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Padova 25 aprile 2004
Un po' di storia Abbiamo deciso di licenziare questo lavoro di traduzione,
non perché lo riteniamo finito, ma perché nello stato in cui è può già
servire.
Si può dire che l'amore per il progetto ha superato le montagne, costituite
dalle vicissitudini vissute in questi anni dal gruppo che aveva avviato
il tentativo. (Gutta cavat lapidem).
Siamo stati "Centro studi", "Gruppo italiano della Scuola Europea di Psicoanalisi",
poi "Sezione italiana" della stessa, quindi, spaccati in due, siamo diventati
"Accademia Platonica delle Arti" e "Scuola Lacaniana di Psicoanalisi".
Queste traversie, legate a questioni di cui non abbiamo mai sottovalutato
l'importanza, non hanno incrinato la motivazione iniziale.
Piuttosto si sono profilate, altre difficoltà riguardanti lo stato del
testo lacaniano che propone problemi per stabilirne la lettera.
All'inizio del nostro lavoro la situazione si presentava ancora confusa,
tant'è che una prima traduzione si arrestò al capitolo XIV quando, su
segnalazione di Riccardo Carrabino e Carlo Viganò prendemmo atto dell'esistenza
della trascrizione di Michel Roussan che può considerarsi la princeps,
oltrettutto corredata da un apparato di varianti. Siamo quindi ripartiti,
fondandoci sul testo e la parte grafica di Roussan.
Fino al capitolo XIII, le conferenze erano state completate dai nuclei
concettuali, un sussidio utile al quale abbiamo rinunciato per la necessità
di ultimare il lavoro e di omogeneizzarlo.
I primi nove capitoli sono stati rivisti con l'aiuto del poeta Paolo Frasson
che ci ha soccorso nel curarne la forma, mentre i successivi, soprattutto
a partire dal XIII, cioè dal momento in cui viene inserita in modo massiccio
la topologia, materia in cui ci è stato d'aiuto Franco
Novo, sono tradotti alla lettera, anche per la necessità di aderire
al rapporto così stretto che in queste zone del testo si instaura tra
il linguaggio matematico e la prosa di Lacan.
Nei nostri incontri serali bisettimanali, che si sono protratti per quattordici
anni, siamo stati accompagnati da molte persone: prima tra tutte Sandra
Vigna, che ha tradotto la prima metà del testo, poi da Adone Brandalise,
che ci ha aiutato a capire, in alcuni capitoli, passaggi teorici problematici
che rinviavano alla filosofia; quindi Sofia Georgopulos che ci è restata
fedele fino alla fine e Bernadetta Benfatto. Inoltre, per il capitolo
contenente dei riferimenti al cinese antico, ci siamo avvalsi dell'aiuto
di Amina Crisma, studiosa di confucianesimo. Infine, dal capitolo XVI,
abbiamo avuto la collaborazione utilissima di Fabrice Bourlez, allora
studente di Filosofia, ora dottorando di Ricerca, di lingua madre francese,
che ci ha evitato quelle trappole che minacciano i traduttori nella forma
di "modismi di una lingua".
Qualche anno ancora e il lavoro poteva essere più soddisfacente, ma la
pressione di alcuni amici e l'occasione del Convegno della Scuola Lacaniana
di Psicoanalisi a Padova ci hanno forzato a una prima conclusione.
Erminia Macola e Franco Borghero
Jacques Lacan
L'identificazione

Seminario IX, 1961-1962
J. Lacan
L'IDENTIFICAZIONE
IX Seminario (15 Nov. 1961)
Cap. 1°
L'identificazione: questo è il mio
titolo e il mio soggetto, quest'anno. È un buon titolo, ma non un soggetto
comodo. Non penso che voi abbiate l'idea che sia un'operazione o un processo
molto facile da concepire. Se ciò è facile da constatare sarebbe forse
tuttavia preferibile, per ben constatarlo, che noi facessimo un piccolo
sforzo per concepirlo. È certo che di effetti ne abbiamo incontrati abbastanza
per limitarci all'essenziale, voglio dire a cose che sono sensibili anche
alla nostra esperienza interna, in modo che abbiate una certa coscienza
di cosa si tratti. Almeno quest'anno, che non è il primo del nostro insegnamento,
questo sforzo di concepire vi sembrerà, senza dubbio, a cose fatte, giustificato
per i luoghi e i problemi ai quali ci condurrà.
Oggi faremo un primo piccolissimo passo in questo senso. Vi chiedo scusa,
questo forse ci porterà a fare quegli sforzi che sono, a chiamarli con
il loro nome, "di pensiero". Questo non ci accadrà spesso, a noi non più
che agli altri.
