positiva, questa non può essere autocontraddittoria; non
esistono esempi di autocontraddittorietà d'una questione positiva. A questo
punto ho bisogno d'un altro piccolo inciso, al fine di introdurre il concetto
di simile che compare nella dimostrazione di Gödel. Che cosa s'intende
quando diciamo che una cosa è simile ad un'altra? Significa che questa
cosa, simile a quella, ha tutte le proprietà di quella, tolta al più la
proprietà della grandezza e della sua posizione spaziale. Diciamo che
questo triangolo è simile ad un altro triangolo che è più in un altro
luogo, se ha tutte le caratteristiche di quello (omotetia), tolta al più
la grandezza.
Passiamo ora alla prima definizione: "Una cosa è simile a Dio se e soltanto
se possiede tutte le proprietà positive". Qui c'è da porsi immediatamente
una domanda, perché il concetto di Dio viene introdotto in modo del tutto
improvviso. Da dove viene questo concetto? Non è affatto importante chiederselo,
perché potremmo anche dire che una cosa è simile a Dio o a qualunque altra
cosa - cosa che, in questo momento, Gödel chiama Dio, come se questa parola
fosse un neologismo, cioè una parola inventata; al posto della parola
"Dio" potremmo usare anche la parola "Giovanni", o anche un numero qualunque,
e nulla cambierebbe nella dimostrazione; l'unico punto importante è che
questa parola designi qualcosa che abbia la caratteristica di possedere
tutte le proprietà positive. Ora, quante sono tutte le proprietà positive?
Tutte le proprietà positive sono in numero infinito, come abbiamo visto
prima. Diciamo allora che una cosa qualunque è simile a Dio se e soltanto
se possiede tutte le proprietà positive, qualsiasi cosa poi s'intenda
con la parola "Dio".
Adesso abbiamo bisogno d'un ulteriore assioma, perché abbiamo introdotto
una nuova parola, cioè "Dio", per completare rispetto ad essa il nostro
concetto di proprietà positiva. Esso è comunque del tutto autoevidente,
e non ha bisogno di molti commenti. Il terzo assioma afferma: "Essere
simile a Dio è una proprietà positiva". Infatti, se "essere simile a Dio"
non fosse una proprietà positiva, Dio non avrebbe più tutte le proprietà
positive, come abbiamo posto prima. Il fatto d'essere simile a Dio è quindi
una proprietà positiva in modo del tutto autoevidente.
Vediamo ora il quarto assioma: "Essere una proprietà positiva è un fatto
logico e quindi necessario". Questo vuol dire che nulla può essere se
non c'è almeno una proprietà positiva, perché abbiamo visto prima che
il minimo della proprietà positiva, comunque noi la pensiamo, è che ne
implica un'altra, e quindi ne implica infinite. Perciò il fatto che ci
sia una proprietà positiva è non solo logico, ma strettamente necessario,
perché viviamo in un mondo che esiste.
Seconda definizione (qui si rientra in un campo più strettamente logico-matematico):
"Una proprietà P è l'essenza d'una qualsiasi cosa x se e soltanto se x
ha la proprietà di P e P è necessariamente minimale". Prima avevamo fatto
l'esempio del triangolo simile all'altro triangolo, e che ne conserva
tutte le caratteristiche, non avendo niente in più. Tanto che, qualsiasi
cosa togliamo a questo triangolo, togliamo il fatto stesso d'essere un
triangolo. La proprietà P "essere una figura geometrica con tre lati e
tre angoli" è l'essenza dell'essere triangolo, perché, se togliamo qualcosa
a questa proprietà P, il triangolo non è più un triangolo. Se ad esempio
togliamo un lato, il triangolo non c'è più, similmente se togliamo un
angolo. Questa proprietà P è necessariamente minimale, perché l'abbiamo
ridotta ad essere l'unica caratteristica che occorre per esprimere il
concetto d'essere triangolo.
Facciamo un esempio con i numeri. Supponiamo che l'essenza di x sia "essere
un numero pari". Qual è la proprietà P che esprime l'essenza del pari
ed è minimale? Essere divisibile per due. Ne consegue che qualunque numero
x che contenga la proprietà positiva minimale d'essere divisibile per
due è un numero pari.
