|
Sul Cogito Premessa L’uso che si fa della logica e della matematica è insostituibile
in molti campi del sapere, ma non tutto ciò che appartiene alla vita
può essere indagato con questi, pur potenti, mezzi. A volte può capitare
che quest’uso sia scorretto o inopportuno e ciò può condurre a commettere
grossolani errori; specialmente quando il campo d’indagine è la psicanalisi.
Può accadere che esaminando, con queste metodologie, un problema profondamente
soggettivo come, per esempio, la serie d’identificazioni attraverso
le quali passa un bambino durante la sua crescita,
si giunga a conclusioni che, per poter essere accettate, implichino
addirittura l’esclusione del soggetto a favore della predominanza delle
regole del linguaggio. La parola vuota [la parola
della chiacchiera] consiste in definitiva nell’enunciato di cui si dimentica
l’enunciazione. Ciò significa
che dentro la parola «piena» dobbiamo distinguere, come
funzioni del tutto differenti, un’espressione dell’enunciazione nella
parola, ed un effetto di senso. […] l’esperienza [della psicanalisi] merita d’essere
definita come un’esperienza trascendentale. Ma lo merita, beninteso,
solo s’è in grado di dischiudere al soggetto il senso
della sua parola. […] il senso non è semplicemente un compromesso tra simbolico ed immaginario,
[…] ma è la produzione del reale
della soggettività.1 Molti anni fa, sono stato nello Zimbabwe per realizzare
un servizio fotografico. La guida aveva posto le tende lungo la valle
dello Zambesi: un territorio in cui non esistevano
né villaggi, né strade, né piste. Seguendo un branco di bufali ci
è capitato di perdere l’orientamento. Per tornare al campo abbiamo
impiegato più di dodici ore. Durante questo
cammino ho trovato uno strano seme, era lucido e diviso
in due parti differentemente colorate: una rosso vivo e l’altra verde
scuro. Lo raccolsi.
De
rosa Secondo
la logica formale se A implica B deve necessariamente essere
che non B implica non A (ad
esempio se 3 è minore di 4, allora -4 è minore di -3; oppure: se sono italiano quindi sono europeo,
allora non sono europeo quindi
non sono italiano). Non
sum ergo non cogito Se
vale l’affermazione Cogito ergo
sum,
nei termini di logica formale, deve essere valida anche
l’affermazione inversa Non sum ergo non cogito. Quest’ultima è però assolutamente
insensata perché se uno non è come fa a dire che non pensa? E,
per di più, ammesso che un non essente possa dire di non pensare, come
fa a dire che non pensa, se dire è già pensare? Spesso
ho voluto rivedere una persona senza rendermi conto che lo desideravo
semplicemente perché mi ricordava una siepe di biancospini, e sono stato
indotto a credere, a far credere alla riviviscenza
di un affetto dal semplice desiderio di un viaggio. Ma persino in quel
modo, e continuando ad essere presenti in quelle
fra le mie impressioni attuali cui possono riallacciarsi esse [le sensazioni
provocate dalla nostalgia] danno loro un fondamento, una profondità,
una dimensione che le altre non possiedono. Danno loro anche un incanto,
un significato che per me solo hanno valore. Quando, nelle sere d’estate,
il cielo armonioso ringhia come una belva e tutti si aggrondano per
timore della tempesta, è alla parte di Méséglise che devo il gusto di restarmene
da solo, in estasi, a respirare, attraverso il fruscio della pioggia,
l’odore di invisibili, persistenti lillà.3 L’uso della parola «nostalgia» poco ci dice sull’essenza di questo sentimento, cosa che invece, com’è evidente nel passo di Proust, rivive in una metafora. Passaggio al limite Jaques Lacan è uno psicanalista che si è interessato di filosofia
ed ha proposto un’interessante lettura della frase di Cartesio. Si chiede
«Penso e quindi sono. Che cosa sono se non
uno che pensa? Ma poiché sono uno che pensa,
sto pensando. Cioè: penso quindi sono uno che
pensa…». E così via.
dove al numeratore troviamo pensare, al denominatore essere legati tra loro attraverso la barra che qui rappresenta la significazione. In questo modo egli traduce l’iterazione della frase di Cartesio: «penso quindi sono uno che pensa, quindi sono uno che pensa, quindi ecc.» in un modo che gli permetterà in seguito uno sviluppo al limite. Egli così scrive:
iterato all’infinito. Dal significante al numero L’algoritmo,
così schematizzato, permette a Lacan una traduzione in una nuova formula
che diventa finalmente matematica.