Conviene che parliamo dell'identificazione, se la prendiamo come titolo,
come tema del nostro discorso, diversamente dalla forma, si può dire mitica,
in cui l'ho lasciata lo scorso anno. C'era qualcosa di quest'ordine, eminentemente
dell'ordine dell'identificazione, implicato nel punto in cui ho lasciato
il mio discorso lo scorso anno, cioè laddove - se così posso dire - la
superficie umida, sulla quale vi rappresentate gli effetti narcisistici
che delineano questa roccia - come emergeva dal mio schema -, delinea
questa roccia auto-erotica di cui il fallo simbolizza l'emergenza: isola
battuta dalla schiuma di Afrodite, d'altronde falsa isola perché, come
quella in cui figura il Proteo di Claudel, è un'isola senza ormeggi, un'isola
che se ne va alla deriva.
Voi sapete cos'è il Proteo di Claudel. È il tentativo di completare la
trilogia dell'Orestea con la farsa che, nella tragedia greca, obbligatoriamente
la completa e di cui non ci restano, in tutta la letteratura, che due
frammenti di Sofocle e l'Eracle di Euripide, se ben mi ricordo.
Non a caso evoco questo riferimento, a proposito della maniera in cui
l'altr'anno finivo il mio discorso sul transfert con questa immagine dell'identificazione.
Ho avuto un bel da fare, non potevo fare di meglio per segnalare l'ostacolo
in cui il transfert trova il suo limite, il suo perno. Senza dubbio non
si trattava della bellezza, che vi ho insegnato essere il limite del tragico
e il punto in cui la Cosa inafferrabile ci versa la sua eutanasia. Non
abbellisco nulla, anche se c'è chi s'immagina di sentire, a volte, su
quello che io insegno, qualche diceria: io non vi faccio le cose facili.
Lo sanno quelli che a suo tempo hanno seguito il mio seminario sull'Etica,
in cui ho affrontato proprio la funzione d'ostacolo della bellezza sotto
forma dell'agonia che la Cosa esige da noi per poterla incontrare.
Ecco dunque dove l'anno scorso terminava il Transfert. Ve l'ho indicato
(se lo ricorderanno tutti quelli che assistevano alle giornate provinciali
di ottobre), vi ho puntualizzato, senza potervi dire di più, che là c'era
un riferimento nascosto nel comico: punto al di là del quale non potevo
spingere oltre ciò a cui miravo in una certa esperienza; indicazione che
è da ritrovare, se posso dire, nel senso nascosto di quelli che si potrebbero
chiamare i crittogrammi di questo seminario e di cui dopo tutto non dispero
che un giorno un commento lo colga e lo metta in evidenza. Mi è successo
infatti di ricevere una testimonianza che lascia ben sperare a questo
proposito: il seminario di due anni or sono, quello sull'Etica, è stato
effettivamente ripreso da qualcuno che si è dato la pena di rileggerlo
per riassumerne gli elementi, precisamente da Moustafà Safouan, e con
pieno successo, a detta di quelli che hanno potuto leggerne il lavoro;
e spero che tutto ciò possa essere messo abbastanza presto a vostra disposizione,
perché ad esso si possa connettere quello che vi dirò quest'anno.
[Il fatto che i temi si ripetano ogni due anni] può sembrare porre una
questione spiacevole: come un ritardo. Ciò non è del tutto fondato e vedrete
che riprendendo la successione dei miei seminari dall'anno 1953 - il primo
sugli Scritti tecnici di Freud, il secondo L'Io nella teoria di Freud
e nella tecnica della psicanalisi, il terzo sulle Psicosi, il quarto sulla
Relazione d'oggetto e le strutture freudiane, il quinto sulle Formazioni
dell'inconscio, il sesto sul Desiderio e la sua interpretazione, poi l'Etica
della psicanalisi, il Transfert e infine l'Identificazione al quale arriviamo
ora: nove in tutto - potrete facilmente individuare un'alternanza, una
pulsazione. Vedrete che di due in due domina la tematica del soggetto
e quella del significante, perciò, avendo cominciato con il significante
e l'elaborazione della funzione del simbolico, quest'anno si ripropone
di nuovo il tema del significante, visto che è l'anno dispari, anche se
ciò di cui si tratta nell'identificazione è propriamente il rapporto del
soggetto al significante.
Quest'identificazione, della quale ci proponiamo
di tentare di dare quest'anno una definizione adeguata, è stata resa indubbiamente
dall'analisi per noi abbastanza triviale; come qualcuno che mi è abbastanza
vicino e che mi intende benissimo, mi ha detto: "Ecco dunque quest'anno
di cosa ti occupi: dell'identificazione, - e con una smorfia - la spiegazione
di tutto!", lasciando trapelare al tempo stesso un po' di delusione relativa
al fatto che da me ci si aspettava piuttosto qual cos'altro. Che questa
persona si ricreda! Infatti la sua attesa di vedermi sfuggire al tema,
se posso dire, sarà delusa, perché spero proprio di trattarlo e spero
anche che sarà dissolto lo sforzo che questo tema gli fa temere in anticipo:
parlerò proprio dell'identificazione.