Secondo teorema: "Se x è simile a Dio, allora il fatto di essere simile
a Dio è l'essenza di x". È come dire che, se una cosa x - cioè una cosa
che noi possiamo percepire o pensare - è simile a Dio, essere simile a
Dio è l'essenza di x, in quanto noi possiamo attingere al pensare a Dio
soltanto con la qualità minimale di Dio, dal momento che non possiamo
pensare a Dio in toto, come non possiamo pensare a tutti i numeri pari,
mentre, definendo la proprietà P "divisibile per due", riusciamo a pensare
questa totalità anche senza pensarla tutta. Quindi io non posso pensare
a Dio, come non posso pensare a tutti i numeri pari, perché la natura
di questi oggetti di pensiero è sovrabbondante rispetto al mio pensiero,
però posso pensare a delle qualità P che appartengono a Dio e ne esprimono
un'essenza, come la qualità d'essere divisibile per due esprime l'essenza
di tutti gli infiniti numeri pari. Allora, se io individuo una x, che
sia simile a Dio, il fatto d'essere simile a Dio è l'essenza di questa
x che io sono riuscito a pensare. Non è detto che io ci riesca, però;
nessuno me lo sta ancora dimostrando. Questa è solo una mia considerazione,
e non una certezza.
Definizione terza: "Una X qualsiasi esiste necessariamente se ha una proprietà
essenziale". Supponiamo che x sia "essere un numero pari"; esiste necessariamente
la proprietà P, "essere divisibile per due"; allora x esiste necessariamente.
Il fatto che qualcosa di cui io considero l'aspetto minimale esista è
necessario.
Ultimo assioma: "Essere necessariamente esistente è simile a Dio". Infatti,
se Dio esiste, essere necessariamente esistente è una sua proprietà minimale,
cioè è il minimo di quello che ne possiamo pensare, perché abbiamo già
visto, con la definizione prima, che essere esistente è una proprietà
positiva. Qual è la minima proprietà positiva? È essere. Allora, se essere
è una proprietà positiva, siccome abbiamo definito Dio come l'insieme
di tutte le proprietà positive, essere necessariamente esistente è simile
a Dio. Di questo non si può dubitare!
Allora, una volta affermato questo assioma concludiamo con l'ultimo teorema,
che è una deduzione logica di quanto abbiamo detto ora. Teorema tre: "Deve
esserci qualche x tale che x è simile a Dio". Diciamolo con parole meno
stringenti: esiste di sicuro una proprietà positiva - lo abbiamo visto
all'inizio, è quello che mi aveva fatto chiudere il libro quella volta
-, ergo esistono tutte le proprietà positive, ergo esistono infinite proprietà
positive, ergo esiste una x che è simile a Dio. Ma, quale che sia la cosa
simile a Dio, in quanto gli è simile, non può essere che Dio.
Considerazioni a margine
E. Perrella: Di questa dimostrazione,
evidentemente, ognuno può pensare quello che crede. In definitiva, che
cosa dimostra? Che, se esiste un metodo assiomatico, che consente di raggiungere
della verità, se ne può dedurre con certezza che tutte le proprietà positive
devono coesistere in un soggetto "simile a Dio" che non può essere che
Dio stesso. Per quanto mi riguarda, non sono assolutamente certo che lo
stesso Gödel credesse in quello che diceva, cioè che credesse in Dio,
qualunque cosa s'intenda per "credere in Dio", anche se, biograficamente,
pare dimostrato che ci credesse davvero, almeno da quel poco che ne so.
Lo stesso Barrow, che riporta la pagina di Gödel sulla quale ci siamo
soffermati, afferma di prescindere dal fatto che questa dimostrazione
sia vera o non sia vera, anche se, per dimostrare che non è vera, bisognerebbe
farlo. In definitiva, quello che penso io è che, se c'è dell'uno, e se
l'infinito è uno - e che l'infinito sia uno credo che Cantor lo abbia
assolutamente dimostrato - questo significa che vi è un assoluto che chiamiamo
Dio. Potremmo chiamarlo diversamente? Non cambierebbe nulla. Che l'assoluto
sia è assolutamente evidente per ciascuno. Certo, ciò che è evidente per
ciascuno è che c'è dell'assoluto, al partitivo. Ma, se l'assoluto si riparte,
non è forse proprio perché è, ed è come uno? Se la matematica funziona,
pur partendo da assiomi che non sono dimostrati, e se essa esprime qualcosa
di vero, è a causa del fatto che esiste un assoluto e un infinito in atto.
F. Borghero: Che l'infinito sia uno
si deduce da tutti i ragionamenti di Cantor. Perrella ricordava, a proposito
di Cantor, che qualsiasi segmento, per quanto piccolo noi lo possiamo
pensare, contiene sempre infiniti punti, e questo è, ridotto all'osso,
il concetto di continuum di Cantor. Ed è questo anche è il "paradiso di
Cantor", che introduce l'infinito nel finito. In un milionesimo di millimetro
esistono infiniti punti. Ma questo è ancora facile da sopportare. Quello
che ci risulta insopportabile, invece, è che in un milionesimo di secondo
esistano infiniti istanti. Quasi come se ogni secondo della nostra vita
fosse in sé una specie di eternità.

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