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Anche la vita...
Tutti gli studiosi che si sono occupati
dei problemi posti dalle patologie che vanno sotto il nome di anoressia
e di bulimia sembrano essere concordi sul fatto che queste problematiche
provengono da un rapporto disturbato tra madre e figlia. L'uso del termine
"disturbato" non è casuale, ma sottolinea che non c'è una posizione causale
per l'insorgere della patologia, ma una relazione non chiarita a cui sia
madre che figlia contribuiscono. Purtroppo nessuno di questi studiosi
ci fornisce una teoria esaustiva sulla struttura che sta alla base del
disturbo; non è chiaro se si tratta di isteria, nevrosi ossessiva o altro.
Per Hilde Bruch la relazione disturbata della diade madre-bambina deriva
dal fatto che la figlia non viene empaticamente convalidata nei suoi bisogni
e quindi si percepisce come estensione della madre. Nel tentativo di individuarsi,
in adolescenza terrà una posizione oppositiva alla madre, successivamente
userà il cibo come sostituto, lo rifiuterà oppure lo mangerà e vomiterà
nel tentativo di liberarsene.
Per la scuola kleiniana (N. H. Boris) prevale la relazione disturbata
con la madre, ma è significativa anche la triangolazione con il padre
che si occupa formalmente della bambina, ma non emotivamente, anzi riceve
supporto da lei. Un elemento comune a tutte le teorie è che la bambina
funge da supporto in una coppia fondamentalmente conflittuale.
Per Donald Woods Winnicott nella bulimia c'è assenza di un oggetto transizionale
che aiuti la figlia a separarsi dalla madre. Ciò conduce, nella vita adulta,
ad un tentativo di separazione ritualizzato, prendendo come oggetto transizionale
il proprio corpo. L'ingestione di cibo rappresenta il desiderio di fusione
simbiotica con la madre. Le condotte di eliminazione sono il tentativo
di separarsi da lei. La struttura familiare è la stessa di quella dell'anoressica,
ma caratterizzata da voler apparire una famiglia perfetta. L'aggressività
della famiglia è proiettata sulla figlia, che si identifica inconsciamente
con questa proiezione e diventa la portatrice dell'avidità e impulsività
della famiglia.
Le differenze sono sostanzialmente le seguenti: nell'anoressia c'è una
maggiore forza dell'Io e un forte controllo del Super Io, mentre nella
bulimia il desiderio viene agito, c'è maggiore impulsività, la relazione
è usata a fini punitivi. L'inconscia aggressività verso i genitori è rabbia
spostata sul cibo; la figlia sarà avida di tutto. Ciò che accomuna tutte
le teorie è la funzione che svolge la figlia all'interno del nucleo familiare.
L'anoressica è, e si percepisce, necessaria al mantenimento del precario
e conflittuale equilibrio della famiglia.
Un significativo passo in avanti è stato fatto da Ettore Perrella (Per
una clinica delle dipendenze, Franco Angeli, Milano 1998) che individua
nell'anoressia e bulimia alcuni tratti comuni con altri tipi di dipendenze.
L'alcolismo, la tossicomania, la melanconia e l'anoressia costituiscono
una struttura patologica diversa da quelle individuate da Freud (nevrosi,
psicosi e perversioni). Perrella riunisce queste patologie in una nuova
struttura che chiama dipendenza. Tutti coloro che soffrono di questi disturbi
dipendono da qualcosa di esterno. Alcune domande al fine di entrare un
po' più a fondo nella questione, ci possiamo porre alcune domande alle
quali, qui, non daremo una risposta esaustiva. Però, ogni volta che ci
si pone una domanda, ci si apre ad una meditazione che è molto più costruttiva
di qualsivoglia risposta. La prima domanda che viene da porsi è la seguente:
perché generalmente anoressia e bulimia sono disturbi prevalentemente
femminili? Partendo da questo inequivocabile dato di fatto possiamo ipotizzare
che nel processo di identificazione, che costituisce un passaggio obbligatorio
nello sviluppo psichico dei bambini - durante il quale il bambino si identificherà
con il padre e la bambina con la madre -, sia insorta qualche difficoltà.
Tali difficoltà non debbono essere imputate ad una mancanza o ad un errore
da parte della madre, bensì a come la figlia ha vissuto il suo rapporto
con la mamma.
Il disturbo è quindi legato alla diade madre-figlia. La madre, sinteticamente,
è colei che genera la vita e dona il primo cibo. Il dono della vita e
del cibo sono doni d'amore, ma se quest'amore non è supportato da tutta
una serie di atti che lo confermino, può produrre un fraintendimento proprio
tra cibo e amore. Perché c'è un aumento della patologia? (È noto che fino
agli anni Settanta anoressia e bulimia erano molto rare). Sarebbe facile
rispondere che ciò è dovuto al cambiamento di ruolo della donna nella
società, poiché le statistiche mettono in relazione questo cambiamento
con l'aumento della patologia. Credo che questo cambiamento di ruolo sia
sì una delle cause dell'insorgenza del disturbo, però credo che esso abbia
influito non su chi ne soffre ma sull'ambiente familiare in cui vive.