Per precisare immediatamente quello che intendo, dirò che, quando si parla
d'identificazione, si pensa in un primo momento all'altro a cui ci si
identifica, e che la porta mi è aperta per mettere l'accento - per insistere
- sulla differenza tra l'altro e l'Altro, tra il piccolo altro e il grande
Altro, che è un tema al quale posso ben dire che voi siete già familiarizzati.
Pur tuttavia non è da questo versante che intendo cominciare. Metterò
l'accento piuttosto su quello che, nell'identificazione, si pone immediatamente
come fare identico, come fondato dalla nozione di stesso, e anche: dallo
stesso allo stesso, con tutte le difficoltà che ciò solleva.
Pur non intravedendole abbastanza rapidamente, voi non ignorate quali
difficoltà per il pensiero ci pone da sempre: "A è A". Se è "A" sia il
primo che il secondo: perché separarlo da se stesso per poi rimetterlo
così presto nello stesso posto? Che resti là!
Questo non è un puro e semplice gioco di parole. Sappiate per esempio,
che nella linea di un movimento d'elaborazione concettuale, che si chiama
positivismo-logico - in cui qualcuno può sforzarsi di raggiungere un determinato
obiettivo, che potrebbe essere ad esempio: non porre un problema logico
a meno che non abbia un senso reperibile come tale in qualche esperienza
cruciale - si potrebbe decidere di rigettare qualunque aspetto del problema
logico che non possa, in qualche modo, offrire questo garante ultimo dicendo
che è un problema sprovvisto di senso in quanto tale.
Ciò non di meno se Russell può dare nel suo Principi della matematica
un valore all'equazione, all'eguaglianza "A=A", un altro, Wittgenstein,
vi si opporrà precisamente in nome di quelle impasse che gli sembrano
derivarne in nome dei principi di partenza. E questo rifiuto sarà perfino
segnalato algebricamente, poiché tale uguaglianza è costretta a un giro
di notazione per trovare ciò che può servire come equivalente al riconoscimento
dell'identità "A è A".
Quanto a noi - tenuto conto che non è certamente la via del positivismo-logico,
che in materia di logica ci sembra essere in alcun modo giustificata -
c'interrogheremo a livello di un'esperienza di parole - quella della quale
ci fidiamo attraverso i suoi equivoci e perfino attraverso le sue ambiguità
- su quanto possiamo affrontare col termine "identificazione".
Voi non ignorate che si osservano nell'insieme delle lingue certe svolte
storiche abbastanza generali, per non dire universali, perché si possa
parlare di "sintassi moderne" opponendole globalmente alle sintassi non
arcaiche, ma semplicemente "antiche", cioè alle lingue di quella che chiamiamo
antichità.
Queste specie di svolte generali, ve l'ho detto, sono di sintassi. Lo
stesso non accade per il lessico dove le cose sono molto più fluide; in
qualche modo ogni lingua apporta, in relazione alla storia generale del
linguaggio, delle vacillazioni proprie al suo genio e che rendono questa
o quella lingua più adatta a mettere in evidenza la storia di un senso.
È così che potremo fermarci a quello che è il termine - o nozione sostantivata
del termine - di identità: in "identità", "identificazione", c'è la parola
latina idem. E questo per mostrarvi che qualche esperienza significativa
trova supporto nel termine francese comune: même [stesso], che ha stessa
funzione significante.
Sembra, in effetti, che sia l'em, suffisso della id di idem,
ciò in cui troviamo operare la funzione, direi, di radicale nell'evoluzione
dell'indoeuropeo in certo numero di lingue italiche. Questa m è
qui [in même] raddoppiata: consonante antica che si ritrova dunque come
residuo - come resto, ritorno ad una tematica primitiva non senza aver
raccolto al volo la fase intermedia dell'etimologia, in concreto, della
nascita di questo même, che è un metipsum familiare latino ed anche un
metipsissimum del basso latino espressivo - e dunque ci spinge a riconoscere
in quale direzione, a questo punto, l'esperienza ci suggerisce di cercare
il senso di ogni identità: al cuore di ciò che si designa con una specie
di raddoppiamento, di moi-même [me stesso]. Infatti questo moi-même, lo
vedete bene, è già il metipsissimum, una specie di giorno d'oggigiorno
(aujour di aujourd'hui), di cui noi non ci accorgiamo e che è proprio
qui nel moi-même.