Ora
questa serie, se fosse divergente
(cioè avesse come limite + ¥), sarebbe una buona schematizzazione
del cogito (il quale, come
abbiamo visto, se è rivolto al pensare a se stessi, sprofonda in un
abisso infinito). Se invece fosse una serie convergente
significherebbe che il cogito
dovrebbe tendere ad un limite finito; quindi riflettendo su se stessi
in quanto pensanti, si arriverebbe ad un valore finito che potrebbe
fornire il risultato dell’operazione di questa riflessione. Si arriverebbe
cioè ad una specie di verità dell’essere, la
qual cosa è assolutamente inaccettabile. Quindi questo sviluppo in serie
non potrebbe essere un buon modello del cogito. La
serie proposta da Lacan (dove penso
è simbolizzato ancora con 1 e sono
viene ora simbolizzato con i) diventa così:
Egli a questo punto calcola il valore di questa nuova serie5 (faccio notare che Lacan non considera la premessa penso quindi), la quale non è più né convergente né divergente, ma fornisce alternativamente, come risultato, tre valori, che sono: i+1; (i+1)/2; 1. Possiamo tentare di leggerli (preceduti dalla premessa «penso quindi...»): il primo è: i+1= (penso quindi) sono uno che pensa; il secondo è: (i+1)/2 = (penso quindi) sono uno che pensa, diviso in due; il terzo è: 1 = (penso quindi) penso. Lacan
quindi conclude: al primo livello, il soggetto che pensa a se stesso è uno che pensa. Al secondo livello, il soggetto che pensa a se stesso è uno che pensa diviso in due. Al terzo livello,
il soggetto che pensa a se
stesso pensa. Non essere, Dio, nulla Mi
permetto a questo punto di proporre un’obiezione puramente formale,
ma che fornisce materia di riflessione. Se prendiamo per buona la simbolizzazione
proposta da Lacan (penso =
1, sono = i, penso quindi sono = 1/i) e, evitando le iterazioni, ci soffermiamo
ad esaminare più attentamente la trascrizione dell’affermazione penso quindi sono con 1\i, ci accorgiamo che ci troviamo di fronte
ad una contraddittorietà. Infatti è subito
evidente che 1/i = -i. La cui traduzione in parola si legge: penso quindi sono equivale a non sono, che equivale
ad un non senso7.
il cui limite fornisce, come nello sviluppo precedente, tre risultati che si ripetono all’infinito, ma che sono fondamentalmente diversi. Essi sono: -i; ¥; 0; ecc. Questi risultati forniscono una lettura diversa da quelli precedentemente visti; il primo termine è: - i = non sono; il secondo è: ¥ = infinito; il
terzo è: 0 = nulla. In definitiva, pensare
a se stessi che si è pensanti, equivarrebbe ad impazzire tra il non essere, l’infinito
e il nulla. Note 1. Ettore Perrella, Il tempo etico, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1992, pag. 168.2. Jaques Lacan è uno psicanalista francese (Parigi, 1901 - 1981), egli prende in esame il cogito cartesiano nel seminario IX. L’identificazione. Inedito. 3. Marcel Proust, Alla ricerca dl tempo perduto, Mondadori I meridiani 1983, pag. 226. 4.
Passiamo al calcolo del
valore della serie il 1° termine
della serie è: 2 il 2° termine
della serie è: il 3° termine
della serie è: il 4° termine
della serie è: il 5° termine
della serie è: il 6° termine
della serie è: il 7° termine
della serie è: l’8° termine
della serie è: Il
limite della serie sarà pertanto il limite
della successione:
Al
numeratore compaiono i numeri: 1; 3; 5; 8; 13; 21; ecc.;
questa è una particolare parte della successione di Fibonacci,
al denominatore compare la stessa successione in ritardo di un termine.