Ma di quale cambiamento stiamo parlando? Non credo sia semplicemente l'ingresso
da parte della donna nel mondo del lavoro, visto che le donne hanno sempre
lavorato. Sarebbe invece più preciso dire nel mondo del lavoro maschile,
con tutto il correlato di conflittualità e competitività che comporta.
Ma anche questo non sembra sufficiente. Credo che per l'aumento del disturbo
abbiano contribuito anche altre cause:
1. il padre è vissuto da tutta la famiglia come insufficiente, infatti
spesso demanda alla madre le sue funzioni; viene vissuto solo come colui
che serve a procacciare denaro, generalmente la moglie non lo considera
un uomo cui affidarsi;
2. la madre è attenta - eventualmente molto attenta - soltanto ai bisogni
fisici dei figli, ai quali non fa mancare nulla. Che cosa non ha fatto
loro mancare? Approfondendo la conoscenza di queste famiglie, appare sempre
più evidente che tutto ciò che la mamma ha dato alla figlia è stato sempre
e solo sul piano oggettuale. Non le ha fatto mancare, nei limiti delle
sue possibilità, giocattoli, vacanze, vestiti, denaro ecc., ma non appena
ci si addentra nel campo degli affetti ci si accorge che c'è qualcosa
di nebuloso, se non addirittura evanescente.
Da ciò non bisogna concludere che la madre sia incapace d'amare (se è
assente l'amore, di qualsivoglia forma, la patologia sarebbe diversa e
ben più grave), anche se sicuramente ha qualche difficoltà nel dimostrarlo,
ma che esiste un problema nel rapporto d'amore tra madre e figlia. Del
resto, quando si chiede ad una ragazza anoressica come sono i suoi rapporti
con la famiglia, risponde spesso che sono ottimi. Infatti molto spesso
entrambi i genitori sono incapaci di dire no ai figli o, quando raramente
ci riescono, non sanno motivare questi divieti.
Una ragazza durante i colloqui ha espresso molto bene questo concetto;
mi ha detto: "se la mamma mi avesse voluto bene mi avrebbe detto qualche
no".
Perché la malattia si sviluppa generalmente durante l'adolescenza o immediatamente
dopo? È stato osservato che prima dell'inizio del disturbo, queste ragazze
si sostengono su qualcosa che serve loro da interscambio con la madre;
per esempio essere brave a scuola. Però quando si trovano di fronte ad
un fallimento, che interpretano come incapacità di dare qualcosa alla
madre per soddisfarla, oppure quando iniziano a diventare donne, e quindi
inevitabilmente sono spinte a staccarsi dalla madre per attaccarsi a qualche
altro, può instaurarsi il disturbo, che può trovare una seppur approssimativa
spiegazione per il fatto che, volenti o nolenti, queste ragazze iniziano
a fare delle scelte soggettive: "non sono così brava a scuola come tu
vorresti", oppure: "è questo il ragazzo che mi piace". Queste pseudo-scelte
le costringono ad estromettere la mamma da un'area della loro vita interiore.
La madre tende a non accettare questo nuovo stato della figlia, si oppone
con tutte le sue forze alla crescita e al conseguente distacco.
L'anoressica, quindi, non ha chiarito il suo rapporto con la madre (la
madre vorrebbe aver sempre a che fare con una bambina soltanto da sfamare)
e, poiché non è soggettivamente individuata, ha paura di staccarsi (il
distacco provoca l'annullamento o della madre o della figlia) perciò tende
a restarle indissolubilmente legata: la ama, la teme e la odia. Infatti,
il disturbo si scatena proprio in occasione di una qualsiasi presa di
posizione soggettiva, che è sempre segno di un distacco. Conseguentemente
la ragazza, visto il disastroso esito del tentativo di distacco, non ne
accetterà più nessuno, soffrirà per esempio anche per il solo fatto che
un fratello possa andarsene. Tutta la famiglia deve restare unita e presa
in questo labirinto che è il disturbo anoressico. È come se dicesse: voglio
staccarmi da te, ma ne sono terrorizzata, io da sola non so chi sono;
e manifesta questa impasse rifiutando ciò che per lei è il simbolo dell'amore
che la lega alla mamma, che non è affetto bensì cibo. Non si può assolutamente
sottovalutare l'insorgenza di questo disturbo perché queste ragazze, rifiutando
del cibo, rifiutano tutto quello che è stato loro dato. Anche la vita.
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