Allora è in un metipsissimum che si precipitano, dopo il moi, il toi,
il lui, l'elle, l'eux, il nous, il vous, e fino al soi che in francese
è un soi-même. In tal modo noi vediamo qui, nella nostra lingua, una specie
di indicazione di un lavoro, di una tendenza significativa particolare,
che permettetemi di qualificare mihilisme, in quanto è a quest'atto che
l'esperienza del moi si riferisce.
Certamente la cosa avrebbe interesse soltanto incidentale se non ci capitasse
di ritrovarne altri tratti in cui si mostra questo fatto, questa differenza
netta e facile da reperire: basta pensare che in greco l'au\toév
del "sé" è ciò che serve anche a designare lo "stesso", così come in tedesco
e in inglese il selbst o il self funzionano per designare l'identità.
Non è dunque per niente, io credo, che mettiamo in risalto qui e che ci
interroghiamo su questa specie di metafora permanente della locuzione
francese.
Lasceremo intravedere che essa non è senza rapporto con un fatto di ben
altro livello: è proprio in francese - voglio dire in Cartesio - che si
è potuto pensare l'essere come inerente al soggetto, in un modo che diremo
abbastanza attraente perché, da quando la formula è stata proposta al
pensiero, si possa dire che una buona parte degli sforzi della filosofia
consista nel cercare di liberarsene. Al punto che ai nostri giorni, in
una maniera sempre più esplicita, non c'è nessuna tematica filosofica
che non cominci -salvo rare eccezioni - col tentare di superare il famoso:
"Penso dunque sono". Credo che per noi non sia una disagevole porta d'ingresso
che il "penso dunque sono" segni il primo passo della nostra ricerca.
Il "penso dunque sono" inteso cartesianamente - volevo accennarlo en passant,
ma ve lo dirò subito: ciò che oggi posso tentare d'abbordare non è in
alcun modo un commento di Cartesio, e non ho l'intenzione di farlo -;
il "penso dunque sono", se fate riferimento al testo di Cartesio, tanto
nel Discorso che nelle Meditazioni, è infinitamente più fluido, più sfuggente,
più vacillante che non nella forma lapidaria in cui s'imprime sia nella
vostra memoria sia nell'idea passiva, o sicuramente inadeguata, che voi
potete avere del procedimento cartesiano. Come potrebbe non essere inadeguata
dato che non c'è nessun commentatore che vada d'accordo con un altro per
darle la sua esatta sinuosità?
Non è senza qualche arbitrio, e tuttavia con sufficiente ragione, che
oggi mi soffermo su questa formula - che per voi produce senso e che è
di un peso che supera sicuramente l'attenzione che avete potuto accordarle
fino ad ora - e lo faccio per mostrare una specie d'introduzione che possiamo
trovarci.
Al punto di elaborazione a cui siamo pervenuti, per noi si tratta di cercare
di articolare in un modo più preciso la tesi che abbiamo avanzato più
di una volta: null'altro fa da supporto all'idea tradizionale, filosofica,
di un soggetto se non l'esistenza del significante e dei suoi effetti.
Una simile tesi, che come vedrete sarà essenziale per ogni incarnazione
che potremo dare in seguito degli effetti dell'identificazione, esige
che noi cerchiamo d'articolare in un modo più preciso come concepiamo
effettivamente la dipendenza della formazione del soggetto in rapporto
all'esistenza di effetti del significante come tale. Andiamo ancora più
lontano nel dire che, se diamo alla parola "pensiero" un senso tecnico
- il pensiero di coloro il cui mestiere è pensare -, ci si può accorgere
- a guardarvi da vicino e in qualche modo après coup - che niente di ciò
che si chiama "pensiero" ha mai fatto nient'altro che albergare da qualche
parte all'interno di questo problema [il rapporto tra soggetto e significante].
Da questo indizio constateremo che non possiamo dire, almeno non progettiamo
di pensare, che - in un certo modo, che vogliamo o no, che l'abbiate saputo
o no - ogni ricerca, ogni esperienza dell'inconscio che è la nostra qui,
su ciò che è questa esperienza, è qualcosa che si situa ad un livello
di pensiero in cui - per quanto ci andiamo sicuramente insieme, ma non
senza che io vi ci conduca - il rapporto sensibile più presente, più immediato,
più incarnato di questo sforzo è la domanda che potete porvi su questo
"chi sono io?"
Non si tratta qui di un gioco astratto da filosofo, perché su questo tema
del "chi sono?" - a cui cerco di iniziarvi - voi non siete senza sapere,
almeno alcuni tra di voi, dato che ne sento di tutti i colori. Quelli
che ne sanno, possono essere beninteso quelli da cui io lo sento dire,
e non metterò nessuno nell'imbarazzo di rendere pubblico, in proposito,
ciò che ne capisco. D'altronde perché lo farei dal momento che sono d'accordo
con voi che la domanda è legittima?