Il cui termine generale sia del numeratore che del denominatore è:
(2) Divido
entrambi i membri della formula 2 per (n—1) al fine di tornare alla
successione d’origine; ottengo così:
che posso
scrivere:
(3) faccio qui
notare che il primo termine dell’eguaglianza è il termine generico della
successione dedotta dalla serie di Lacan. Pongo ora:
Quindi la serie di partenza è convergente (il valore negativo
è insignificante ed è quindi da considerare introdotto dallo sviluppo
dell’equazione di secondo grado) verso il numero trovato. Perciò la
simbolizzazione del cogito proposta nella formula 1 non è accettabile. 5. Anche qui trasformo la serie in una successione (nello stesso
modo visto prima). Il 1° termine della serie è: i + 1 il 2° termine
della serie è: il 3° termine
della serie è: il 4° termine
della serie è (nuovamente): il 5° termine
della serie è (nuovamente): I
termini si ripetono continuamente passando dal valore i + 1 al
valore 6. Mi
sono chiesto il perché dell’interessamento di Lacan per il cogito ergo sum. Credo che, coerentemente con
la sua teoria, che è fondata sul predominio del linguaggio, – e il linguaggio è pensiero – Lacan cerchi in Cartesio un supporto
filosofico al suo convincimento che il linguaggio determina il soggetto.
Ma come abbiamo visto dal pensare non nasce
l’essere. Infatti lo stesso Lacan propone questa lettura del cogito: dove penso non sono e dove sono non penso. Che
mi sembra molto più giusta. Però Lacan con questa lettura separa irrimediabilmente l’essere
dal pensare. Da qui consegue la sua difficoltà nel descrivere i processi
di identificazione perché non può porsi la
domanda: «chi si identifica?».
A quel chi non può rispondere,
in quanto il chi è sul versante dell’essere e non del
pensiero e, se è separato dal pensiero, nulla
ne può dire. Ecco ancora insorgere la difficoltà nel definire il desiderio dello psicanalista, (Lo psicanalista
è innanzitutto un uomo e deve rispondere alla domanda «chi sono?»; nella
vulgata lacaniana, questo desiderio, viene
chiamato x) per Lacan deve
essere riferito obbligatoriamente ad un effetto del pensiero o, più
circonstanziatamente, del linguaggio: cioè in una specie di
desiderio inumano. Allora è necessario riconsiderare tutto lo sviluppo sopra
proposto e muovere tutte le obiezioni possibili: o la simbolizzazione
dei significanti penso e sono con 1 e i è sbagliata, o – ed
è quello che io credo – i significanti essere e pensare
hanno uno statuto di significato che è su livelli diversi (come la critica
mossa alla fisica, sul significato di velocità e sulla derivabilità
dello spazio rispetto al tempo, da Enzo Tiezzi.
Fermare il tempo) e quindi non confrontabili,
o ancora l’assunto di partenza è inconsistente perché autocontraddittorio. A questo punto è necessario porsi una domanda alla quale
non tento di dare una risposta. Questa critica
al cogito
non è immaginabile non potesse essere fatta anche da filosofi dell’epoca
di Cartesio. C’è allora da chiedersi perché l’assunto cartesiano, letto
nei termini della deduzione dell’essere
dal pensare, è stato così
determinante per lo sviluppo del pensiero occidentale? Sembra
proprio che il seme del cogito sia caduto su un terreno già pronto ad accoglierlo.
Come se l’uomo non attendesse altro per poter finalmente estromettere
dalle sue riflessioni la sfera emozionale per potersi dedicare, con
una specie di assoluta desoggettivazione, allo
sviluppo del pensiero scientifico, logico o, peggio ancora, tecnologico. 7.
Questa è una frase senza
senso, ma, se diamo per accettabile l’operazione di traduzione introdotta
da Lacan, sarà necessario cercare di interpretarla. Una simile operazione
è abbastanza complessa e conduce in un campo diverso da quello della
logica; se mi sarà possibile svilupparla sufficientemente, diventerà
un argomento che tratterò in un futuro articolo.
|
|||