Posso condurvi molto lontano su questa pista, senza che vi sia garantita
un solo istante la verità di quello che dico, anche se in quello che dico
non si tratta altro che della verità. E per quello che ne capisco, perché
non dire che va a finire perfino nei sogni di quelli che si rivolgono
a me? Mi ricordo di uno di loro… posso citare un sogno di uno dei miei
analizzanti: "Perché non dice il vero sul vero?". In questo sogno era
di me che si trattava, ciò non toglie che questo sogno non trovava sbocco
nel mio analizzante, tutto preso dal lamentarsi con me di quel discorso
in cui - a sentire lui - mancherebbe sempre l'ultima parola.
Non è un modo di risolvere il problema dire: "bambini come siete aspettate
sempre, per credere, che io dica la vera verità"; perché questo termine,
la vera verità, ha un senso e dirò di più: è su questo senso che è edificato
tutto il credito della psicoanalisi. In un primo momento la psicoanalisi
si è presentata al mondo come portatrice della vera verità.
Certamente si ricade subito in ogni genere di metafore che ci fanno perdere
il senso della cosa. Questa vera verità è il rovescio delle carte: ce
ne sarà sempre uno, anche nel discorso filosofico più rigoroso. È qui
che trova fondamento il nostro credito nel mondo e la cosa stupefacente
è che esso duri ancora malgrado, da un bel po' di tempo, non si sia fatto
il minimo sforzo per dare inizio a qualcosa che minimamente risponda a
tale credito.
Da allora mi sento non poco onorato del fatto che mi si interroghi su
questo tema: "Dov'è la vera verità del vostro discorso?". E dopo tutto
posso anche trovare che è proprio in quanto non mi si prende per filosofo,
ma per psicanalista, che mi si pone questa domanda. Perché una delle cose
più notevoli della letteratura filosofica è fino a quale punto i filosofi
- intendo dire in quanto facenti filosofia - non arrivino mai a porre
questa domanda ai filosofi, se non per ammettere con una facilità sconcertante
che i più grandi di loro non hanno mai pensato una parola di quanto ci
hanno fatto partecipi - nero su bianco -; e si permettono di pensare,
a proposito di Cartesio per esempio, che egli non avesse in Dio che la
fede più incerta, questo perché conviene al tale o al talaltro dei suoi
critici, a meno che non si tratti del contrario a far loro comodo.
In ogni caso una cosa è parsa non scuotere mai in nessuno il credito dei
filosofi, cioè che si sia potuto parlare, a proposito di ciascuno di loro,
e dei più grandi, di una doppia verità. Quindi per me, che entrando nella
psicoanalisi metto i piedi sul piatto [non faccio gaffes] facendo questa
domanda e sento il suddetto piatto scaldarsi sotto ai miei piedi, è dopotutto
una cosa di cui posso rallegrarmi, dal momento che - se ci riflettete
bene - sono pur sempre io ad aver riacceso il gas.
Ma adesso lasciamo tutto ciò ed entriamo nei rapporti dell'identità del
soggetto ed entriamoci mediante la formula cartesiana che oggi affronterò
nel modo che vedrete.
È chiarissimo che non si tratta assolutamente della pretesa di superare
Cartesio, ma piuttosto di estrarre il massimo di effetti dall'utilizzazione
delle impasse di cui egli ci indica il fondo. Se mi si segue dunque in
una critica che non è assolutamente "commento del testo", sarà bene ricordarsi
di quello che voglio trarne per le finalità del mio discorso.
"Penso dunque sono", in questa forma, mi sembra una sintesi, nel pensiero
comune, tale da diventare quella moneta consumata senza volto, a cui fa
allusione Mallarmé da qualche parte. Se ci riflettiamo un attimo e cerchiamo
di chiarirne la funzione di segno, se cerchiamo di rianimarne la funzione
ai nostri fini, vorrei notare quanto segue: questa formula, che vi ripeto
troviamo in Cartesio così sintetizzata solo in un punto del Discorso sul
metodo, non appare mai più espressa in questo modo. Questo "penso dunque
sono" si scontra con l'obiezione - che credo non sia mai stata fatta -:
"io penso" non è pensiero. Beninteso, Cartesio ci propone questa formula
al termine di un lungo processo di pensiero ed è certo che il pensiero
di cui si tratta sia un pensiero di pensatore. Dirò di più: questa caratteristica
"è un pensiero di pensatore" non è richiesta al fine di poter parlare
di pensiero. Per dirla tutta, un pensiero non esige in alcun modo che
si pensi al pensiero. In particolare per noi il pensiero comincia nell'inconscio.
Possiamo solo stupirci della timidezza che ci fa ricorrere alla formula
degli psicologi quando cerchiamo di dire qualcosa sul pensiero: quella
che ci fa dire che si tratta di un'azione allo stato di "abbozzo", ad
uno stato ridotto, il piccolo modello economico dell'azione. Mi direte
che questo lo troviamo da qualche parte in Freud. Ma certamente, in Freud
si trova tutto! In qualche paragrafo avrà anche utilizzato questa definizione
psicologica del pensiero, ma, insomma, non si può disconoscere che è in
Freud che noi troviamo anche l'idea del pensiero quale modo perfettamente
efficace, quasi sufficiente a se stesso, di soddisfazione masturbatoria.
Questo per dire che, per quanto concerne il senso del pensiero, noi la
sappiamo un po' più lunga di altri "operai".
Nondimeno ciò non impedisce che, interrogando la formula in questione
"penso dunque sono", possiamo dire che, per l'uso che se ne fa, essa ci
pone un problema: perché conviene interrogare la parola "io penso", per
quanto vasto sia il campo che abbiamo riservato al pensiero, per vedere
se soddisfa le caratteristiche del pensiero, per vedere se soddisfa le
caratteristiche di quello che possiamo chiamare un "pensiero". Potrebbe
trattarsi di una parola che si dimostra del tutto insufficiente a sostenere
in qualche modo di poter reperire qualcosa, alla fine, di questa presenza:
"io sono".
È proprio ciò che pretendo. Per chiarire il mio discorso puntualizzerò
che "io penso", preso così semplicemente sotto questa forma, non è logicamente
più sostenibile, più sopportabile dell'"io mento", che ha già costituito
un problema per un certo numero di logici. Questo "io mento" si sostiene
soltanto sulla vacillazione logica, senza dubbio vuota ma sostenibile,
che dispiega un sembiante di senso, sufficiente d'altra parte, per trovare
il suo posto nella logica formale. "Io mento": se lo dico è vero dunque
non mento. Ma mento ugualmente perché, dicendo "io mento", affermo il
contrario.
È molto facile smontare questa pretesa difficoltà logica e mostrare che
la difficoltà presunta su cui si basa questo giudizio si riassume in questo:
il giudizio che implica non può poggiare sul suo proprio enunciato: è
un collasso. La mancata distinzione dei due piani, per il fatto che di
ciò che l'"io mento" si presume portare sull'articolazione dell'"io mento"
stesso, senza che lo si distingua, fa nascere questa famosa difficoltà.
Tutto ciò per dirvi che senza questa distinzione non si tratta di una
vera proposizione. Questi piccoli paradossi, a cui i logici fanno tanto
caso - d'altra parte per riportarli subito alla loro giusta misura possiamo
considerarli dei semplici giochini -, hanno nondimeno il loro interesse.
Devono essere presi in considerazione per cogliere la vera posizione di
ogni logica formale fino a, e ivi compreso, il famoso positivismo-logico
di cui ho appena parlato.
Voglio dire con ciò che, a parer nostro, non si è fatto abbastanza uso
della famosa aporia di Epimenide - che altro non è se non una forma più
sviluppata di quello che vi ho presentato a proposito dell'"io mento"
-: "tutti i cretesi sono bugiardi, così parla Epimenide il cretese", e
vedete subito il mulinello che ne nasce.
Non se ne è fatto abbastanza uso per mostrare la vanità della proposizione
detta "affermativa universale A". Perché, in effetti, lo si nota a questo
proposito, è proprio qui, vedremo, il modo più interessante per risolvere
la difficoltà. Infatti, osservate bene quello che succede se ammettiamo:
"non c'è cretese che non sia capace di mentire" - cosa ammissibile e che
è stata proposta nella critica della famosa affermativa universale A,
la cui sostanza, alcuni hanno preteso, non senza fondamento, non essere
mai stata altro che una proposizione esistenziale negativa -: a questo
punto non c'è più alcun problema.
Epimenide può dirlo, per la ragione che esprimendosi in questo modo egli
non dice assolutamente che ci sia qualcuno, anche cretese, che possa mentire
a getto continuo, soprattutto quando ci si accorge che mentire con tenacia
implica una memoria costante, la quale farebbe in modo che si finisca
per orientare il discorso nel senso di una confessione; in questo modo,
anche se "tutti i cretesi sono bugiardi", vuol dire che non c'è un cretese
che non voglia mentire a getto continuo; la verità finirà bene per scappare
a un certo punto, nella misura stessa del rigore di questa volontà.
Il senso più plausibile, della confessione fatta dal cretese Epimenide
che tutti i cretesi sono bugiardi, è che:
1) egli se ne glorifica;
2) egli vuole con ciò mettervi sulla strada sbagliata informandovi veridicamente
sul suo metodo.
Ma ciò non ha altro scopo, ciò ha lo stesso esito di quell'altro procedimento
che consiste nell'annunciare che non si è tanto educati se si è di una
franchezza assoluta: questo è il tipo che vi suggerisce di avallare tutti
i suoi bluff.
Quello che voglio dire è che ogni affermativa universale A, nel senso
formale della categoria, ha gli stessi fini subdoli ed è simpaticissimo
che tali fini brillino negli esempi classici.
Che sia Aristotele a preoccuparsi di rivelare che Socrate è mortale, deve
ispirarci tuttavia qualche interesse, ciò vuol dire offrire un appiglio
a quello che possiamo chiamare "interpretazione", nel senso in cui questo
termine pretende di andare un po' più lontano della funzione che si trova
proprio nel titolo stesso di uno dei libri della logica di Aristotele.
Perché, se evidentemente è in quanto animale umano che colui che Atene
chiama Socrate è sicuro della morte, è tuttavia proprio in quanto si chiama
Socrate che egli le sfugge, e questo evidentemente non solo perché la
sua fama durerà ancora per tutto il tempo che sopravviverà la favolosa
operazione di transfert operata da Platone, ma ancor più precisamente
perché è solo in quanto è riuscito a costituirsi, a partire dalla sua
identità sociale, quell'essere utopico che lo caratterizza, che il detto
di Socrate, quello che chiamano così ad Atene - ed è per questo che non
poteva accettare di andare in esilio - ha potuto sostenersi nel desiderio
della sua morte fino a farne l'acting-out della sua vita. Vi ha aggiunto
in più un fiore all'occhiello sdebitandosi del famoso gallo a Esculapio
di cui si sarebbe trattato se fosse stato necessario fare la raccomandazione
di non ledere nessuno.
C'è dunque qui, in Aristotele, qualcosa che possiamo interpretare come
un tentativo volto ad esorcizzare proprio un transfert che credeva costituisse
un ostacolo allo sviluppo del sapere. D'altronde si trattava, da parte
sua, di un errore dal momento che lo scacco è evidente. Bisogna sicuramente
andare un po' più lontano di Platone nello snaturamento del desiderio
perché le cose vadano a finire in modo diverso. La scienza moderna è nata
in un "iperplatonismo" e non nel ritorno aristotelico sulla funzione del
sapere secondo lo statuto del concetto.
È stato necessario infatti qualcosa che possiamo chiamare "la seconda
morte degli dei", cioè la loro nuova sortita fantomatica all'epoca del
Rinascimento, perché il Verbo ci mostrasse la vera verità: quella che
dissipa, non le illusioni, ma le tenebre del senso da cui sorge la scienza
moderna.
Dunque, l'abbiamo già detto, la frase "io penso" ha l'interesse di mostrarci
- è il minimo che possiamo dedurne - la dimensione volontaria del giudizio.
Noi non abbiamo bisogno di dire altrettanto: le due linee che distinguiamo
come "enunciazione" ed "enunciato" ci bastano per poter affermare che
è nella misura in cui queste due linee si ingarbugliano e si confondono,
che possiamo trovarci davanti al paradosso che conduce all'impasse dell'"io
mento", su cui vi ho fatto sostare un momento.
E la prova, che è proprio ciò di cui si tratta, è precisamente che io
posso contemporaneamente mentire e dire, con la stessa voce, che mento;
se io distinguo queste due voci è del tutto ammissibile. Se dico: "egli
dice che mento" va da sé, non crea obiezioni, non più che se dicessi:
"mente", ma posso dire perfino: "io dico che mento".
Qui c'è tuttavia qualcosa che deve farci riflettere, e cioè che se dico:
"so che mento" questo ha ancora qualcosa di completamente convincente
che deve farci riflettere come analisti dato che, proprio in quanto analisti,
sappiamo che l'originale, il vivo e l'appassionante del nostro intervento
è che possiamo dire che siamo fatti per dire - per spostarci nella dimensione
completamente opposta, ma strettamente correlativa -: "Ma no! Tu non sai
di dire la verità", e ciò va subito più lontano. C'è dell'altro ancora:
"Tu non la dici così bene se non nella misura in cui credi di mentire
e invece, quando non vuoi mentire, è per guardarti da questa verità".
Sembra che non si possa raggiungere questa verità se non attraverso questi
bagliori; la verità, figlia in questo - vi ricordate i nostri termini
-: non sarebbe per essenza, come ogni altra figlia, nient'altro che una
smarrita.
Eh sì, la stessa cosa succede per l'"io penso". Sembra che, se ha corso
così facile per quelli che lo compitano o ne diffondono di nuovo il messaggio,
i professori, non sia cosa su cui valga la pena di soffermarsi troppo.
Invece, se abbiamo per l'"io penso" la stessa esigenza che per l'"io mento":
1) questo vorrà dire: "Penso che io penso" [penso di pensare] e ciò equivarrebbe
a parlare di nient'altro che del "penso" di opinione e di immaginazione:
l'"io penso" che voi dite quando affermate "Penso che lei mi ami", il
che significa che le seccature stanno per cominciare. Seguendo Cartesio,
anche nelle Meditazioni, si è sorpresi dal numero di casi nei quali questo
"io penso" non è null'altro che la dimensione propriamente immaginaria,
sulla quale nessuna evidenza, che si dica radicale, può fondarsi, fissarsi.
2) o questo vuol dire: "Io sono un essere pensante", il che sarebbe allora,
beninteso, spostare in avanti tutto il processo di ciò che mira a far
uscire dall'"io penso" uno statuto senza pregiudizi, senza infatuazioni,
sul mio esistere. Se comincio a dire: "Sono un essere", questo significa:
"Sono un essere essenziale all'essere, senza dubbio". Non c'è più bisogno
di suscitare sorpresa: si può tenere il pensiero per il proprio uso personale.
Detto ciò scopriamo d'incontrare questo che è importante: questo livello,
questo terzo termine che abbiamo sollevato a proposito dell'"io mento",
cioè che si possa dire "Io so che penso": questo merita assolutamente
di farvi riflettere. Infatti è qui il supporto di tutto quello che una
certa fenomenologia ha sviluppato riguardo al soggetto, e a questo punto
introduco una formula che è quella su cui saremo indotti a riprendere
le prossime volte, che è la seguente: ciò con cui abbiamo a che fare,
dal momento che siamo psicanalisti, è sovvertire radicalmente, rendere
impossibile questo pregiudizio più radicale, che è il vero supporto di
tutto questo sviluppo della filosofia, il limite al di là del quale è
passata la nostra esperienza, il limite al di là del quale comincia la
possibilità dell'inconscio. Non c'è mai stato, nella filosofia che si
è sviluppata a partire dalle investigazioni cartesiane dette del cogito,
che un solo soggetto, che chiamerò, per finire, con la formula: "soggetto
supposto sapere".
Qui bisogna che voi diate a questa formula quella risonanza speciale che,
in qualche maniera, porta con sé la propria ironia, il proprio interrogativo,
e notiate che a trasferirla sulla fenomenologia, e segnatamente sulla
fenomenologia hegeliana, la funzione del soggetto supposto sapere prende
il suo valore dall'essere apprezzata quanto alla sua funzione sincronica
che si dispiega in queste parole: la sua presenza è sempre là, dall'inizio
dell'interrogazione fenomenologica; a un certo punto, un certo nodo della
struttura ci permetterà di separarci dallo spiegamento diacronico che
si presume ci porti al sapere assoluto.
Questo stesso sapere assoluto - lo vedremo - alla luce di questa questione
assume un valore singolarmente confutabile, ma, per oggi, soltanto in
questo: fermiamoci a porre una mozione di sfiducia nell'attribuire il
supposto sapere - come sapere supposto - a chiunque, ma soprattutto guardiamoci
dal supporre (subjicere) alcun soggetto al sapere. Il sapere è intersoggettivo,
il che non vuol dire che è il sapere di tutti, ma che è il sapere dell'Altro,
con A grande. E l'Altro, noi l'abbiamo posto, è essenziale conservarlo
come tale: l'Altro non è un soggetto, è un "luogo" al quale ci si sforza,
da Aristotele in poi, di trasferire i poteri del soggetto.
Certamente di questi sforzi rimane quello che Hegel ha sviluppato come
la storia del soggetto, ma questo non vuole assolutamente dire che il
soggetto ne sappia un pochino di più su ciò di cui si tratta. Non ha,
se così posso dire, alcuna emozione se non in funzione di una supposizione
indebita, quella di credere che l'Altro sappia, che ci sia un sapere assoluto.
Ma l'Altro ne sa ancor meno di lui, proprio per la buona ragione che non
è un soggetto.
L'Altro è l'immondezzaio dei rappresentanti rappresentativi di questa
supposizione di sapere, ed è questo che chiamiamo inconscio, perciò anche
il soggetto stesso si è perso in questa supposizione di sapere.
Lui si porta dietro tutto questo a sua insaputa, e "tutto questo" sono
i resti che gli ritornano di quello che patisce la sua realtà in questa
cosa, resti più o meno irriconoscibili. Egli li vede ritornare. Può dire
o non dire: "È proprio questo", oppure, "Non è affatto questo", eppure
è proprio questo!
La funzione del soggetto in Cartesio: è da qui che riprenderemo la prossima
volta il nostro discorso, con le risonanze che gli troviamo nell'analisi.
Proveremo la prossima volta a rintracciare i riferimenti alla fenomenologia
dell'ossessivo, in una scansione significante in cui il soggetto si trova
immanente ad ogni articolazione.
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può farne richiesta tramite e-mail all'indirizzo: franco@borghero.it,
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